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Ubi Mytístraton fuit, Mistretta manet

Cosa accade? Perché l’uomo ad un certo punto della sua storia (individuale o collettiva) avverte il bisogno di aggrapparsi alla solidità della propria origine, anche se a volte – e a maggior ragione – sconosciuta?

Si può abbozzare o tentare un ragionamento se si riconosce che in ciò v’è una implicazione psicologica che nasce dal significato stesso che si attribuisce alla parola Uomo.

I Greci, nostri antichi progenitori e pensatori inarrivabili, fecero coincidere questa parola Uomo col termine Mortale, attribuendovi definitivamente il criterio della finitudine. A cui Anassimandro (allievo di Talete) conferiva il connotato di necessità, superando la prima aporia della storia del pensiero: « Da dove infatti gli esseri hanno l’origine, ivi hanno anche la distruzione secondo necessità », che per l’ordine del tempo compensava la giustizia, facendo loro pagare la pena che espiasse la colpa dell’ingiustizia. L’assioma veniva dato per scontato, tralasciando in questo ragionamento il perché dell’esistenza del Male, che più tardi avrebbe assunto pesante valenza teologica.

Nel corso dei secoli poi la biologia avrebbe chiarito con la funzione dell’apoptosi e dei telomeri cromosomiali la necessità del suicidio cellulare come spontaneo elemento equilibratore di Natura, confermando la necessarietà di tale finitezza per la specie e i meccanismi della circolarità dell’esistenza, senza intasamenti. Come dire: la necessarietà del morire posta dentro i più intimi meccanismi della vita; per cui non ci resta che prenderne atto e dare ragione al vecchio, saggio Anassimandro.

A queste singolari riflessioni mi ha condotto la lettura di «Ubi Mytístraton fuit, Mistretta manet» il bellissimo libro che Filippo Giordano, Mariano Bascì e Vincenzo Mancuso hanno dato recentemente alle stampe.

Infatti si tratta di un’accurata ricerca di una fase delle origini della nostra Mistretta che attraverso il legame genitoriale con la mitica Mytístraton (o Mythistratos ?), tra le altre cose ci fa rivivere, chiarendone alcuni aspetti, il tempo delle Guerre Puniche, dove la partecipazione dei nostri antenati sembra essere stata tanto eroica da divenire leggenda, che sin da piccoli ci sentivamo raccontare, seduti a cerchio attorno al braciere che profumava vagamente di zagara e ci scaldava nelle lunghe sere d’inverno.

Il racconto della fiera resistenza opposta per tanti e tanti mesi alle invincibili legioni romane ci configurava nella fantasia di bimbi come un grande popolo d’eroi, che rifiuta l’occupazione della propria terra e la tirannide d’ogni genere. Dei Cartaginesi si teneva meno conto … e la capitolazione veniva narrata non per sfinimento, ma per interruzione dei rifornimenti alimentari a causa di un tradimento.

A bocca aperta ascoltavamo la favola degli eroi e poi per gioco ci costruivamo spade di legno, scimitarre ricurve e cimieri di latta. La battaglia infervorava al “casalino ru Salivaturi” e via via si spingeva più lontano giù, giù fino “ o chiano di Santu Pietru” con i Romani ricacciati in fuga (il ruolo dei romani era assegnato ai bambini figli dei villeggianti dell’estate).

Il poeta Filippo Giordano abitava lì, in Via San Nicolò, e lì c’era pure l’antica casa dei miei bisnonni (u Papà Tano e a Mamà Mariannina). Da lì si osserva lo scorcio roccioso e la fiancata meno abitata al di sotto del Castello, che non a caso è stata scelta come copertina del libro. Da lì la vista si apre alla vallata nel respiro ampio fino all’orizzonte marino del Tirreno, disegnando quel triangolo che Filippo Giordano (in veste di matematico) descrive quando enuncia la sua teoria sui numeri primi.

Come sempre, quando leggo i libri di Filippo una cascata di emozioni e nostalgia mi infiltra e commuove. Eppure questo è un libro scientifico, accuratamente concepito per una ricerca che immagino non essere ancora conclusa.

