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Emerico Giachery, fascino mitopoetico

Emerico Giachery docente di letteratura italiana all'Università di Roma che per anni si dedicò allo studio della parola, come lui stesso dice, ora si cimenta nello studio dei sogni, dei suoi simboli e archetipi. E conduce questo esame sull'altopiano del Renon a Bolzano, dove il padre della psicoanalisi Sigmund Freud ha soggiornato e dove periodicamente nel paese di Collalbo si tengono congressi internazionali di psicologia. Convinto assertore che l'arte e la letteratura non debbano necessariamente essere lo specchio della realtà secondo il canone del realismo socialista, bensì una continua trasposizione nel sogno come duplicato ideale della realtà del quotidiano. Così egli afferma ad esempio che Fellini «è il più onirico dei cineasti nostrani», che il poeta Albino Pierro che passò dalla lingua ufficiale al dialetto di Tursi, raggiungendo fama internazionale, viveva in un antichissimo passato giacché «i testi supremi li ha scritti nel dialetto arcaico e isolato del villaggio natio» facendo rivivere gli antichi costumi.

Particolarmente illuminanti sono le pagine che dedica al commento di una poesia onirica e mitica come «L'Isola» di Ungaretti che accosta ad una altra di Rilke vedendo in entrambe un percorso iniziatico assieme "all'innegabile fascino mitopoietico". Giachery parla inoltre in maniera dettagliata e suggestiva dei sogni che personalmente ha avuto, di precognizione, o visitati da amici scrittori, di cui cerca di spiegarne l'implicita simbologia. Un libro quest'ultimo di Giachery che non è alla portata di tutti per il continuo intrecciarsi di riferimenti dotti a poeti, filosofi, psicologi, alle loro intuizioni e riflessioni che costituiscono la gioia del lettore erudito oltre che dell'Autore. Ci troviamo in presenza di un nuovo mondo delle idee di platonica memoria, dove il dato concreto ne è la mera occasione.

Recensione
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