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Sussurri del cielo e mormorio dei numeri primi

Il tutto-ciò-che-esiste come modo di concepire la Creazione in Filippo Giordano

Quando saremo afflitti, la scienza della
realtà fuori di noi non ci consolerà
dell'ignoranza morale, ma la scienza
morale mi consolerà sempre
dell'ignoranza delle scienze oggettive

(B.Pascal, Pensieri, 21).

Filippo Giordano è poeta stanziale. (Vi sono poeti nomadi, penso a Rilke, che girò tutta la vita per l’Europa, a Pound, allo stesso Eliot, a Sanesi anglista, Ripellino slavista, Ruggero Jacobbi, che fu a lungo professore d’Italiano in Brasile, solo per citarne alcuni che a me piacciono tanto. E ci sono gli “stanziali” come Zanzotto, che visse l’intera e non breve esistenza quasi sempre a Pieve di Soligo, nel suo amatissimo paesaggio della Marca Gioiosa). Giordano vive a Mistretta, un luogo d’ineffabile bellezza, alto-locato a mille metri, che si apre in una commovente vallata innanzi al Tirreno che è il più bel mare del mondo, il mare azzurro dei viaggi omerici, da allora definitivamente dichiarato il più adatto ad inseguir virtude e conoscenza. Così, nell’antichissima Mistretta (Astharte, fondata dai marinai fenici, ma ancora prima abitata dai Ciclopi, e poi detta Amestratos, Amestratus, Mestraton, Mitistratos, Amastra … in quella Sicilia dove da sempre transitano tutte le civiltà ) a Mistretta, dico – dove, fra gli altri, sono nati Antonino Pagliaro, il più importante linguista italiano del secolo scorso, il grecista e bizantinista Raffaele Cantarella, l’archeologo Vincenzo Tusa docente di antichità puniche – Filippo Giordano, con intelligenza multiforme e nobile animo, coltiva la poesia, i suoi studi di matematica e altre passioni più recenti come la fotografia e la ripresa cinematografica.

Questo felice binomio Giordano-Mistretta, su cui en passant mi sono soffermato, non è a caso, ma serve a dare l’abbrivo per l’invito alla lettura del suo neonato libro «Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi» delle Edizioni il Centro Storico, le stesse con cui aveva pubblicato il capolavoro in dialetto amastratino Ntra lustriu e scuru.

Nella maggior parte dei casi, i titoli delle raccolte di poesia, danno la stura al senso immediato che si vuol dare all’opera, liberata, nella sintesi, dall’ingombro della lettura d’insieme. In effetti sussurri … e mormorio … cielo e numeri primi, così accostati, in un titolo, tendono alla spiegazione di cosa si vuole trattare. E di un “trattatello” filosofico-teologico-matematico espresso in versi, in realtà si tratta; e della sua originalità, per non dire unicità ci convinciamo, egregiamente supportati dall’autorevolezza del maggior critico e letterato italiano vivente, il Professor Giorgio Barberi Squarotti, che in una lettera personale così scrive da Torino al poeta mistrettese: « … leggo con ammirazione il Suo libro geniale di poesia filosofica, teologica e matematica. È un’opera di assoluta novità, che spero proprio susciti molta attenzione e plauso, così come merita. In Italia non ricordo nulla del genere, se non nell’età barocca». Il Barocco è una delle tante tensioni che vennero a svilupparsi nel corso del Seicento. Le origini della parola "barocco" sono poco chiare; potrebbe derivare dal lusitano "barroco" o dallo spagnolo "barueco", designante un genere di perla dalla forma irregolare, o veniva usato per indicare un sillogismo complicato e cavilloso. Più che al sillogismo complicato e cavilloso, immagino che il Professor Bárberi accosti i Sussurri e mormorii di Giordano all’originalità della perla dalla forma strana. In effetti irregolare ci appare un opera poetica che, così ricca di armonia, include nella sua forma l’aspetto proprio dei numeri che “normalmente” definiscono un “altro” tipo di linguaggio. Ma è sicuramente questo che interessa al nostro poeta, agire con una palese provocazione, non per stupire alla maniera dei marinisti, bensì per richiamare l’attenzione sull’argomento che gli sta profondamente a cuore: la sua scoperta sull’origine dei numeri primi. È del 2009 infatti il saggio La ragione dei primi che, in altra funzione – per chi volesse approfondire – è la naturale progenitrice dell’opera attuale. E ancora per chiarire il rapporto del poeta con la sua terra, sottolineo il fatto che la stanzialità è radice di una natura antichissima che forgia la cosmogonia di Filippo Giordano, vista nelle sue recenti opere, come insieme di saperi solo apparentemente differenti, come la logica, la metafisica, il mito e la matematica che, con la poesia su tutto, conducono a quel tutto-ciò-che-esiste, come modo di concepire la creazione; un Cosmo, per l’appunto, che non può che svelare la Divinità che ne compone l’Essenza dentro la Coscienza dell’uomo che osserva, combatte, studia e lavora.

