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Antonio Rosmini. La via e le opere

Circolo Culturale
Bareggio (Milano)
24 novembre 1997

Cenni sulla vita

Antonio Rosmini nacque a Rovereto il 24 marzo 1797 e morì a Stresa il 1° luglio 1855. Da parte materna, apparteneva alla nobile famiglia dei Conti Formenti di Biacesa in Val di Ledro.

Studiò teologia a Padova; ordinato sacerdote nel 1821, già nel 1823 gli fu proposto da Pio VII la via al cardinalato, ma Rosmini declinò l’invito.

Il 4 marzo 1826, durante il soggiorno milanese, conobbe Alessandro Manzoni, con il quale ebbe una lunga frequentazione culturale così intensa e profonda, che da parte del Manzoni non si esaurì neppure dopo la morte dell’abate Rosmini stesso. I successivi colloqui di Stresa tra Rosmini – che vi si era ritirato in una sua villa – e Manzoni – nel periodo in cui Manzoni si rifugiò a Lesa dal 1848 per due anni, dopo il ritorno degli austriaci a Milano – furono alla base dell’indirizzamento del Manzoni verso il pensiero di Rosmini, dai cui colloqui nacquero alcuni tra gli Scritti filosofici e morali del Manzoni, quale quello Dell’invenzione (progettato nel novembre del 1849 e pubblicato nel 1850 tra le Opere varie) e Del piacere (1851).

Nel 1828 Rosmini fondò a Rovereto una Congregazione religiosa, l’Istituto della Carità – nel 1833 accresciuto del ramo femminile delle Suore della Provvidenza.

Sempre nel 1828 Pio VIII lo esortò a dedicarsi completamente all’attività dello scrivere. Addirittura, dal successore Gregorio XVI nel 1839 Antonio Rosmini fu pubblicamente riconosciuto per il valore della sua scienza teologica e morale (Lettera apostolica In sublimi, 20 settembre 1839).

Pio IX, poi, si servì di lui per incarichi diplomatici, ad esempio come ambasciatore presso lo il Regno del Piemonte. Rosmini lo seguì a Gaeta quando il Papa, il 24 novembre 1848, fuggì da Roma durante la Prima Repubblica Romana – governata dal triumvirato di Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini e Aurelio Saffi –, che aveva dichiarato decaduto il potere temporale del Papato.

Di tendenze liberali e contrario al potere temporale della Chiesa, Rosmini cercò anche di consigliare il Papa ad abbandonare la linea conservatrice circa le libertà politiche nello Stato Pontificio e di aprirlo al movimento nazionale (detto “risorgimentale”, appoggiato e divulgato anche da Alessandro Manzoni). Ma ormai Pio IX aveva imboccato definitivamente la via della difesa temporale del Papato e del conservatorismo in politica.

Successivamente, quando Rosmini inviò gli auguri al Papa nella Pasqua del 1849, Pio IX gli rispose in questi termini, sempre da Gaeta, il 10 aprile 1849:

“Con paterno affetto la esortiamo a riflettere sulle opere da lei stampate per modificarle, o correggerle, o ritrattarle”.

In effetti, nel 1849 erano state inserite nell’Indice dei libri proibiti due sue opere: Delle cinque piaghe della santa Chiesa e La costituzione secondo la giustizia sociale.

Di certo, Rosmini era circondato da avversari, nella cerchia clericale, proprio per le sue idee liberali e per la disapprovazione del potere temporale del Papato. Avvenne in effetti che la lettera con cui Rosmini rispondeva al Papa, nella quale dichiarava la propria obbedienza, non fu fatta recapitare al destinatario.

Del resto Pio IX così scrisse a Rosmini, quando costui volle fargli omaggio, ancora nel 1849, delle Operette spirituali appena stampate a Napoli:

“Sa, caro Abate, che non siamo più costituzionali?”, concludendo: “La costituzione è inconciliabile col governo della Chiesa e la libertà di stampa e di associazione sono intrinsecamente cattive. E per quanto riguarda le sue opere, ripeto quanto avevo già detto in ottobre, come si legge nel Diario della carità. Ella sa che ci sono persone che hanno la veduta corta di una spanna. Ora che vuole? Noi siamo obbligati a dare soddisfazione a tutti, perché sapientibus et insipientibus debitores summus”.

