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Francesco d’Assisi “semplicemente uomo”

Venerdì 3 dicembre 2010
Milano, Circolo Filologico Milanese

Presentazione dell’argomento

Francesco d’Assisi risulta uno dei personaggi storici più noto, almeno nel mondo occidentale. Del resto, la sua figura si presta a essere divulgata ed esercita un fascino immediato, grazie anche all’immagine che di lui ha lasciato quel meraviglioso scritto anonimo, in volgare del Trecento italiano, che si intitola I fioretti di san Francesco.

Ma quale fosse la sua personalità e che cosa egli volesse esattamente, ciò è un’altra questione. Non che la sua immagine, così come è, sia del tutto falsa; ma è distorta e in parte inventata (a parte quella che è offerta da I fioretti stessi).

Ancora vivente, frate Francesco si trovò costretto a fronteggiare una linea di vita, voluta dai nuovi seguaci e sostenuta dal potere ecclesiastico, completamente diversa da quella originaria da lui concepita, tanto che nel 1224, due anni prima di morire, si distaccò, di fatto ma non ufficialmente, dalla comunità dei frati.

(E quando morì rifiutò, ad esempio, i preparativi alla sua sepoltura che avrebbero dovuto mettere in atto i frati e chiese invece, espressamente, mediante lettera dettata, che tali preparativi fossero approntati dalla sua grande amica, Jacopa: a cui chiese, sempre poco prima di morire, i soliti dolcetti che ella era abituata a preparargli con le proprie mani, quando, a Roma, i due si incontravano: normalmente, a casa di lei, quando lui stava stava bene; nella celletta di un ospedale – la quale attualmente è situata a San Francesco in Ripa, in Trastevere -, quando lui stava male).

Dato che è occorso di ricordarla, diciamo subito, a mo’ di esempio, che questa pagina della vita di Francesco, così come tantissime altre, non è stata cancellata: è stata trasformata di senso, con piccoli particolari modificati, diventando pertanto un qualcosa di diverso da quello che era nella realtà originaria.

In linea generale, la personalità di frate Francesco fu profondamente trasformata.

Come sia accaduta una tal cosa, cioè che i dati biografici siano stati trasformati di senso, è dipeso dalla distanza mentale, appunto, che si venne a creare tra frate Francesco e i suoi seguaci successivi alla generazione dei primi compagni.

Successe infatti che la linea dei frati intenzionati a trasformare l’ideale originario di Francesco in una istituzione religiosa come le altre – impostata all’ascetismo da una parte e, al contempo, alla magnificenza e al conseguimento del potere nella società ecclesiale -, ebbe il sopravvento e arrivò a una decisione drastica, nel 1266: far bruciare tutte le memorie scritte intorno al loro fondatore e conservare solo la biografia redatta da Bonaventura da Bagnoregio – detta Legenda maior.

La biografia redatta da Bonaventura, ministro generale nel 1257, obbediva alla nuova linea trasformatrice e seguiva due direttrici strettamente connesse:

1) l’una, presentare un “inimitabile”, un fenomeno al-di-là-dell’ordinario, irripetibile, unico, un “mito” (o un “uomo-angelo”, per usare un’espressione agiografica);

2) l’altra, escludere di conseguenza che il progetto di vita di costui potesse essere vissuto da altri; perciò, adeguare la forma di vita e l’ordinamento della famiglia francescana alle modalità degli altri Ordini.

(Fu così che l’iniziale Ordine francescano, seguendo una tale linea, fu detto dei “conventuali”: pur avendo la Regola di san Francesco, grazie a interventi giuridici pontifici esso arrivò al “possesso dei conventi” – da cui il nome. Il che era l’esatto contrario del progetto di frate Francesco).

La trasformazione che ne seguì fu globale, generale, totale, nella direzione della monasticizzazione e della clericizzazione (di cui qui non parlo).

