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Mistretta da scoprire

L’occhio del poeta. Opera per immagini di Filippo Giordano

La bellezza di un paese è nel cuore di chi lo abita, di chi ne “scarpisa i vanedde” e ne conta le pietre che formano u ggiacatu”. Di chi, lontano, lo vive attraverso uno scatto fotografico e ne conserva intatta la memoria. (Pina Sutera)

«Il tempo è divisibile in piccole eternità», ci dice Alfred Kubin nel suo romanzo fantastico Die andere Seite (L’altra parte), evocando l’immagine di una simpatica scimmietta Giovanni (che fa l’aiuto barbiere nel Regno del Sogno), e che si mette a suonare lo scacciapensieri (per noi u marranzanu ) che teneva nascosto nella saccoccia della sua mascella ... provando ad allontanare ombre e sgomento in un momento difficile del Regno. Di quante piccole eternità è fatto il nostro mondo e di quanta spettacolarità siamo circondati, che ci consentirebbe di divagare le consuetudini o la monotonia, spesso non ci avvediamo. Ma i poeti sanno dove trovare non l’artifizio, bensì la possibilità che ricrea il bello, il giusto, il buono nella composta armonia della natura, delle opere, dei giorni. E non è solo ciò che “resta”, ma quanto ancora deve accadere, se si sa guardare il mondo con gli occhi di una bimba che, dalla penombra di una terrazza, osserva incantata un tramonto dorato a Mistretta, dove, a quell’ora, in quel preciso momento di quell’unico giorno ... non è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.​

Con una foto di così ineffabile significanza Filippo anche qui, in un tempo sospeso, c’è un Castello che emerge da un cuscino di nuvola. Sospettiamo che “l’oltraggio”, l’andare oltre della fantasia che precede la realtà, sia possibile.

Vi troviamo infatti una Valle fatata, dove l’acqua, sorgente di vita, salta da imprevedibili balze ed è così pura e limpida che lascia trasparire pareti muschiate di rocce primitive, fresche cascate, capelli di fate, delicatissimi veli di sposa, verdi ripiani, tappeti fioriti ... che Filippo coi suoi amici di un’associazione dedicata a queste valli aveva scoperto, per lo meno per quanto riguarda quella parte a cui non si era dato accesso. Prima di essere presi del tutto dall’incantesimo della Valle (non si sa mai: con le fate non si scherza! C’è pure un coro che canta), ripercorriamo l’ellissi fragrante della campagna tra bianche pecore, tintinnanti caprette, mucche, robusti cavalli in pastura. La città è lì che attende il rientro dall’Arcadia dei campi, dove il pastorello dalla canna incisa soffia la musica di Marsia, il sileno che osa ancora sfidare la lira di Apollo.

Proprio così, perché siamo gente antica, come scrive Pina Sutera. E Filippo Giordano, con l’occhio magico e l’aristocratica umiltà che lo contraddistingue, ce lo sta ricordando: da tempo immemore siamo stati attraversati dalla storia del mondo e abbiamo avuto periodi anche molto fortunati, persino opulenti, lo testimoniano Palazzi del XVIII, del XIX secolo, le case patrizie dell’antico centro, a Strata Mastra, le Matrici vecchie e nuove. (Per noi che vi abbiamo ricevuto il Battesimo, quella di Santu Nicola resta la “nostra Cattedrale”, nel quartiere coi suoi vicoli, i vanedde, u chianu, dove passammo a giocare l’infanzia felice). Si possono ammirare palazzi ancora intatti o ben restaurati: autentiche case-torri nella strada San Giovanni o palazzi a strapiombo di aspetto ciclopico con arco a colonnato come un antico tempio, dove il plinto sembra essere scivolato paurosamente sotto una frana che non c’è. Mistretta è una città scritta con la musica del vento che attraversa gli archi e gli anniti a volo, arrotandosi in brevi pause cupe o sottovoce dentro i bagghi, le corti d’accesso di qualche casa, autentici capolavori di muratura, come nella foto di pagina 38 o come quello della discesa Tommaso Aversa (in altra occasione fotografato con gentilezza da Lucia Graziano). L’antica arte dei muratori si esprime ancora con straordinaria amabilità e civiltà nei luoghi dell’acqua ad uso pubblico, i pozzi, le fontanelle o le maestose fontane con abbeveratoio. E uguale è il garbo con cui, in sincrona assonanza, il fabbro forgia i decori in ferro battuto, vere e proprie sculture aeree ad impreziosire le “affacciate” delle case (anche le meno ricche), che lo scalpellino aveva provveduto di balconi e portali.

