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Il demoniaco secondo Federico Borromeo
(sulla base del De ecstaticis mulieribus, et illusis)

Libreria Esoterica Ecumenica 2
Milano, 15 novembre 2001

Negli ultimi anni della sua vita, Federico Borromeo ha prestato molta attenzione, dedicandovi diversi scritti, alla problematica demonologica. In un solo anno, il 1624, ha fatto stampare – il che equivaleva a ciò che oggi corrisponde all’operazione editoriale delle bozze di stampa – ben tre libri sull’argomento: De Providentia Dei et illius permissione cum malignis Spiritibus, De cognitionibus quas habent Daemones, Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum.

Questi libri sono stati motivati dalla necessità di approfondire alcuni aspetti del demoniaco che erano rimasti in ombra nella sua prima opera demonologica oppure che – come è precisamente dichiarato e puntualizzato per il De cognitionibus quas habent Daemones – avevano sollecitato interrogativi durante la redazione della medesima: il De ecstaticis mulieribus, et illusis, redatto espressamente con finalità pastorali e fatto stampare nel 1616.

Nel De Providentia Dei et illius permissione cum malignis Spiritibus è stato affrontato il problema delle ragioni e delle modalità per cui Dio permette l’azione del demonio nel mondo; nel De cognitionibus quas habent Daemones si è investigato sul quesito se i demoni siano sagaci, e quanto, nel loro intervento – sia cognitivo, sia operativo – nei confronti del mondo e dell’uomo; in Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum si è esposto e narrato come e dove il diavolo si palesi, fisicamente, attraverso i quattro elementi cosmici (aria, acqua, terra, fuoco).

La base del pensiero demonologico di Federico Borromeo si trova, comunque, nella prima sua opera su questa materia; e tuttavia, per trovare un’esposizione teologica della natura dei demoni, bisogna arrivare al De cognitionibus quas habent Daemones, che è in parte un’opera di genere teorico e argomentativo. In quest’opera è stata spiegata e illustrata, sulla falsariga ovviamente della dottrina cattolica, la vicenda originaria dei demoni. I demoni non sono altro che quegli angeli – sostanze puramente spirituali – i quali, postisi al seguito di Lucifero che si era ribellato a Dio loro creatore, perdettero lo stato di amicizia con Dio – lo stato di grazia soprannaturale –, cioè furono allontanati dalla presenza di Dio (in cui consiste il cosiddetto “paradiso”) e sprofondati in uno stato di vita lontano da lui (in cui consiste il cosiddetto “inferno”). Tali angeli “decaduti” – come si esprimeva e si esprime la teologia cattolica –, pur conservando, necessariamente, la loro natura spirituale con tutte le relative qualità immanenti ad essa – dato che una natura o essenza sostanziale resta sempre identica a se stessa –, persero alcune prerogative di cui essi godevano in virtù dello status gratiae, lo “stato di grazia”, e furono sottoposti a coartazioni, inibizioni, delimitazioni delle loro potenzialità innate, per volere di Dio e con intervento diretto di Dio o, con intervento indiretto, attraverso gli angeli buoni, affinché gli stessi demoni, ormai diventati cattivi, anzi cattivissimi, cioè ostili a Dio e a tutte le sue creature – e in primo luogo alle creature umane –, non facessero troppi disastri e danni a svantaggio del mondo e della specie umana.

Questa, in sintesi estrema, la concezione teologica e sostanzialmente anche dogmatica, recepita ovviamente anche da Federico Borromeo.

