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La Chiesa eparchiale di Barentù. Cento anni di missione tra i Cunama 1912-2012

Andemariam Tesfamichael, La Chiesa eparchiale di Barentù. Cento anni di missione tra i Cunama 1912-2012, Revisione ed edizione con nuovi documenti a cura di Costanzo Cargnoni, Edizioni Biblioteca Francescana, Collana “Centro Studi Cappuccini Lombardi. Nuova Serie” diretta da Costanzo Cargnoni, Milano 2019, pp. 462, € 29,00.

La prima cosa che colpisce della popolazione cunama è la sua indole pacifica. Come è accaduto per tutti i popoli remissivi, anche quello cunama è stato assoggettato e sfruttato da etnie più bellicose. Questa attitudine ha agevolato l’accettazione della proposta cristiana: abituati all’acquiescenza, i cunama lo sono stati anche con i missionari. Al contempo, essa è stata anche un rischio: quello per cui il farsi cristiani poteva essere una scelta più di comodo che di convinzione. Qualche missionario ebbe persino a temere che i cunama diventassero cristiani senza cessare di essere pagani.

Sia questo pericolo, sia la condizione di estrema miseria in cui la popolazione era stata ridotta dalle devastazioni di altri popoli, rendevano particolarmente difficili le condizioni in cui ebbero a operare i primi missionari. Ciò avvenne a partire dal 1912.

Inizialmente furono i cappuccini della Provincia romana e lombarda a portarsi tra i Cunama. Il fondatore della missione tra i Cunama fu proprio un frate lombardo, p. Camillo Carrara, poi divenuto primo vicario apostolico dell’Eritrea cattolica. In seguito abbiamo documentazione anche da parte di un insigne cappuccino della Puglia, p. Agostino da S. Marco in Lamis, che compì la sua visita alla Missione dell’Africa Orientale Italiana dalla fine del 1939 al febbraio 1940. I cappuccini di Foggia poi si impegnarono per la missione tra i Cunama fino al 1952, e uno di loro, p. Giovanni Crisostomo da San Giovanni Rotondo, consta tra i primi morti a Barentù. È suo il giudizio circa i cappuccini di Milano in terra eritrea: a suo avviso, essi “in nessun altro paese hanno fatto quanto qui, in Asmara”. Morì giovane, a 31 anni, di malaria, ma si ritiene che abbiano aggravato la malattia le estenuanti fatiche e la denutrizione. In effetti l’azione missionaria dovette affrontare difficoltà fisiche sfibranti, ma mediante un paziente metodo di approccio umanitario – p. Giandomenico da Milano disse che “ai Cunama per dare Dio, bisogna dare anche il pane” – seppero portare tra la popolazione non solo la Parola di Dio, ma anche, un po’ per volta, una sincera adesione del cuore.

Nel libro di Andemariam Tesfamichael è dato un grande spazio alla Cronaca di Barentù tra i Cunama (1912-1952), ma ciò che avvince un lettore più fugace sono le avventure – perché a volte bisogna chiamarle proprio così – vissute da frati missionari. Si leggono, con la vivida scrittura che le anima, negli scritti dei missionari deceduti a Barentù. In essi si conoscono minuziosamente la vita e le istituzioni dei Cunama: quasi un’enciclopedia di un popolo primitivo. Ma mi piace rilevare qualche diverso aneddoto tratto dalle lettere e memorie dei vari missionari.

Suggestivo è un episodio narrato da p. Mosè Sironi da Calò che evidenzia l’ardore e l’ardire – è il caso si dirlo – di un missionario senza peli sulla lingua che non guarda in faccia ai potenti. Anzi, li guarda in faccia, ma per denunciarli, in pubblico dal pulpito, per lo sfruttamento inaccettabile nei confronti degli operai in una determinata opera pubblica, la strada tra Massaia e Ghianda. La strattonata del frate non ebbe esito, ma poi valse la mediazione dell’alto Commissario De Bono cui si rivolse personalmente il frate. E ciò mostra come a volte, per conseguire risultati pratici, sia utile la diplomazia, perché non sempre, nelle questioni pubbliche, l’ardore di carità è oggettivamente valido. Interessanti e gustosi narrativamente sono gli episodi in cui il medesimo cappuccino contrastava le credenze superstiziose, o erronee, in cui erano irretite le persone circa le malattie. Edificanti appaiono poi gli interventi del frate per guarire alcune persone da piaghe purulente. Non si capisce come sia accaduto, ma sta di fatto che i malati furono guariti in breve tempo. Ne conseguì che molti vollero convertirsi al cristianesimo.

Il libro sulla missione cappuccina tra i Cunama si presenta, dunque, come una fonte di prima mano della realtà storico-sociale di quel popolo, soprattutto nel tempo della sua fase primitiva, come una rigorosa documentazione storico-cronachistica entro l’attività missionaria dell’Ordine cappuccino e un vivido florilegio della vita apostolica dei frati con tutte le sofferenze, le speranze e le realizzazioni nel corso di un secolo. [Francesco Di Ciaccia]

Recensione
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