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La inimitabile figura di Padre Genesio, cappuccino

Lo ricordo volentieri, perché, quando andavo a confessarmi da lui, mi pareva che parlasse con insolita cordialità. Almeno, insolita sembrava a me, perché me lo immaginavo, al vederlo, un uomo tutt’altro che spontaneo: insomma, un “asceta” solitario, per usare un epiteto attribuitogli da Luigi Santucci. E in effetti, asceta lo fu: di quelli veri, che attingono dal Signore non solo la benignità e l’umanità, ma anche l’intelligenza.

E un giorno me lo disse. Io ero attirato dai libri fin da allora, quasi sbirciavo con invidia quel luogo di preghiera e di apostolato ch’era carico di volumi - sul confessionale-sgabuzzino di Padre Genesio ha scritto, molto bene, Luigi Santucci -; ma mai gli feci cenno del gusto che provavo in uno stanzino costituito da scaffali di libri anche un po’ vecchi. Alzando leggermente la mano all’indietro, un giorno fece: “Ma la conoscenza non mi viene da lì, mi viene dalla gente che viene qui”. Eppure, fin da piccolo egli ebbe sempre viva la tendenza a leggere.

Con quella frase egli volle riferirsi solo alla conoscenza pratica delle anime: ma ciò che io compresi, negli anni che lo frequentai nel bugigattolo-confessionale, era che preghiera e parola, ascolto e riflessione, mondo e sacramento, lettura di libri e visione di Dio, attenta, penetrata, solitaria, erano in lui assembrati, penetrati intrinsecamente. Poi, di Genesio mi dimenticai affatto, non ne ricordai neppure il nome, per anni, né mi sovvenni più, a differenza di tanti altri amici cappuccini, di quella voce dolce e grave e del gaio rapporto; neppure, del profondò sguardo. Un giorno m’accorsi che, studiando e meditando, io, notti su notti e giorni su giorni, al contempo pregavo, al contempo il mio animo diceva esattamente così; “Noi qui ti adoriamo, e qui ti benediciamo, come anche in tutte le chiese tue, Signore Gesù, che sono in tutto il mondo, imperocché per la tua passione e per la tua croce santa hai ricomperato il mondo”. Mi capitava ormai da un gran pezzo, ma solo in un punto me ne resi conto, ed in quel punto mi venne preciso, vivido, esatto, in mente il volto, il nome, lo sgabuzzino di lui. E da allora, tornandomi il suo ricordo come da un limbo di vuoto, lo associai a tanti altri cappuccini i quali, ritornati presso il Padre nostro, m’avevano svelato una missione dello spirito.

Ma Genesio: chi era costui?

Padre Genesio Premazzi da Gallarate, battezzato con il nome di Alessandro, nacque il 19 febbraio 1896, a Gallarate appunto, entrò nel seminario cappuccino di Lovere il 2 ottobre 1912 ed emise la professione solenne il 27 dicembre 1920, dopo aver partecipato alla guerra mondiale. Quand’era al fronte sparava in aria - scrive Luigi Santucci - e dall’alto delle postazioni alpine faceva rotolare le sue pagnotte verso il campo dei nemici (i nemici per gli altri, s’intende!). Praticando audacemente il principio della fraternità francescana già da allora, si privava del pane, e di lì a poco, ordinato sacerdote il 10 giugno 1922 a Milano, iniziò quella missione per cui il primo sacrificio si compie su di sé, nella propria vita. Mi piace ricordare questo pensiero tipicamente cappuccino, anche se non solo cappuccino (si capisce), perché me lo dichiarò anche un altro frate, Padre Pio da Pietrelcina, nell’ottobre del 1966.

Il concetto del prete come “uomo sacrificato” per l’umanità, negli scritti di Padre Genesio si trova esposto, secondo l’impostazione generale dei suoi lavori, in formule molto chiare, didascaliche, il cui fondamento e il cui riferimento resta sempre e soltanto la Sacra Scrittura. Gli studi biblici furono in effetti la sua specializzazione, cui nel 1925 si dedicò, per il volere dei Superiori, al Pontificio Istituto Biblico di Roma. Da questa frequentazione giovanile - egli avrebbe preferito gli studi filosofici, e comunque mantenne una mente razionale e dialettica - nacquero tantissimi studi sulla Bibbia. Nell’archivio Provinciale dei Cappuccini Lombardi si conservano diverse cartelle di suoi scritti in proposito, per un totale, tra manoscritti e dattiloscritti, di 130; di edito a pubblicazioni sulle beatitudini evangeliche (2 voll., S. Giuliano Milanese 1961, pp. 392 e pp. 434), sul discorso della montagna (Brescia 1966, pp. 275 e, in 4 voll., Milano 1963), sul vangelo dell’infanzia (Milano 1964, pp. 369), sui vangeli domenicali (2 voll., s.l., 1964, pp. 537 e pp. 592).