Me le idee sui demoni, cioè sul loro operare nel mondo, in mezzo agli uomini e negli uomini, non si sono fermate a questa dottrina teologica. Nella storia della civiltà cristiana e cattolica le idee sui demoni ebbero diverse configurazioni. Soprattutto dopo il Concilio di Trento, in quell’età che va sotto il nome di Controriforma, la demonologia divenne una branca dello scibile di grande rilievo, dato che sui demoni si svilupparono concezioni sempre più raffinate, al punto tale che sui demoni – come, pur in misura minore, sugli angeli buoni – si arrivò a precisarne e individuarne, con resoconti quasi da verbale giudiziario, descrizioni sulle loro attività ed operazioni, mappe sulla loro presenza, il tutto in maniera così particolareggiata, che sembra che all’epoca si sapesse (quasi) tutto di loro: abitudini, debolezze, modo di agire, modo di pensare, che cosa facessero in un posto o nell’altro, che cosa pensassero in un momento o nell’altro. Insomma, a noi oggi sembra che quasi nulla sfuggisse al pensiero dei sagaci uomini di allora circa i demoni, quanto ben poco sfuggisse ai demoni circa gli umani, sia esteriormente, sia interiormente.

Una delle idee più diffuse, direi dominanti, circa i demoni – un’idea sviluppata in Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum, sempre per quanto riguarda la produzione di Federico Borromeo – è il fatto che essi agissero fisicamente nel mondo, intervenendo su di esso, e si facessero vedere e sentire, sensorialmente. Quest’ultimo aspetto – il farsi vedere, per tentare ed ingannare gli uomini – è narrato in particolare nel De ecstaticis mulieribus, et illusis, essendo esso uno scritto pastorale, cioè utile per l’esercizio ministeriale dei sacerdoti e pastori d’anime i quali si trovavano facilmente ad incontrare – nel ‘600 era molto frequente – persone imbattutesi, volenti e nolenti, in incontri demoniaci.

Ed ecco il primo identikit del demonio (che traggo da Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum, cap. XXI):

«È certamente di notevole interesse il fatto che il demonio, quando per la prima volta ha fatto irruzione nel mondo, sia stato visto in forma di serpente. […]. I serpenti sono infatti, indubbiamente, vermi; e sono anche i vermi più schifosi tra quelli che si generano dalla materia in putrefazione. […]. Anche le altre forme dei demoni sono tutte brutte e disgustose. Nelle miniere d’oro sono chiamati omiciattoli o viruncoli, come dice Giorgio Agricola, e in qualche luogo appaiono come omiciattoli pelosi e irsuti. […]. Se si vuol sapere quale sia il motivo di questa deformità, tra gli altri è che il demonio vuol farsi temere, più che amare, perché anche con questa differenza si contrapponga alla bontà divina, che preferisce essere amata più che temuta. I demoni invece cercano mediante opere straordinarie ed incredibili dapprima l’ammirazione, poi il terrore; e sono così desiderosi di incuterlo, perché sia notorio che hanno il potere di atterrire anche senza alcuna apparizione e alcuno spettro».

Il demonio non era dunque inteso solo la causa “interiore”, il principio originario del male. A cavallo tra il ‘500 e il ‘600, e quindi anche in Federico Borromeo, il diavolo sembrava facesse l’attore di teatro, prendendo vere forme esteriori, a volte immaginative, a volte sensitive e corporee.

Mi piace qui trascrivere, sempre in mia traduzione giornalistica tratta dal mio libro Da Dio a Satana. L’opera di Federico Borromeo sul “Misticismo vero e falso delle donne” (l. III, cap. XXI), un episodio narrato da Federico Borromeo.

«Qualche anno fa apparvero ad una ragazzina, mentre si trovava da sola nella sua stanza, due diavoli sotto le sembianze di due ragazzi a cui un tempo ella era stata affezionata. Presentandosi in questa maniera, i demoni dissero che erano andati da lei per rivederla. La ragazza ebbe paura per timore della madre e, trepida, domandò loro come avevano fatto ad entrare, con il buio, senza essere visti da nessuno. I due si misero a raccontarle cosette piacevoli e gustose, di genere erotico, che la distrassero dalla noia della solitudine e l’attrassero visibilmente, con l’inganno. Ma quando la ragazza era ormai riscaldata e già era tutta ardente, i diavoli le si palesarono apertamente. Lei non si rifiutò e accettò la visita. Dopo un po’, formatasi una familiarità tra loro, i demoni persero il primitivo aspetto di giovani e assunsero quello di bestie. Con questo finto corpo continuarono ad andar da lei per i nefasti incontri carnali».