Questa dichiarazione sembra sottendere che il Papa, in fondo, condividesse le linee di politica ecclesiastica rosminiane, pur non potendole esplicitamente appoggiare per ragioni di Stato e per diplomazia, cioè perché bisognava tener conto della preponderante concezione tradizionalista in seno alla Curia romana e alle gerarchie vaticane.

Rosmini restò, invece, sempre un convinto sostenitore delle idee liberali. Si pensi che nel Panegirico per la morte di Pio VII, nel settembre del 1823, così si espresse:

“Quanto a me, per quell’incredibile affetto che a te porto, o Italia, o gran genitrice, innalzerò incessantemente questa devota preghiera all’Eterno:

Onnipotente che prediligi l’Italia, che concedi a lei immortali figlioli, che dall’eterna Roma per i tuoi Vicari governi gli spiriti, deh! Dona altresì ad essa, benignissimo, la conoscenza dei suoi alti destini, unica cosa che ignora: rendila avida di liberi voti e di amore, di cui è degna più che di tributi e di spavento: fa che in se stessa ella trovi felicità e riposo, e in tutto il mondo un nome non feroce, ma mansueto” (Rosmini, Panegirico, p. 131).

Da allora il nome di Rosmini fu iscritto dalla polizia austriaca nella lista dei cospiratori contro l’Impero.

Il Conciliatore Torinese, una rivista periodica aperta alle tesi conciliatoriste, favorevole al processo dell’unità d’Italia e incline al superamento del potere temporale del Papato, pubblicò un articolo intitolato Una nuova infamia dell’Austria, in cui si rivelavano le mire della polizia austriaca contro Rosmini:

«Siamo assicurati da un nostro corrispondente di Milano, ben informato e degno di fede, che il Feld Maresciallo ha testé commesso a tutti i suoi scherani di polizia un ordine segreto di arrestare, se mai capitasse fra i paterni artigli dell’aquila imperiale, un uomo integerrimo, un personaggio rispettato da tutti i partiti, un venerabile unto del Signore, uno scrittore di fama cosmopolita, un candidato alla sacra porpora, un portento d’ingegno, di erudizione e di virtù: insomma il gran filosofo Antonio Rosmini» (Gaddo).

Rosmini condusse dunque una vita di grande amarezza, incompreso, bistrattato, umiliato per le sue idee liberali e per qualche concezione filosofica ritenuta eterodossa rispetto alla dottrina cattolica.

Per tal motivo egli, alla fine, si ritirò nella sua villa a Stresa. Lì ebbe, come ho detto, il piacere di essere frequentato dal Manzoni.

Va ricordato un suo principio di vita, che egli mise in pratica coerentemente ad una sua concezione esposta negli scritti ascetici. Portato per carattere a comandare e ad agire freneticamente e al contempo a dedicarsi alla “passione” intellettuale, a 24 anni decise di scendere nel profondo di sé, per capire meglio quali fossero le sue doti e per prepararsi a metterle a frutto. Chiamò questa attitudine “principio di passività”. In tal modo si dedicò consapevolmente alla realizzazione dei suoi Istituti di perfezione e anche allo studio intellettuale.

Il principio di passività consiste nel rinunciare a voler fare per forza quello che uno ha in mente di fare; nel rifiutare di volere per forza pervenire a risultati ed esiti che verrebbe da aspettarsi dalle proprie opere e dalla propria attività. In altri termini, significa abbandonarsi al principio della Vita: aderire in tutto e sempre al Bene e guardare solo alla Giustizia.

Cenni sul pensiero di Rosmini

Antonio Rosmini Serbati è conosciuto soprattutto come filosofo, nel panorama della cultura italiana dell’Ottocento.