L’impostazione è decisamente pastorale e morale: lo indicano i titoli stessi o i sottotitoli, come ad esempio “esegesi ed applicazioni pratiche”, “schemi di predicazione e meditazione”, “commento e applicazioni pratiche”, “schemi esegetico-morali”, “esegesi e schemi pratici”, ecc. Questa mole di pagine scritturistiche costituiscono in parte il frutto delle sue lezioni allo studentato teologico dei Cappuccini di Piazza Velasquez, dove insegnò dal 1928 al 1967, e in parte una proposta per i predicatori. Egli infatti, del tutto estraneo alla riforma degli studi biblici degli anni ‘60, che avrebbero poi imposto un’esegesi critico-storico-morfologica, seguì la linea patristica della lettura spirituale della Bibbia e fu interessato ad usare il testo a scopo omiletico, parenetico e morale. Tale orientamento, attento più ai valori di vita cristiana che alle ricostruzioni critiche, informa anche gli altri editi, come quelli sulla passione di Cristo, sulla Madonna e sul “regno dei cieli”, e si rivela addirittura negli inediti a carattere filosofico, ad esempio sul razionalismo, sulla “soggettività sociale”, sull’etica. Ricordo infine, tra le varie pubblicazioni di Padre Genesio, Come l’ape..., Brescia 19702; La divina avventura, Brescia 1968; Il dramma della parola, Brescia 19622; Il poema dell’amore, Brescia 19702; Verità e leggenda sotto il sole di Cristo, Brescia 1966.

Dal 1928 fu sempre a Milano nel convento di viale Piave fino al ricovero nell’infermeria di Bergamo, dopo la paralisi che lo colpì nel 1970. Nell’originale suo confessionale-scrittoio egli cercò di circoscriversi sempre di più, chiedendo l’esonero dall’insegnamento e dalla direzione della rivista “Annali”: nel 1934 furono accolte le sue dimissioni soltanto dalla Rivista. Quella che chiamerei del libro-preghiera e della confessione-apostolato era per lui come una vocazione personale. Egli infatti, benché avesse prodotto tantissime pagine sull’applicazione omiletica dei Vangeli, cercò sempre di sfuggire alla predicazione, giustificandosi a causa della voce flebile. Ma forse giocava un motivo più interno, una specie di timidezza di fronte al pubblico ignoto: perché, infatti, la predicazione ad un pubblico la praticò, anche se non di frequente, ed inoltre fu operatore spigliato, mediatore avvincente, simpatico ed acuto conversatore nelle conferenze tra gli amici, come ha ben messo in rilievo Luigi Santucci.

Sta di fatto che anche la sua figura esteriore fu convergente verso quella di un altro “apostolo del confessionale”, il beato Leopoldo, cappuccino. Ma voglio avvicinare la sua immagine esteriore a quella d’un suo confratello di viale Piave, fra’ Cecilio da Costaserina, che con Genesio è del resto associato nella difesa dei perseguitati bellici. Aveva un non so che di scavato, in volto, che in vecchiaia gli conferiva un senso più di austerità che di severità; affabile ma contenuto, sfuggente ma assorto, silenzioso eppure eloquente tacendo; gli occhi infossati leggermente, quando raramente fissavano, parlavano. In genere, parole poche e serrate, salvo quando si effondeva con gli amici. Indubbiamente viveva in ristrettezza di cibo e di vestiario; questo era palese, perché lo si vedeva: ma visse anche di altri sacrifici, nascosti, fra cui Santucci rammenta quello della musica, che il frate amava ma che non aveva più ascoltato da quando s’era fatto cappuccino.

Radicata nella spiritualità francescana, questa vita di rinunce non era per lui una questione di fedeltà a forme esteriori. Era convinzione d’ascesi, secondo il principio che, come religioso e come sacerdote, commemorando il sacrificio di Cristo di fronte agli uomini e proponendo la morte all’uomo del peccato, dovesse rivelare innanzitutto in se stesso e l’uno e l’altra. Il suo appunto recita, tra l’altro: “Essendo il mondo in uno stato di fallimento di fronte a Dio, il prete, poiché si è fatto garante, deve pagare per esso”. Ne nacque quel “tipo d’uomo”, di cui egli scriveva, che il mondo ha bisogno di vedere, che ha bisogno d’incontrare: non le chiacchere e l’apologetica - diceva - dimostrano Dio all’umanità, ma un “tipo concreto” che incarni la verità.