Il rapporto tra animalità e diavoleria era arrivato ad essere così stretto, che gli animali stessi si riteneva condizionassero le scelte del demonio. Il demonio ad esempio rifuggiva dal prendere le forme dell’agnello, poiché l’agnello è immagine di Cristo. Federico Borromeo inoltre assicurava che le operazioni infernali, gli influssi diabolici, insomma le diavolerie non succedono laddove ci sia odore, anche alla lontana, di agnello, come ad esempio tra i materassi di lana.

L’“animalità” delle forme demoniache e della loro tipologia (leoni, uccelli, caproni, gatti, ecc.) era anche spiegata in base al carattere del singolo demonio, che poteva essere effeminato, debole, fiacco, oppure virile, forte, ardimentoso. A parte le varie forme o d’uccelli o di leoni o di gatti o di altri animali simili, a seconda del temperamento del demonio, si riteneva che costui prediligeva quell’animale che è l’opposto immediato dell’agnello, cioè il caprone (“hircus”), oppure il classico nemico dell’agnello, cioè il lupo. Figure bibliche – lo ricorda il Borromeo –, queste bestie fanno parte della materializzazione del demonio. Nell’emisfero settentrionale, i demoni trasformano addirittura gli uomini in lupo: i famosi licantropi, a cui Federico Borromeo credette sulla testimonianza di viaggiatori.

La licantropia era conosciuta come un fenomeno di magia nera legato al culto di Giove Linceo e consisteva nella trasformazione di un uomo in lupo. Il mito era stato menzionato da Plinio il Vecchio (+ 79 a.C.) e vi aveva alluso già Virgilio. Nella cultura laica, la licantropia era semplicemente una forma di delirio – oggi la diremmo di natura isterica – consistente in agitazioni smaniose e in terribili paure che, dando l’impressione al malato di essere un animale feroce, lo spingeva a comportarsi come una belva, a frequentare luoghi selvaggi o cimiteri e ad emettere suoni somiglianti all’ululato del lupo (da cui il nome: lykos, lupo). In questa accezione ne parlò ad esempio Tommaso Campanella (1568-1639); ma nell’opinione dei demonologi la licantropia era diventata una diavoleria infernale, per la quale il demonio – ciò avveniva tra gli ottusi popoli del Nord, sostenne Federico Borromeo – ricopriva una persona con una pelle di lupo, spingendola quindi tra le campagne o anche per le città a combinare guai e a cacciare urla ferine. Non si trattava, però, di una trasformazione reale: era solo una sostituzione fantasiosa di forma. Un’alternativa era la seguente: il demonio trasportava il corpo della persona nei luoghi tipici delle fiere e dei lupi e lì la faceva vivere come un animale.

Il demonio, però, sembrava davvero molto furbo, se sapeva mutar maniera di presentarsi, a secondo del soggetto cui si manifesta. Sentiamo una indicazione di Federico Borromeo – ma riferita come opinione comune e non come sua personale – ed un racconto, dato come notizia (da Da Dio a Satana. L’opera di Federico Borromeo sul “Misticismo vero e falso delle donne”, l. III, cap. XXI):

«Alcuni sostengono che i demoni compaiono sempre con una nota peculiare fissa; da essa si riesce agevolmente a riconoscerli. Ad esempio, qualora assumano la forma umana, avrebbero le unghie dei piedi più grandi delle solite, e adunche; la testa fornita di corna.

Non accadde proprio così ad una fanciulla di circa tredici anni, che, un po’ per ingenuità, un po’ per inganno altrui, incominciò a frequentare le danze e i giochi dei demoni. Interrogata specificamente sul caso, ella rispose che quel suo amante, destinatole all’inizio della sua partecipazione al gruppo, era abbastanza carino, ma aveva – disse – non so quali protuberanze sul capo, qualcosa come delle corna».