Non sembri eccessivo. Patrono dei filosofi, in ambito cattolico, è ritenuto Tommaso d’Aquino. Indubbiamente il valore basilare di Tommaso d’Aquino nella filosofia cristiana ha una solida tradizione plurisecolare. La sua importanza non consiste tanto in novità di pensiero, magari ardite e sconvolgenti; consiste essenzialmente nella operazione di spiegare le verità della teologia razionale con gli strumenti concettuali aristotelici. Una operazione dunque che ha cercato di dare sistematicità filosofica alle verità cristiane – creazione, immortalità dell’anima, unicità di Dio, attributi di Dio come causa e fine di tutte le cose, ecc. –, servendosi del pensiero aristotelico. La filosofia aristotelica sembrò infatti a Tommaso d’Aquino più rigorosa rispetto a quella di Platone, che fino a Tommaso d’Aquino, appunto, dominava nelle scuole universitarie medioevali.

Ma ormai nell’Ottocento il tomismo, con l’impostazione aristotelica riassorbita da Tommaso d’Aquino, incominciava ad andare in crisi, sottoposta alle critiche ad esempio di Immanuel Kant e poi di Friedrich Hegel.

Rosmini operò un cambiamento altrettanto importante, nella cultura cristiana ottocentesca, cercando di assorbire una prospettiva kantiana adattandola alla concezione cristiana.

Si contrappose sia al sensismo (che era alla base fondamentalmente dell’Illuminismo), sia all’Idealismo – il quale pretendeva che la filosofia, cioè la ragione, possa conoscere l’Ente reale e assoluto così come Esso è.

Traendo appunto le mosse da Kant, Rosmini sostenne che l’idea di Dio è innata. Intendeva tale principio in questo senso: perché l’intelletto possa conoscere l’essere – cioè tutto e ciascuna cosa –, occorre che abbia già in sé l’idea dell’essere. Certo, essa è l’idea di Dio non in quanto Dio, ma in quanto essere. Pertanto la concezione rosminiana non implicava affatto che proprio Dio sia intrinseco al conoscere naturale, cioè che proprio Dio sia alla portata della natura creata – come interpretavano i suoi accusatori – e non invece trascendente la natura creata.

Prima di Rosmini, la filosofia cristiana tradizionale partiva dal mondo, per arrivare a dimostrare Dio, sempre nell’ambito della speculazione razionale. Rosmini partiva invece dall’idea di essere indeterminato che l’uomo ha già innata.

Su questo punto sono sorte incomprensioni e critiche nei confronti di Rosmini; ma esse erano condizionate dalla mentalità abituata a pensare secondo i criteri aristotelici. Oggi si ammette invece che questa visione filosofica non ha nulla di contrario alla dottrina cristiana, secondo la quale Dio è totalmente al di là delle capacità naturali dell’uomo.

Come pensatore politico Rosmini combattè la “statolatria”, conseguenza dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. Per il Rosmini lo Stato deve solo limitarsi a garantire i diritti dei singoli, a regolare i “rapporti tra le famiglie”, a rendere possibile “la conservazione e l’aumento ordinato delle proprietà”.

Idee basilari di Rosmini sulla società è che la giustizia, con le sue conseguenze anche pratiche, è il fondamento della felicità dei popoli, alla quale la politica deve esclusivamente indirizzarsi.

Perciò, l’azione politica e il governo del Paese non sono legati all’interesse di gruppi, di ceti sociali, di una ideologia o l’altra o di una categoria o l’altra di persone.

Una delle funzioni dello Stato è di provvedere alle condizioni dei poveri. Il principio che deve regolare lo Stato è la giustizia: il principio della giustizia è superiore a qualsiasi potere, compreso quello legislativo. Così egli propose – e in ciò anticipò i tempi – una Suprema Corte di giustizia (“Tribunale politico”), eletta dal popolo, con il compito di giudicare non solo l’eventuale incostituzionalità delle leggi votate in Parlamento (ciò corrisponde all’attuale Corte Costituzionale), ma anche qualunque violazione del diritto naturale: il diritto dell’essere persona.

Egli fu dunque liberale. Però, non lo fu non in senso del liberalismo laico dell’epoca.

