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Esposizione scritta per la Conferenza

Pellegrinaggio a Gerusalemme
di Jost von Meggen

tenuta alla
XVI Festa Internazionale della storia
Bologna, 26 ottobre 2019

nella cripta della chiesa del Crocifisso
della Basilica di Santo Stefano

Relazione

L’autore

Jost (latinizzato Iodicus) von Meggen (Baden, 1507 o 1508 – Lucerna, 17 marzo 1559), l’Autore del diario di viaggio, è egli stesso degno di nota. Si colloca alle origini della costituzione del Corpo delle Guardie Svizzere papali. Nel 1548 fu incaricato da Paolo III alla sua difesa personale con altri duecento svizzeri. Ciò avvenne dopo che lo stesso Paolo III ebbe esonerato le guardie tedesche che erano state assoldate da Clemente VII su istanza dell’imperatore in luogo degli svizzeri uccisi nella presa di Roma. Va ricordato che già Sisto IV, soprattutto nel 1480, aveva effettuato reclutamenti regolari per la difesa personale, ma il fondatore di questo corpo scelto fu Giulio II, con comunicazione del 21 giugno 1505[1].

Il Meggen apparteneva a una rinomata famiglia del nascente patriziato lucernese, attiva nel ramo imprenditoriale che in epoca rinascimentale era di importanza strategica[2] – ciò va tenuto presente per comprendere molte sue osservazioni di viaggio. Da ragazzo ricevette l’educazione militare obbligata per chi era destinato a cariche pubbliche, ma presto si dedicò allo scibile umanistico e viaggiò all’estero per motivi di studio[3] – e anche ciò va tenuto presente quando si legge il suo diario.

Nel 1532 tornò a Lucerna. Qui, l’orientamento della sua vita ricalcò le orme paterne[4]. Stabilitosi ben presto a Roma, tra il 1533 e il 1548 ebbe diversi incarichi amministrativi e politici, tra cui quello di ambasciatore dei Quattro Cantoni presso l’allora papa, Paolo III. Da questo contatto nacque nel 1548 la sua nomina da parte del medesimo Paolo III a Capitano della Guardia Pontificia. Egli assunse il ruolo nelle Guardie Svizzere con spirito di difensore della Chiesa intera, e non solo della persona del Sommo Pontefice. Del resto induceva a questa prospettiva la temperie storica, quella della lotta tra confessioni cristiane. Certo è che si dedicò al suo compito persino a sue spese[5] e gli fu rinnovato l’incarico da vari pontefici (Giulio III, di Marcello II e di Paolo IV) fino alla morte. Non è estraneo all’impegno prodigato dal Meggen il fatto che si sarebbe poi disposto, nel 1565, da parte dell’allora pontefice Pio IV, che il Capitano della Guardia Pontificia sarebbe dovuto essere sempre un lucernese.

Il manoscritto, l’edizione, la mia traduzione

Il manoscritto autografo, in lingua latina, è conservato presso la Zentralbibliothek di Lucerna[6].

Il manoscritto, prima di passare all’ente pubblico lucernese, era stato acquistato a Roma da Theodor von Liebenau[7] con la mediazione del Cappellano della Guardia Pontificia, Emmanuele Corragioni d’Orelli[8]. Il manoscritto era conservato a Roma, dato che sia l’Autore, sia, in seguito, il curatore dell’edizione erano Comandanti delle Guardie Svizzere a Roma: l’Autore, dal 1549 alla morte, nel 1559; il curatore dell’edizione, dal 1566 al 1592, prima come Capitano, poi come Colonnello Generale.

La definitiva redazione manoscritta comprende l’intervento correttivo dell’umanista Andreas Maes (latinizzato Masius)[9]. L’Autore aveva già fatto revisionare il testo dal teologo Johann Heinrich Bullinger.

Il manoscritto era pronto appena dopo la revisione del Masius, alla fine del 1546. Fu pubblicato da un cugino dell’Autore, Jost Segesser von Brunegg, solo nel 1580, a Dillingen presso Johannes Mayer, con la dicitura: Iodici à Meggen Patricii Lvcernini, Peregrinatio Hierosolymitana. Bisogna dire che all’Autore interessava essenzialmente la dimostrazione del compimento del viaggio, anche se aveva avuto molta cura perché la redazione e l’edizione del diario di viaggio fossero ineccepibili.

Io ho tradotto il testo da un esemplare dell’edito, esattamente quello conservato alla Biblioteca Civica ‘Angelo Mai’ di Bergamo[10]. Il volume consta di 246 pagine, in ottavo, con divisione in capitoli e capoversi decorati. L’esemplare bergamasco fu donato alla Biblioteca Civica ‘Angelo Mai’ da mons. Giuseppe Locatelli, che risulta l’ultimo proprietario dopo vari passaggi successivi alla requisizione napoleonica dei beni ecclesiastici; due esemplari sono presso la Zentralbibliothek di Lucerna[11]; un altro, scomparso, era presso la Bibliotheca Custodialis di Gerusalemme.