E gli scritti bruciati? Erano le biografie più vicine cronologicamente alla vita di Francesco – quelle di Tommaso da Celano – e soprattutto più vicine moralmente: le memorie dei primi compagni di frate Francesco, di coloro che lo avevano seguito fin dall’inizio, “nos qui cum eo fuimus” – dicevano di sé -, “noi che abbiamo vissuto con lui”. (Tra questi scritti non rientrano, quindi, I fioretti, redatti nel Trecento: di cui c’è da segnalare che l’anonimo redattore rispecchiava l’ideologia della corrente che si opponeva alla nuova linea trasformatrice).

Il caso volle che alcuni abati dei monasteri benedettini, tra quelli che detenevano gli scritti da bruciare, non consegnarono i codici da bruciare, non si sa se per scelta o per trascuratezza. Se ne è avuta conoscenza quando, alla fine dell’Ottocento, grazie all’impulso storiografico di studiosi protestanti, l’affascinante personaggio d’Assisi fu studiato con approccio scientifico: si scovò nelle biblioteche benedettine e furono rinvenuti alcuni codici – per qualche testo, addirittura una sola copia – degli scritti di cui era stato imposto il rogo.

Da allora gli studi storici e filologici su Francesco d’Assisi si svilupparono tanto, che oggi il francescanesimo risulta la materia più trattata nell’ambito della storia mediovale, a livello sia italiano, sia internazionale.

Ma noi ci fermiamo semplicemente alla domanda su chi sia stato frate Francesco e quale fosse il suo progetto di vita per sé e per chi lo avesse voluto seguire.

Egli ebbe l’ispirazione di seguire «il vangelo – così diceva – «puramente e semplicemente», cioè senza alcuna interpretazione circa il suo nucleo essenziale. Ne colse il nucleo essenziale innanzitutto nella minorità – da cui il nome di “minori” dato ai suoi seguaci – che è l’opposto di “maggiorità”.

Minorità comportava, innanzitutto, essere non al di sopra.

Ad esempio, ciò escludeva accedere a cariche ecclesiastiche. Quando, tra il 1219 e il 1220, il cardinale Ugolino di Segni propose a Domenico di Guzman e a Francesco d’Assisi di accettare per i loro frati la carica di vescovo, Francesco rispose così: «Signore, i miei frati proprio per questo sono stati chiamati Minori, perché non presumano di diventare maggiori [Matteo, 20, 26]. Il nome stesso insegna loro di rimanere in basso […]. Se volete che portino frutto nella Chiesa di Dio, manteneteli e conservateli nello stato della loro vocazione, e riportateli in basso anche contro la loro volontà. Per questo, Padre, ti prego: “[…] non permettete in nessun modo che ottengano cariche» (Tommaso da Celano, Vita seconda, cap. CIX, 148. Cfr. Bonaventura da Bagnoregio, Leggenda Maggiore, VI, 5; Specchio di perfezione, 43). (Ma già nel 1241 ci fu il primo frate francescano vescovo, Leone da Perego).

Ma minorità significava, nel progetto di frate Francesco, essere inferiore: essere al di sotto degli altri.

In particolare, nei confronti di qualsiasi prete, per quanto malfamato e di basso rango sociale. “E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e trovassi sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà […] e non voglio in loro considerare peccato” (Testamento). (All’epoca, accadeva che tanti predicatori – chiunque poteva avere la licenza di predicare – si ritenevano “profeti” e non facevano conto del volere dei parroci, invero spesso disonesti; oltre a ciò, gli Ordini religiosi importanti erano esentati dalla giurisdizione episcopale – nel diritto si chiama “esenzione” dal vescovo).

Più ancora, la minorità era nei confronti di qualsiasi essere: umano, e non umano; vivente e persino inanimato.

Tra gli umani, ad esempio il ladrone. Quando egli venne a sapere che in una fraternità di frati alcuni ladroni, andati a chiedere da mangiare e da bere, erano stati allontanati, frate Francesco disse ai frati di andar proprio loro a cercare i ladroni, di portare loro cibo e vino e di servirli come loro padroni (I fioretti). Era il medesimo atteggiamento per cui – e propro questo atto Francesco d’Assisi considerò l’inizio della sua nuova vita egli si accostò al lebbroso, arrivando poi a mangiare addirittura nella stessa scodella: il medesimo atteggiamento, per il fatto che il lebbroso era ritenuto un relitto sociale, il peggio che si potesse concepire tra i cristiani.