Egli sviluppò un concetto di persona che non collimava molto con quello liberale. Per Rosmini, la persona non è soltanto un individuo realmente esistente dotato di natura razionale: che corrisponde al concetto liberale, appunto, di persona. Per Rosmini, la persona è un “individuo sostanziale intelligente, in quanto contiene un principio attivo, supremo, incomunicabile”.

In altri termini, sul piano concreto e nelle conseguenze pratiche e giuridiche, la persona non è un individuo-cittadino soltanto: un individuo su cui lo Stato possa legiferare a suo piacere come se l’individuo fosse un essere della natura. La persona non è solo un individuo che svolge attività – comprese quelle interne. Questo è l’individuo-natura. L’individuo-persona è l’essere morale, cioè capace e libero di scegliere il bene e il male. Questo concetto di persona è ovviamente alla base per sostenere le scelte morali e religiose della persona, anche se cittadino come membro della società civile.

Rosmini accusò la dottrina liberale del tempo e le normative dello Stato liberale di violare i diritti della persona in queste leggi, per esempio: il matrimonio civile imposto ai popoli cattolici; la soppressione degli Ordini religiosi; l’eliminazione dell’insegnamento cristiano nelle scuole.

Da notare che Rosmini sostenne il movimento risorgimentale, perché ogni popolo, che giunge a maturità civile, ha il diritto di costituirsi come nazione, il diritto all’autodeterminazione; ma ha anche avvertito, in seguito, il pericolo degli egoismi nazionali.

Altra particolarità di Rosmini è che egli negava il suffragio universale nelle elezioni politiche: accordava il diritto di voto a chi contribuisse al benessere della società. A suo avviso, l’estensione del voto a tutti i cittadini conduce alla demagogia.

In ordine cronologico, pubblicò le seguenti opere, tra quelle principali: Dell’educazione cristiana (1823), Nuovo Saggio sulla origine delle idee (1830), Delle cinque piaghe della Santa Chiesa (redazione iniziata nel 1832), II rinnovamento della filosofia in Italia (1836), contro un libro del Mamiani dello stesso titolo, Antropologia in servizio della scienza morale (1938), Filosofia della politica (1839), II Trattato della coscienza morale e la società e il suo fine (1839), Filosofia del diritto (1841-1845), Teodicea (1845), Psicologia (1846-1850), Introduzione alla filosofia (1850-1851), Logica (1854).

Tra le opere postume: La Teosofia, di cui fa parte Il Divino nella Natura (1858), dedicato al Manzoni, il quale assomma, a detta del Rosmini, le qualità del poeta e quella del filosofo, binomio che solo Alessandro Manzoni possiede, unico fra tutti gli italiani; segue poi il Breve schizzo dei sistemi di filosofia moderna e del proprio sistema (1881).

L’opera forse più conosciuta e su cui mi piace soffermarmi un po’ è quella intitolata Le cinque piaghe della Chiesa.

Il pensiero che ispirò l’Autore in questo scritto risulta straordinariamente anticipatore degli sviluppi storici successivi e permette quindi di affermare che il pensiero stesso fu estremamente lucido e profetico.

Tra l’altro, l’Autore scrisse che “nell’ordine della divina Provvidenza si prepara[va] un rimescolamento delle nazioni” che avrebbe avuto come esito quello di “liberare la Chiesa di Cristo”, intendendo la liberazione dal potere temporale del Papato e quindi dalla stretta connessione – che per un verso era sottomissione come per converso era pretesa di predominio – nei confronti dei poteri politici del mondo; e avrebbe avuto come esito anche quello di “favorire l’unione della gerarchia, tutto intorno al suo centro: il Papa” – di contro alle tendenze nazionaliste della Chiesa che si erano manifestate dal Seicento all’Ottocento (gallicanesimo, febronianesimo).

L’opera Le cinque piaghe della Chiesa è suddivisa in cinque capitoli (corrispondenti ciascuna ad una piaga, paragonata alle piaghe di Cristo). In ogni capitolo la struttura è la medesima:

1) un quadro ottimistico della Chiesa antica;
2) un fatto nuovo che cambia la situazione generale (invasioni barbariche, nascita di una società cristiana, ingresso dei vescovi nella politica);
3) la piaga;
4) i rimedi.