La mia traduzione dal testo originale latino è la prima in una lingua moderna. Il libro è stato pubblicato nel 1999 con il patrocinio della Fondazione svizzera Pro Helvetia e comprende lo studio introduttivo di Annalisa Mascheretti Cavadini[12]. Il progetto si collocava nell’ambito degli studi di Storia del cristianesimo dell’Università degli studi di Milano, del cui titolare, Attilio Agnoletto, ero collaboratore fin dal 1974.

Sul piano letterario, la mia traduzione presenta un registro linguistico dallo stile medio, che rasenta quello parlato: stile che mi è congeniale nelle opere narrative.

Le ragioni del pellegrinaggio

Il pellegrinaggio in Terra Santa era stato già praticato da suoi antenati, già dal 1454. Ad esempio uno zio di Jost, Johann von Meggen, colpito a morte con un’asta dai pirati tornando da Gerusalemme, era stato sepolto nel convento dei minoriti a Creta. Ma Jost von Meggen progetta il viaggio in vista della sua elezione a Cavaliere del Santo Sepolcro. Anche il suo scritto obbedisce a questo intento. Alla elezione all’ordine equestre gerosolimitano è dedicato un capitolo intero. Esso costituisce quella dichiarazione d’intenti che in altri autori era formalizzata, invece, o all’inizio dell’opera letteraria, o nell’epilogo. Va qui ricordata una referenza letteraria significativa: nella Storia dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Giorgio Giacomini, del 1971, è riportato integralmente il testo di Jost von Meggen riguardante il rito di investitura dei Cavalieri del Santo Sepolcro.

Io ho ritenuto coerente e doveroso riportare l’intero rito di elezione a Cavaliere del Santo Sepolcro, quale risulta dalla testimonianza diretta di Jost von Meggen.

Il Meggen compì il pellegrinaggio a Gerusalemme anche allo scopo di ottenere il titolo di cavaliere dello Speron d’oro: titolo che suo padre aveva ricevuto dal re Francesco I[13]. Inoltre c’è da dire che il fine religioso non esaurisce la prospettiva del viaggio. Per il vero, a scopo religioso la pratica del pellegrinaggio da parte di Jost von Meggen risaliva agli anni giovanili, quando intraprese quello per il Santuario di San Michele Arcangelo in Bretagna. Ma nel suo lungo viaggio in Terra Santa emergono diverse altre prospettive. Esse sono culturali di ordine antropologico o etnico – usi, costumi, riti civili e religiosi, ordinamenti politici dei popoli con cui viene a contatto. Al riguardo è da sottolineare come l’Autore tenga a rimarcare la premura dei governatori musulmani a Gerusalemme perché i pellegrini non abbiano a patire nocumento da parte della popolazione locale e tiene a rammentare come siano stati alcuni devoti turchi a mantenere sempre accesa la lampada davanti a una immagine della Madonna, in una città, Cassìopi, distrutta proprio dalle armate turche.

Altre prospettive emergenti sono quelle storiche, naturalistiche, di ordine sia geografico, sia zoologico; economiche, commerciali, artigianali, agricole; militari, come l’organizzazione difensiva delle città.

Su ciascuno di questi aspetti di interesse o campi di attenzione da parte del pellegrino Jost von Meggen ho approntato una serie di appendici per offrire alcune esemplificazioni al riguardo.

I tempi del viaggio e il percorso

Il viaggio ha inizio a Lucerna l’8 maggio 1542. Prosegue per mare da Venezia (18 maggio) fino a Giaffa (23 agosto). Gerusalemme è visitata dal 27 agosto al 6 novembre; Santa Caterina al Sinai dal 19 settembre al 6 dicembre. Al ritorno, di nuovo in mare da Il Cairo (23 gennaio 1543) a Crotone (8 aprile). Prosegue a terra attraverso Roma – con una sosta di dieci giorni – fino a Lucerna, forse nel maggio del 1543.

Il percorso si rivela molto accidentato e problematico, per varie cause. Ne segnalo alcune.

In primo luogo, le navi di trasporto. I pellegrini sono serviti da navi di commercianti, e costoro hanno esigenze di approdi e itinerari che possono essere estranei ai fini dei pellegrini. I tempi si allungano. Ad esempio da Venezia a Giaffa trascorrono due mesi, ma quasi un mese è occorso per stazionare a Creta (8 giorni) e a Cipro (20 giorni). I proprietari della nave dovevano compiere carichi e scarichi delle merci o espletare pratiche burocratiche.