Comunque, a parte qualche caso particolare in cui la furbizia demoniaca avrebbe suggerito travestimenti differenziati – fino al mostrarsi bello e piacevole –, sempre lo stretto rapporto tra apparizione demoniaca e animalità conduceva Federico Borromeo a prosi il problema del perché i demoni prendessero forma di bestie. Leggiamo da Da Dio a Satana. L’opera di Federico Borromeo sul “Misticismo vero e falso delle donne” (l. III, cap. XXII):

«Michele Psello (Dialogus de operatione Daemonum) credette che i diavoli avessero il corpo e che, a seconda della materia di cui erano costituiti, apparissero in varie figure: quelli abituati ai luoghi umidi e ai cibi delicati, si trasformavano in uccelli e in femmine; quelli che abitavano tra le aspre montagne e nei luoghi incolti, prendevano la forma umana maschile, la forma di leoni e di altri animali dal temperamento mascolino. Anche Tritemio seguì quest’opinione.

È facile capire che hanno sbagliato ambedue. La causa vera è che, con il permesso divino, i demoni si travestono in quelle immagini di bestie che hanno più attinenza con il peccato, nel senso che ne insinuano la bruttezza e ne indicano le miserie. Per di più, la comunanza dei demoni non è solo con il peccato: è anche con ogni cosa deforme, fetida e schifosa. [...].

C’è ancora un’altra causa perché i demoni si mostrino come bestie: è l’inveterato, il radicato odio per l’uomo. Sono nostri avversari più d’ogni altra bestia feroce. La figura umana – si badi –, è Dio stesso che vestì la figura umana, quando egli scese dal cielo per salvare il mondo. Per i diavoli, la faccia d’uomo è ricordo del mistero; il corpo umano lo odiano, lo fuggono, lo avversano. […].

Nessun diavolo ha mai preso figura d’agnello, che è simbolo di Cristo; piuttosto, quella del caprone, che in Daniele è immagine dell’Anticristo. Nell’antica legge il peccato è designato con il caprone e i peccatori son chiamati caproni, mentre i buoni sono denominati agnelli. [...]. Lo dimostra anche l’esperienza reale. Nessuna sostanza malefica è stata mai trovata tra i materassi o i divani, che sono fatti di lana d’agnello; è occultata, invece, in mezzo ad altre cose di diversa natura».

Da segnalare poi un’altra fondamentale concezione: la trasformazione dell’uomo in demonio.

Il concetto agostiniano, ripreso poi da Erasmo da Rotterdam come anche dal pacato e realistico Francesco di Sales (1567-1622), secondo il quale “l’uomo diventa ciò che ama”, dal suo significato morale passò, tra i demonologi, ad assumere una valenza fattiva, concretizzata nel famoso “patto con il diavolo” con conseguenze operative fisiche, materiali.

Il patto col diavolo. La leggenda risale al VI secolo d.C.: Teofilo, al servizio del vescovo di Adana (Cilicia), per riconquistare il suo ruolo, del quale era stato privato, vendette l’anima a Satana in cambio del suo aiuto. Attraverso traduzioni latine la leggenda arrivò fino a Jacopo da Varagine (1230-1298), poi si diffuse per mezza Europa nelle varie lingue romanze; il tema del “patto” ebbe, tra il XIII e il XVII secolo, diverse riproduzioni teatrali, che precisarono sempre meglio le caratteristiche visibili del demonio.

Le streghe sono connesse a questa concezione di incontri corporali con l’inferno. Esse sono coinvolte soprattutto nel Sabba, combriccole (“coetus”) di uomini e di donne consacrati e dediti ad incontri erotici con demoni: non tanto spassosi e gratificanti, anche se molto giocherelloni, questi diavoli, se – così Federico Borromeo – fan tremar le vene e i polsi anche ai partecipanti. Ma, più in generale, il patto col diavolo è ritenuto comune e popolare nel Settentrione del mondo, dove i demoni parlano con gli uomini, tanto che i loro servizi sono anche visti con gli occhi e risultano nella realtà fisica, senza che coloro cui i demoni prestano la loro opera si spaventino e senza che pratichino un solo incantesimo, mentre altrove i demoni non sono presenti, se non siano stati legati a certe pietre incastonate negli anelli (cfr. Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum, cap. XIV).