Prima piaga. Della piaga della mano sinistra: la divisione del popolo dal clero nel pubblico culto. Nell’antichità il culto era un mezzo di catechesi e di formazione e il popolo partecipava al culto. Poi le invasioni barbariche, la scomparsa del latino, la scarsa istruzione del popolo, la tendenza del clero a formare una casta hanno eretto un muro di divisione tra il popolo e i ministri di Dio. Rimedi proposti: insegnamento del latino, spiegazione delle cerimonie liturgiche, uso di messalini in lingua volgare.

Seconda piaga. Della piaga della mano dritta: la insufficiente educazione del clero. Se un tempo i preti erano educati dai vescovi, ora ci sono i seminari con “piccoli libri” e “piccoli maestri”: dura critica alla scolastica, ma soprattutto ai catechismi. Rimedio: necessità di unire scienza e pietà.

Terza piaga. Della piaga del Costato della S. Chiesa: la disunione dei Vescovi. Critica serrata ai vescovi dell’ancien règime: occupazioni politiche estranee al ministero sacerdotale, ambizione, servilismo verso il governo, preoccupazione di difendere ad ogni costo i beni ecclesiastici, divenendo “schiavi di uomini mollemente vestiti anziché apostoli liberi di un Cristo ignudo”. Rimedi: riserve sulla difesa del patrimonio ecclesiastico, accenni espliciti di consenso alle tesi sulla rinunzia alle ricchezze e allo stipendio statale per riavere la libertà.

Quarta piaga. Della piaga del piede destro: la nomina dei Vescovi abbandonata al potere laicale. Rosmini compie una approfondita analisi storica sull’evoluzione del problema e critica i concordati moderni con cui la S. Sede ha ceduto la nomina al potere statale (e, accenna prudentemente, per avere compensi economici). Rimedi: non è molto chiaro, propone un ritorno all’elezione dei fedeli.

Quinta piaga. Della piaga del piede sinistro: che è la servitù dei beni ecclesiastici. Rosmini sostiene la necessità di offerte libere, non imposte d’autorità con l’appoggio dello Stato, rileva i danni del sistema beneficiale, propone la rinuncia ai privilegi e la pubblicazione dei bilanci.

L’opera, iniziata nel 1832 e finita l’anno dopo, venne per opportunità pubblicata dal Rosmini nel 1848.

Nel 1854 la S. Congregazione dell’Indice, sotto Pio IX, dichiarò che le sue opere non contenevano nulla contro la fede cattolica; ma il Decreto “Post obitum”, del 14 dicembre 1887, sotto Leone XIII, indicava Quaranta Proposizioni, tratte dalle opere di Rosmini, “non consone, a quanto sembra, con la dottrina cattolica”.

La fama dell’abate Antonio Rosmini mutò decisamente, sia pure a gradi, nel corso del Novecento. Giovanni XXIII, verso la fine della sua vita, si rivolse anche all’insegnamento spirituale di Rosmini esposto nelle Massime di Perfezione Cristiana; Paolo VI elogiò anche pubblicamente sia l’istituzione religiosa, cioè l’Istituto della Carità, sia, in un discorso alla Federazione Universitari Cattolici Italiani, il 2 settembre 1963, il pensiero di Rosmini e tolse il divieto di pubblicazione dell’opera Delle cinque piaghe della Santa Chiesa. Fu poi Giovanni Paolo II ad annoverare Rosmini “tra i pensatori più recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio” (Lettera enciclica Fides et ratio) e ne consentì l’introduzione della causa di beatificazione, conclusasi nella sua fase diocesana novarese il 21 marzo 1998.

Siglario dei testi citati

Gaddo: Giovanni Gaddo, «Rivista rosminiana», anno XXIV, fasc. V, 1930.

Rosmini, Panegirico: Antonio Rosmini, Panegirico alla santa e gloriosa memoria di Pio Settimo Pontefice Massimo, Eredi Soliani Tipografi Reali, Modena, 1831.


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