Filippo Giordano ha studiato l’origine e la funzione dei numeri primi , costruendosi una scala che, dal suo eremo amastratino, lo innalza al Creatore.

Per iniziare a leggere i Sussurri bisogna, a mio avviso, partire da qui, dalla pagina fondamentale a conclusione aperta, che chiude l’opera che la precede, “La ragione dei primi”. La voglio necessariamente riportare. Si intitola ‘Il luogo dell’idea’: “Ora che, seduto su queste antiche mura, ti sei riposato, mi chiedi dov’è il posto a cui inizialmente ho fatto riferimento, quello che avrebbe mostrato la sintesi dell’idea. Perciò volgiamo lo sguardo a nord ovest, dove il digradare dei monti che scendono fino al livello del torrente Romei in prossimità del Mar Tirreno somiglia a un cono che, partendo dalla foce del torrente, s’alza in corrispondenza del mare, allargandosi sempre più e formando un triangolo il cui lato superiore è rappresentato dalla superficie del mare.

72-73-74-75-76-77-78-79-80-81-82-83-84-85-86-87-88-89-90
56-57-58-59-60-61-62-63-64-65-66-67-68-69-70-71-72
42-43-44-45-46-47-48-49-50-51-52-53-54-55-56
30-31-32-33-34-35-36-37-38-39-40-41-42
20-21-22-23-24-25-26-27-28-29-30
12-13-14-15-16-17-18-19-20
06-07-08-09-10-11-12
02-03-04-05-06
00-01-02
00

Pensiamo alla infinita successione dei numeri e immaginiamo che tale triangolo si estenda, stringa dopo stringa, verso l’alto del cielo.

Otteniamo un infinito triangolo che all’infinito resta sempre uno e all’infinito avrà sempre tre lati.

E i divisori degli elementi di ciascuna di queste stringhe numeriche, che si accavallano a quella posta a livello del mare, si specchiano negli elementi dell’insieme Triangolare di Gauss.

Forse non a caso la “teoria degli insiemi” di Georg Cantor, è stata definita matematica di Dio.”.

E mai mi sarei accorto di quanta eleganza ci potesse essere in una composizione numerica, altrimenti pensata come arida; e di quanta geometrica accortezza possedesse l’ordine in una sequenza dove il triangolo, che è simbolo divino, così infinitamente congegnato, bisettrice dopo bisettrice, si riconducesse chiaramente all’Uno. E come questo accade non solo graficamente, quando, nella rappresentazione della geometria euclidea, l’angolo è di 180° e il “triangolo degenere” finisce col coincidere e costituire un segmento, nella geometria iperbolica, infinito. Ma anche il 3 è, nel revival medievale, numero divino, e nel Mormorio dei numeri primi viene reso “umanamente domestico” con (apparente) semplicità poetica. Ascoltiamo il passaggio d’inizio della poesia XV: Tre si guardò intorno e, ancora | secondo la lunghezza del suo passo | fece un secondo balzo, a sé commisurato, | e raggiunse uno spazio informe. […].

L’armonia del suono è assicurata, in tutta la tenuta dell’opera, dal prevalere dell’endecasillabo, che è da sempre il verso prediletto dal Giordano e la coerenza dei contenuti fa aderire al significante il senso prescelto che si vuole dare al concetto. Ma è la lettura completa dell’opera che chiarisce come in effetti sia possibile, anche in questo tempo, come al tempo di Dante, definire la cultura nell’insieme di un sapere unico, eco non del tutto lontano della Sapienza divina.

In Sussurri del cielo e mormorio di numeri primi Filippo Giordano si ricrea un “Natale” (titolo della poesia che apre l’opera e in anteprima pubblicato nella rivista Poesia di Crocetti) che gli consente di porre alla Suprema Scienza delle domande che spalancano le porte alla disquisizione gnoseologica con la saggia ingenuità tipica del “fanciullino” poetico: […] È l’uomo figlio di uno scriteriato | ordine di forze che s’attraggono | o collima la sua intelligenza | ansiosa con il Tuo volere? | Chi sono i puri ai quali Tu concedi | il codice che valicando il dubbio | nutre di fede il corpo e l’esistenza? || È gonfio di silenzi il Tuo respiro … | oppure parli una lingua universale | di planetarie geometrie elicoidali | numeri primi, quadratiche distanze | fra ognuno di loro e i suoi discenti, | moti (e sommovimenti della mente) | infiniti, che il pensiero racchiude?