L’habitat del diavolo. Se il demonio circola con le corna, a mo’ di cervo – Federico Borromeo in effetti dice che lo si vede tra balze scoscese –, ha diritto, pure lui, al posto giusto: che non potrà essere, ovviamente, se non brutto e schifoso. Dall’allegoria di Gregorio Nisseno (331-400), secondo cui la vita degli impuri dimora in pantani acquitrinosi (Vita di Mosè), si passa alla annotazione, più precisa e circostanziata, di Lutero, per il quale la “foresta” è il luogo dei “lupi” eretici e dei turchi (Dictata super Psalterium. In psalmum 103). Poi, con la caratterizzazione fisiognomica e materialistica affibbiata al demoniaco, si arriva a individuare la tipologia dei posti in cui sguazza il clandestino: si apposta nel buio e nel fitto dei boschi. Ma ciò si leggerà più dettagliatamente nel libro borromaico.

Qui mi piace tuttavia proporre qualche brano sui luoghi preferiti dai demoni che traggo da Paralella cosmographica de sede et apparitionibus Daemonum (Capitolo VIII).

«Sembra che i demoni amino i luoghi solitari […]. Prima di tutto è dato per certo che le loro apparizioni sono più frequenti nelle lande romite dell’Asia, dell’Africa e di tutta la fascia meridionale, dato che al Settentrione le apparizioni avvengono dove c’è gente, piuttosto che nella solitudine, e Olao Magno dice che al Settentrione i demoni si presentano sotto forma di fauni. Nelle medesime sembianze sono talora apparsi agli eremiti d’Egitto. Poiché dunque i demoni si presentano sotto varie spoglie, non sempre le loro malefatte e gli attacchi contro i viandanti sono evidenti; ed infatti nel suo diario di viaggio è stato riferito da Nicolò de’ Conti che nell’Arabia Petrea apparvero demoni accanto alle tende e, inoffensivi, avanzavano in gruppo per quei luoghi deserti. […]. Anche presso i giapponesi si mostrano numerosi demoni, quando le persone, spinte da speranza e da false idee, si ritirano nei boschi e nelle selve per far penitenza. Mentre vagano per i boschi, si fanno loro incontro spettri e varie forme di demoni. Le selve di Lop godono di cattiva fama a causa di spettri siffatti, come riferisce, e tale giudizio è costante, Marco Paolo veneto; ed egli dice che di simili spettri pullulano i luoghi solitari nel regno di Erginul. Quando faceva il viaggio nel Catai, gli si avvicinò una turba di demoni come se cercassero di divertire i viandanti col suono di tamburelli. Poiché tali spauracchi avvengono in zone solitarie, è molto probabile che anche gli antichi anacoreti della Tebaide, del Monte Carmelo e della Nitria, su cui esistono tanti scritti, abbiano condotto una vita molto tormentata anche sotto questo aspetto e alle altre loro fatiche abbiano voluto aggiungere questa: vivere intrepidi e forti in mezzo ai nemici mortali del genere umano. I demoni, come godono tanto dello squallore delle desolate lande, così cercano con non minor bramosia i luoghi luridi e sozzi. […]. Per i motivi che sono stati esposti altrove, è accertato che i demoni agiscono immersi nelle cloache e negli stagni fetenti. La ragione che forse si può addurre è che, essendo stati scaraventati nel Tartaro, poi di loro iniziativa scelgono quei posti, cioè la loro appropriata dimora e il loro stabile regno, e parimenti scelgono altri luoghi sotterranei somiglianti all’infelice patria in cui furono relegati dopo aver perso l’altra patria beatissima. Perciò dimorano in fogne, in caverne, in cimiteri».

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