Poi, i rischi in mare, per burrasche o per bonacce. Ad esempio, per il tragitto da Giaffa ad Alessandria di Egitto, al ritorno, si va dal 9 settembre al 17 ottobre. I rischi provenivano inoltre, anch’essi potenzialmente letali, dalla presenza dei pirati che infestavano il Mediterraneo.

I rischi in terra erano poi molteplici, di vario genere e di varia entità. I briganti non erano da meno dei pirati, e tutte le traversie dovute agli uomini si aggiungevano alle asperità dei luoghi e avversità della natura.

Il racconto sembra d’avventura.

Anche al riguardo ho voluto offrire in appendice una serie, sia pur ridottissima, di episodi esemplificativi.

La visita complessiva della terra Santa, compresa Gerusalemme, dura undici giorni (27 agosto - 6 settembre). L’autore ha cura di notare tutto ciò che vede e incontra, non v’è dubbio. Tuttavia, sostanzialmente riproduce le indicazioni che si leggono nei manualetti in uso dei pellegrini.


Note

[1] La Guardia Svizzera all’epoca della sua prima costituzione, avvenuta ufficialmente il 21 gennaio 1506, era guidata da Peter von Hertenstein e da Kaspar von Silenen.

[2] Da suo padre, Werner, fu da giovane inserito nella vita militare partecipando alla guerra svizzera contro Massimiliano II, poi militò sotto i re di Francia, fu nominato cavaliere dello Speron d’oro da Francesco I e prese parte alle guerre cosiddette di religione tra i Cantoni e Zurigo. Infine fu avoyer (la carica suprema equivalente a console) di Lucerna.

[3] Frequentò a Basilea Enrico Glareano, che all’epoca vi teneva lezioni pubbliche, poi andò ad Orléans in Francia, per apprendere il francese. Per imparare bene l’italiano dimorò presso il Marchese di Monferrato, Giovanni Giorgio Paleologo, tra il 1530 e il 1533. Conosceva anche il greco, il latino, lo spagnolo e un po’ anche l’ebraico, il portoghese e il fiammingo.

[4] Fu governatore delle Terme di Baden in Ergovia, come già suo padre, che era nato in quella città – e proprio lì nacque appunto il figlio Jost. Poi sostituì il padre in Senato.

[5] I compiti del Capitano delle Guardie Svizzere includeva, all’epoca, quello di reclutare i soldati. Ciò avveniva soprattutto nelle zone montane, poiché il servizio militare vi costituiva uno sbocco occupazionale per molta parte della gioventù. Jost von Meggen anticipò al tale scopo la cifra di 40.000 corone, poi non completamente rimborsata dalla Sede Apostolica.

[6] Collocazione: KB Pp Msc 21.4°. Si tratta di un volume in quarto di 98 fogli (numerati in alto a destra sul recto), con 23-24 righe per pagina e campo scrittorio di cm 17,5x11,5.

[7] Theodor von Liebenau (Lucerna 1840-1914), archivista, storico svizzero e membro della Società di Ricerca sulla storia della Svizzera. Impiegato all’Archivio di Stato di Lucerna nel 1866, nel 1871 fu nominato Archivista di Stato.

[8] Lettera del Dott. Peter Kamber, Bibliothekar del Zentralbibliothek di Lucerna (20 dicembre 1988). Per la notizia del ruolo rivestito da mons. Emmanuele Corragioni d’Orelli, cfr. «L’Osservatore Romano», Informazioni particolari ed ultimi dispacci, 7 gennaio 1915.

[9] Lettera del 20 novembre 1546.

[10] Collocazione: Cinq 1,670.

[11] Collocazioni: KB F1 185f; BB 373, 8°.

[12] Si tratta della tesi di laurea, La peregrinatio hierosolymitana di Jost von Meggen (1542), sostenuta all’Università degli studi di Milano, Facoltà di Lettere e Filosofia, 1988-1989.

[13] L’Ordine della Milizia Aurata, detto anche Ordine dello Speron d'oro, è un Ordine cavalleresco conferito dalla Sede Apostolica a chi ha contribuito all’affermazione della Chiesa cattolica, con vari mezzi, quali le armi, gli scritti, o con altre opere illustri. Le sue modifiche giuridiche sono complesse e non rientrano nel mio studio. Ricordo soltanto alcuni tra i più noti personaggi insigniti del titolo: oltre il primo in ordine cronologico, cioè Palla Strozzi, banchiere fiorentino (1372–1462), Raffaello Sanzio (1483-1520), Tiziano Vecellio (1488-1490–1576), per conferimento di Carlo V imperatore, Giorgio Vasari (1511-15749), Giacomo Casanova (1725–1798), Wolgang Amadeus Mozart (1756–1791), Niccolò Paganini (1782–1840), Mohammad Reza Pahlavi (1919–1980) e, ultimo in ordine cronologico, Giovanni di Lussemburgo (1921-2019), granduca di Lussemburgo.

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