Si capisce allora l’affluenza al suo confessionale, da comuni preti agli uomini di governo ecclesiastico, dalla gente semplice agli esponenti della cultura e della professione. Preferì senz’altro confessare gli uomini piuttosto che le donne, ma i suoi Appunti escludono categoricamente ogni misogenismo, svelano l’apertura ad ogni persona. Ma ognuno ha le sue inclinazioni, e Genesio preferiva forse, su tutto, il professionista “lontano” dalla fede. A livello psicologico, poi, io penso che Genesio fosse portato, più che a persuadere, a convincere; ma in confessionale era essenziale: sbrigativo, che non vuol dire frettoloso. Ascoltava tutto, ma rispondeva con poche, ben mirate, parole. E se qualcuno voleva discutere di problemi più vasti, di vita o d’anima, rimandava la conversazione fuori dal confessionale. Con le donne, avrebbe dovuto passare ventiquattr’ore al giorno, fuori dal confessionale! Comunque è certo che ad un amico, Giuseppe Guarnieri, il quale gli aveva chiesto come mai non amasse confessare le donne, rispose: “Perché le donne confessano i peccati degli altri”. Frase ovviamente scherzosa, ed elusiva: ma ben significativa.

Prete “moderno”, per altri versi, frate esigente e un po’ austero ma francescanamente pieno di amore e sapientemente aperto nel comprendere i diritti di ogni uomo nel mistero delle proprie avventure della vita e degli animi - tale fu delineato da Luigi Santucci nel Velocifero attraverso la figura di Padre Alessio cappuccino -, egli ebbe dal cardinale Schuster, oralmente, l’incarico di seguire, anche nei problemi concreti, i preti diocesani che avessero abbandonato lo stato clericale.

Sul piano sociale Genesio svolse un’azione importante aiutando i bisognosi, durante la guerra mondiale, mediante il gruppo “Charitas”, da cui nacque “La fronda”, costituita da 40 studenti universitari. Nella fucina di Genesio si è formato il dottor Marcello Candia.

In via Kramer, nei locali dell’edificio attiguo al convento, egli fece all’occorrenza un asilo di accoglienza, quasi un pio albergo per i casi disperati, giovani allontanati da casa o scappati dalle famiglie, profughi o dispersi da qualunque regione o di qualunque origine. Sulla scia ideale del Cristoforo manzoniano - vi fa riferimento anche Luigi Santucci - e sull’insegnamento di san Francesco si fece, con questa umanità sperduta, più povero tra i poveri, partecipe in prima persona dell’avvicinamento d’amore, accoglitore e donatore. Certo è comunque che, più volte perlomeno, al pranzo, invece di mangiare, serviva ai frati, e dopo lo si vedeva allontanarsi con pane e companatico. Dicono che nascondesse nel cassetto anche la minestra e la pastasciutta. Qualche frate forestiero, che non lo conosceva, forse pensava male: che andasse per conto suo a mangiare il cibo in cella, quasi impenitente eremita della mensa. Portava invece da mangiare a qualche povero, che magari solo lui conosceva: e c’è chi dice che tra costoro ci fossero quei cosiddetti “ex-preti”, che Schuster gli aveva affidato come figli d’amore. E ciò accadeva fino all’ottobre del 1970, cioè fino a quando fu menomato dalla semiparesi, che umiliandolo lo esaltò. Ma l’opera caritativa più nota, più “pubblica” fu quella a favore dei perseguitati: prima degli Ebrei, dai quali ebbe un attestato di riconoscenza nell’aprile del 1950, poi, dopo il 25 aprile 1945, a favore di quelli che divennero loro, allora, il bersaglio dei vincitori: nell’ironia della storia birbona che trionfa con la vendetta della vendetta per un “progresso” di odiosità, la figura di questo cappuccino, e con lui di tutti, dimostra come l’uomo sia cosa ben più seria di un pezzo di scacchi nel gioco della sopraffazione.

Ma la carità non guarda solo alle necessità immediate, su cui purtuttavia si commisura; guarda lontano: poiché è attraverso l’azione culturale che si sviluppa una mentalità, si crea una forma vitale, un clima di convinzioni e di comportamenti santi. A tale scopo Genesio costituì un circolo di conversazioni religiose e magari culturali, chiamato “II ceppo”: esso si riuniva il lunedì e il sabato, a sera, in una stanza del palazzo adiacente il convento. E c’era un camino vero, con un vero ceppo: da cui il nome. Nel 1938 realizzò il “Romitaggio di S. Francesco a la Selva”, a Ghirla (Varese), espressamente per ritiri spirituali dei Terziari e come luogo di riflessione per le persone “ostili” alla fede o “lontane dalle pratiche religiose”. Legato strettamente alla figura carismatica, per dir così, di Padre Genesio, il centro religioso-culturale non ebbe eredità spirituale.

Padre Genesio morì il 6 agosto 1977, dopo essere stato mortificato da una paralisi il 7 ottobre 1970 e dopo gravissime sofferenze dovute al cancro. A lui si è ispirato Luigi Santucci nel citato romanzo e nel saggio Il prete e la gioia. Lo scultore Francesco Messina ne ha scolpito un ritratto in terracotta, nel 1951, ora al museo di arte sacra contemporanea in villa Clerici a Milano. Del Padre Genesio lo scrittore Dos Passos disse: “È la figura più cristiana che abbia mai incontrato in tutta la mia vita: umile e grande nello stesso tempo” (A. Pensotti).

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