Non si tratta di “buonismo”. Si tratta del sentimento del minore, che si fonda sulla scelta di vita secondo cui chiunque altro è maggiore. (È questo l’atteggiamento da cui può derivare il cambiamento dell’altro: nel caso dei ladroni, costoro cessarono di derubare e cambiarono vita).

Lo stesso sentimento fu quello di frate Francesco nei confronti di chi era ritenuto dall’opinione pubblica addirittura infimo, perché infedele: il musulmano. Quando egli si recò dai saraceni, durante la pausa di una guerra in atto, il Saladino, dopo aver concesso a lui e ai suoi compagni di esporre in pubblico il Vangelo di Gesù, pregò frate Francesco di andarsene via: troppi avevano manifestato il desiderio di passare al cristianesimo e si correva il rischio di una destabilizzazione politica pericolosa.

La minorità nei confronti degli esseri viventi non umani: qui rimando al famoso episodio – invenzione de I fioretti estremamente significativa – del “fratello lupo” di Gubbio. Ma c’è un caso – e questo è un fatto reale – che riguarda “fratello fuoco”: quando, stando frate Francesco davanti a un camino, prese fuoco un lembo di un suo indumento, egli si oppose che il compagno spegnesse il fuoco (e il compagno dovette ovviamente ricorrere al superiore del luogo, perché frate Francesco gli obbedisse).

Essere minore, per frate Francesco, comporta essere sottomesso. Comporta che si accetti, anzi che si voglia l’altro come padrone. Con tutte le conseguenze. Così, negli ultimi giorni di vita, frate Francesco non volle che fossero cacciati i “fratelli topi” che lo tormentavano – egli stava disteso per terra.

Altrettanto, come minore obbediva a “sorella morte”.

Si dirà che si tratta di fratellanza. Certo. Ma nell’esperienza di frate Francesco la fratellanza è quella, e solo quella, che discende dalla minorità. Svincolata dal sentimento di minorità, la fratellanza è altro atteggiamento.

Sempre sul fondamento della minorità va vista la povertà di frate Francesco. La povertà è la sua caratteristica peculiare – tutti lo sanno -, tanto che egli è chiamato “il poverello d’Assisi”. Ma vediamo in che cosa essa consista. Si tratta della più grande rivoluzione nella storia religiosa della cristianità.

Prima e al di fuori della comunità creata da frate Francesco – ma in seguito anche nella sua comunità, divenuta ormai un Ordine religioso, e poi in tutti gli Ordini francescani successivi -, la povertà era concepita come virtù ascetica. Così intesa era stata, era e sarebbe poi stata, sempre, esclusivamente individuale, tale per cui il singolo religioso, a livello materiale, non poteva disporre di beni economici di sua proprietà; a livello interiore, non doveva acconsentire alla tendenza al possesso di beni economici goduti come esclusivamente suoi. Tale povertà comportava, però, il possesso di beni economici da parte della comunità religiosa come entità giuridica e morale. In parole povere, i conventi e l’Ordine religioso erano possidenti. La povertà professata dai singoli membri dell’ente religioso, anzi, non faceva che agevolare a dismisura, sul piano economico, l’arricchimento dell’ente religioso, per la ragione facilmente comprensibile. In una comunità ricca, poi, la povertà dei singoli diventava puramente astratta: i singoli membri vivevano – e vivono – nell’opulenza.

Francesco d’Assisi comprese che la povertà dovesse essere di tutta la comunità dei frati. Solo a questa condizione si sarebbe garantita la povertà anche dei singoli frati.

Ma rivoluzionario fu il suo concetto stesso di povertà. E qui rientra il principio della minorità. Egli volle, per sé e per i seguaci, la povertà non ascetica, ma reale. La povertà reale è quella sociale: è quella che vivono gli individui meno abbienti.