In effetti – parallelamente agli studi matematici di Filippo Giordano, più recentemente concretizzatisi con la teoria dei numeri nel trattato “La ragione dei primi”, che ben espone, come si è detto, la sua scoperta – un filosofo-linguista (con lo storico cognome legato all’Utopia) Andrea Moro, scrive «I confini di Babele. Il cervello e il mistero delle lingue impossibili», Longanesi, Milano (2006), dove tratta di una nuova linguistica basata su metodi matematici che conduce ad una scoperta rivoluzionaria: “non tutte le grammatiche concepibili sono realizzate nelle lingue del mondo, alcune grammatiche risultano «impossibili». Ma si tratta di un accidente storico o dipende dalla struttura del cervello? E che vantaggio dà alla specie umana l’assenza di tipi di grammatiche?

Questo libro è la testimonianza diretta della costruzione di un ponte fra tale scoperta e l’esplorazione del cervello. Nel suo viaggio alla ricerca dei confini di Babele, l’autore passa in rassegna i fondamenti della linguistica moderna, mostra come si costruisce concretamente un esperimento di neuroimmagini (avvalendosi della risonanza magnetica nucleare) e parla di apprendimento del linguaggio nei bambini, di genetica e del linguaggio degli animali. Infine, affronta una domanda tra le più affascinanti della linguistica moderna: quanto conta la struttura biologica dell’organismo umano nella costituzione di regole grammaticali? Lo fa esplorando un aspetto strutturale tanto fondamentale quanto poco indagato delle lingue umane – la natura lineare del codice linguistico – e mostrando come la nozione di simmetria svolga anche in questo ambito scientifico un ruolo centrale”.

L’argomento, se non è avulso al nostro, oltre ad altre illustri intermediazioni, ci aiuta a comprendere quante possibilità ignote sono affidate alla nostra mente, oltre alle conoscenze fuori dalle convinzioni. Dunque, neppure l’arbitraria forzatura di tale parallelismo risulterebbe superflua o casuale, a ben rifletterci. Testimonianza di come la domanda dell’esistere sia tutta legata al linguaggio nelle varie forme (noi siamo linguaggio!); per lo meno per quella cognizione che è “l’esprit de geometrie”, come la definì Blaise Pascal, i cui Pensieri ci restano pietra miliare nell’orientamento della conoscenza.

Ne “La ragione dei primi” Filippo Giordano racconta come l’ordine naturale dei numeri abbia una proprietà ontologica nascosta.

Il sistema decimale tradizionale lascia che i numeri primi vaghino dentro una struttura che dell’arbitrarietà stessa è vaghezza. È un nuovo logos matematico il sistema quadratico che Filippo Giordano scopre, chiarendo dei numeri primi la natura. Ed è questa la via che lo porta a “vedere” Dio. Per ben comprendere questo occorre leggere, a mio avviso, (e studiare) entrambe le opere: La ragione dei primi e i Sussurri del cielo…

Giordano, poeta e matematico insieme, diffida della sola immaginazione, che, per dirla ancora con Pascal, è la parte dominante dell'uomo, maestra di errori e di falsità, tanto più infida in quanto non sempre lo è, perché se fosse una regola infallibile della menzogna, lo sarebbe anche della verità. Ma, pur essendo il più delle volte falsa, non lascia alcuna traccia di questa sua qualità, indicando indifferentemente il vero e il falso. Non parlo dei folli – dice Pascal, (Pensieri,41) – parlo di quelli più saggi, perché proprio presso di loro l'immaginazione si arroga il diritto di persuadere gli uomini. La ragione ha un bel reclamare, essa non può conferire valore alle cose. Motivo per cui il nostro pensatore mistrettese affida la sua ricerca, non necessariamente con premeditata consulta, alla fusione significante della cifra numerica con le parole, ottenendo quel senso che va cercando.

Nei Sussurri del cielo… mette insieme l’ordine e l’armonia del cosmo, e con la voce della poesia fa di questa novella cosmogonia un inno a Dio e alla Sapienza. I numeri primi dichiarano finalmente la loro vera natura e la semplicità della poesia rende grazia a Dio. Riaffermando cosa significa “credere”. Che, come scrive il Cardinal Martini nel dialogo coi lettori del Corriere del 27 novembre 2011, credere “non significa necessariamente studiare, leggere, riflettere, etc. l’atto di fede è cosa molto più semplice. È un atto in cui l’uomo manifesta che il suo riferimento assoluto è Dio. Noi viviamo di fiducia fin dalla nascita. Senza questa fiducia non potremmo sopravvivere”.

Recensione
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