Il tema dell’acqua non può prescindere da quello della neve, elemento oracolare, dove l’acqua è trattenuta nel pugno di neve, come il labirinto nella sezione della rosa.

Argomento delicatissimo quello della neve, che Filippo affronta con riguardo e temperanza, come aveva fatto nel suo capolavoro in versi «Tra lustriu e scuru», edito nel 2006 da “il Centro storico”, con magnifici disegni di Enzo Salanitro.

La neve a Mistretta non ha nulla a che fare con lo sport, il turismo, la moda ... La neve, come la nebbia, qui è un archetipo , proprio in senso junghiano. È un rapporto intimo tra il sé e il paesaggio. Come tale è un fatto d’amore segretissimo, ancestrale: in due calpestare la neve, due volte calpestare la neve ...

L’ “apparizione” della neve a Mistretta accade un paio di volte all’anno, raramente di più, un’emozione quasi all’improvviso di cui nessuno vorrebbe mai essere privato, come l’amore materno. A tal proposito andrebbe riletta (integralmente) la poesia di Filippo Giordano, tratta dal già citato Ntra lustru e scuru,

A Palumma

[...]
All’annu chi me matri avia
murutu / cu me mugghjeri a-emmu a visitari.
[...]
‘i ddu
silenziu, tuttancuorpu / sintemmu un viersu forti ri
palumma
[...] / [...]
Una ca viu a idda e una ca
m’addugnu /cuomu, a parti i fora, nivicava.
[...]
siddu
n’avissi statu ‘incinta me mugghjeri / certu nun-mavissi
‘mprissiunatu : / abbrazzatienddi avissimu-acchianatu.
...

La palumma o tortora, in questo caso, racchiude insieme il simbolo dell’amore coniugale e materno, l’altissimo dono della vita. Pure la nebbia, nelle fotografie di Filippo, appare come elemento differenziato del paesaggio, forma manifesta della psiche, perciò doppiamente sacro, in quanto lontananza e intimità allo stesso tempo. Ma è pure completamento del “soggetto transitivo” fissato nel senso nascosto, in quanto il paesaggio stesso è fuggitivo, legato a quella serie di attimi, piccole eternità, per l’appunto, che l’artista con “l’istantanea” tenta di fissare. La nebbia è il velo al cui dissolversi (a-letheia), il pensiero torna alla realtà trasumanata, ma (per dirla con Kafka) solo apparentemente ...

Il Novecento, infatti, con la scoperta della realtà nascosta tragicamente dentro di noi, si è fatto carico di questo fardello che è l’inconscio e che gli antichi greci avevano saputo giocosamente ricoprire col velo del racconto nella favola del Mito.

L’opera di Filippo Giordano, nel suo insieme, induce alla riflessione, essendo capace di “restauro”, il restauro del vuoto che ci lasciano “le Cose” quando restano distaccate da noi per la fretta o la velocità con cui le guardiamo senza osservarle.

E la riflessione conduce al pensiero dell’«assenza». Ovverossia a ciò che non c’è, o non c’è mai stato, o non ci sarà più ... da Filippo qui magistralmente raffigurato nel “ritratto delle due panche vuote con sgabelli” a ridosso di un piano inclinato che rappresenta insieme la fatica della salita e la malinconica discesa ...

I poeti sono fatti così. A volte vedono come gli indovini o predicono, come la Sibilla dell’oracolo di Delfi. Ma non ci dicono se quella è una salita o una discesa. Ci lasciano prudentemente il dubbio. Il beneficio della sosta. O la magia inquietante del mistero: fate voi! Prima di chiudere il libro, riattraversando quel punto della luce rispecchiata che mi aveva indotto nell’altro mondo vero, mi soffermo a guardare nuovamente la foto che aveva avviato le pagine. L’immagine è quella di una terrazza semplice, in campagna, con ai lati d’ingresso due grandi giare fiorite che immettono, senza altra protezione, ad una ringhiera di giunco semicircolare. La sua funzione sembra essere quella di star lì per la sosta, dove il viandante guardi a distanza il paesaggio dal basso in alto, un po’ più in su rispetto alla linea d’orizzonte, verso il triangolo di un colle azzurrato, la cui cima tocca il cielo, sfumando tra le nuvole che l’introiettano ... Indovineremo mai cosa il cielo vela in quella cima?

​Da dove viene il viandante, se non è un filologo alessandrino quasi cieco? Dove vanno i suoi pensieri?

Pordenone, lì 8 luglio 2019

Recensione
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