In pratica, il suo progetto era che si vivesse, materialmente, come vivono gli ultimi, nella società. Pertanto, concepì il lavoro manuale come fonte di sostentamento – ho detto, esattamente, manuale, perché il lavoro intellettuale appartiene alle classi che sono maggiori, che sono più elevate – e contemplò il ricorso alla elemosina, solo nel caso in cui i frati non venissero retribuiti. (Ciò è detto espressamente nella Regola). In pratica, egli si poneva – e voleva che i suoi seguaci si ponessero – al livello, appunto, più basso della scala sociale.

Questa è veramente la minorità: l’apice della minorità.

Un episodio interessante. Una volta, andando per strada, incontrò un povero assai più povero di lui e del suo frate compagno. Addolorato, disse al compagno: “La miseria di questo uomo ci fa grande vergogna e rimprovera sommamente la nostra povertà”.

“Perché, fratello?”, chiese il compagno.

E il Santo con accento triste: “Ho scelto per mia ricchezza e mia donna la povertà: ma ecco che rifulge maggiormente in costui. Non sai tu che si è sparsa per tutto il mondo la fama che siamo i più poveri per amore di Cristo? Ma questo povero ci convince che le cose non stanno così”.

[…] Perché allora sei avido di rendite, o [frate] ecclesiastico dei nostri giorni?” (Tommaso da Celano, Vita seconda, 84).

Per tal motivo egli si oppose alle mortificazioni corporali imposte come forme ascetiche: le mortificazioni corporali se le possono permettere chi s’ingrassa e vive bene, ma un povero lavoratore, o mal pagato o non pagato per niente, già patisce di per sé.

Questo sia detto per il sostentamento; per il resto, così scrisse, nel Testamento, come ricordo di sé e come esortazione per i suoi:

“E quelli che venivano per intraprendere questa vita, distribuivano ai poveri tutto quello che potevano avere, ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro e fuori, del cingolo e delle brache. E non volevamo avere di più”. (La Regola ribadiva questo preciso limite)

Quanto alle abitazioni (anche questo egli aveva scritto nella Regola), i frati potevano solo accettare, per il semplice domicilio e senza alcun diritto di proprietà, ovviamente, luoghi – abitacoli o eremi – messi a loro disposizione da qualche amico; inoltre, comunque, non dovevano accettare se non luoghi fisicamente poveri.

Ma pauper, «povero», nel Medioevo era opposto non solo a dives, «ricco», ma anche a potens, «potente», «importante nell’ordine sociale». Il pauper era colui che mancava di beni economici, ma anche colui che non aveva potere.

Un episodio significativo. Dopo che Francesco mandò alcuni frati in terra saracena, il 16 gennaio 1220 cinque di loro vennero uccisi in Marocco e furono considerati martiri. Quando Francesco seppe che ne era stata scritta una biografia che celebrava il loro martirio e intesseva le lodi dell’Ordine cui essi appartenevano, Francesco proibì che lo scritto fosse letto, poiché i frati da quel martirio traevano “motivo di gloria” (Giordano da Giano, Cronaca, 8).

Si tramanda inoltre che, quando si diffuse la notizia che presso la tomba di uno dei primi e dei più cari compagni di Francesco, Pietro Cattani, defunto, accadessero miracoli ai devoti visitatori, Francesco ordinò al defunto di non compierne più. I miracoli infatti generavano gloria e portavano danaro.

(Esattamente il contrario di quello che poi hanno fatto i frati francescani, come del resto i frati di tutti gli altri Ordini).

Povertà significava quindi, essenzialmente, e pregiudizialmente, essere estranei rispetto all’universo del potere, di qualunque tipo, di qualunque genere, di qualunque specie: ecclesiastico e non ecclesiastico, civile e non civile, economico e non economico, santo o non santo. Da ciò, il concetto di obbedienza di Francesco. Da ciò, il concetto di fraternità. Da ciò, l’armonia con l’esistente.

[Francesco d’Assisi, semplicemente uomo, 3 dicembre 2010, Circolo Filologico Milanese, Milano. Presentazione di Gabriele e Francesco. Orbi veggenti, di Francesco di Ciaccia, 1 giugno 2007, con la partecipazione di Giorgio Galli, Università degli studi di Milano, e Felice Accame, Libreria Odradek, Milano.]


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