Nel momento in cui, oggi, le sorti di Mistretta sembrano mestamente declinare, ecco che Filippo e i suoi Amici, con una orgogliosa impennata culturale, ci indicano una via verso la risalita in cima alla Rocca (Rucca-zzu) fino al Castello dalle cui terrazze, in aristocratica solitudine, si domina la scena di quel mondo antico che dal profondo del suo etimo ci parla ancora di una nobiltà che non è perduta, di una via ritrovata e di una Città che tra alti e bassi vive ancora nella sua filogenesi. E non perirà!

Ecco, qui ritrovarsi, trasfusi nella circolarità del sangue della Storia: se la vita del singolo necessariamente è destinata a concludersi, quella della specie sua, della sua Gente sopravvivrà … nel cuore della sua Arcadia, dalle cascate di Ciddia ai boschi nebrodei; dai pascoli tintinnanti, alle valli popolate di ulivi. Nella città di pietra dalle antiche chiese ricche di devozione, nei palazzi d’arenaria, nelle biblioteche gentili, nelle insopprimibili scuole e dovunque la vita dei cittadini ferve senza fermarsi, come il battere ritmico del martello sull’incudine del fabbro di Santa Caterina; senza mai dimenticare di essere il popolo di Astarte, decisamente votato alla fecondità e alla vita.

Retorica? Ebbene, sì! Se questo saggio su Mytistraton sotterraneamente ci sospinge ad alzarsi tutti insieme di fronte a noi stessi, per essere specchio di noi, e come tale “inquietante”.

Inquietudine, infatti, è l’altro nome di Cura, l’antica Dea della mitologia a cui si attribuiva la funzione demiurgica che proprio dalla creta (humus) fa nascere l’Uomo. Humus = Homo, ci ricordava Filippo in una sua poesia di qualche anno fa.

Uscire, dunque, dalla quiete, ma anche dal silenzio e continuare a cercare e ricercare soluzioni di ogni genere, come fa Filippo Giordano dalla matematica alla poesia e, ora, all’archeologia, quindi alla Storia.

Questo mio leggere il nuovo libro di Filippo, è ovviamente un modo del tutto personale, ma l’anima degli uomini ha anche la caratteristica di farci somigliare nei pensieri, nei desideri, e ci fa guardare oltre le apparenze. La forza di un libro che viene dato alle stampe è imprevedibile nella sua azione, così come imprevedibili sono le reazioni che suscita nel Lettore, il quale, leggendo, ricrea l’opera, ben oltre le sue stesse intenzioni, nello scambio vitale (non omologato) della conoscenza.

Le origini di Mistretta si perdono nella notte dei tempi … ci dissero già da bambini. E questo “non-luogo” perduto nella notte, accompagnato al “nessundove”, che avremmo incontrato più avanti negli anni, ci impressionava a tal punto che, forse, è per questo che ci affidammo interamente alla Poesia, per uscire dallo sgomento e non sentirci più soli. La Musa ci ricompensò indicandoci la strada per conoscere l’amore.

Dopo questa lettura mi pare di aver appreso anche questo, se dove fu Mythistraton permane Mistretta, la notte dei tempi diviene meno buja.

A Mistretta nasceranno nuovi poeti come Filippo, nuovi archeologi come Bascì e Mancuso che si addentreranno nell’universo sconosciuto di questa meravigliosa terra di Sicilia, ómphalos del mondo antico, per essere stata abitata ineffabilmente dai Ciclopi, dagli Elimi, dai Siculi, dai Sicani; stazione o terra promessa e di conquista di tutti i popoli che si avventurarono nel Mediterraneo.

E nella sua “circolarità” questa storia dell’utopia, ben più tragicamente, ancora oggi si ripete …

A questo libro su Mistretta, infine, auguro il successo che merita, magari con nuove stampe affidate ad edizioni specializzate, dove potremo meglio apprezzare la bellezza della dovizia iconografica e ben decifrare l’originalità della cartografia e dei segni. Non per puro esercizio estetico, s’intende, ma perché anche questo significa prendersi cura della nostra Storia e perciò di noi stessi.

Pordenone, lì 7 novembre 2018

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