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La predicazione cappuccina ne “I promessi sposi”

11-12-13 settembre 2003
Lecco, “Fra la pietra e l'acqua”
Spettacolo intorno ad Alessandro Manzoni

La «forma», antagonistica, della parola cappuccina

Nella predica di padre Felice Casati al Lazzaretto – personaggio storico inserito all’interno dell’invenzione romanzesca, come altri personaggi storici de I promessi sposi[1] -, il romanziere ha aderito con rigorosa fedeltà alla «forma» della predicazione cappuccina, anche se, necessariamente, con alcuni caratteri più sobri ed austeri e al contempo più umani ed affettivi, come si addiceva alla circostanza, cioè al luogo della sofferenza e della morte.

Solo in parte, tuttavia, è vero che la predica di padre Felice Casati è condizionata, per quanto riguarda la scelta di semplicità e di cordialità nell’eloquio, dalla situazione del momento, quella cioè di essere rivolta agli appestati. In effetti, la predicazione cappuccina aveva, generalmente e sostanzialmente, proprio queste stesse caratteristiche di sobrietà oratoria e di partecipazione affettiva, mentre, all’epoca in cui si colloca il periodo storico nel quale è ambientato il romanzo, cioè la Controriforma, la predicazione tendeva, sul piano della forma comunicativa, all’espressione retorica.

Certamente, anche la predica di Felice Casati è “costruita”, secondo la scuola oratoria dei cappuccini, rifacendosi a temi biblici ed ascetico-spirituali. Ma qui mi preme rilevare – poiché trattiamo della predicazione cappuccina nel contesto specifico del romanzo manzoniano – come la «forma» stessa, in particolare dell’ultima parte della predica, sia indizio di contraddizione alla dinamica conducente al «delirio» della peste.

Il commiato parenetico di padre Felice Casati, segnatamente nell’ultima stesura, è costruito secondo una struttura la cui atipia è in Francesco d’Assisi e, poi, nella riforma cappuccina. L’Assisiate scrisse nella Regola (cap. IX, 4): «Ammonisco anche ed esorto gli stessi frati che nella loro predicazione le loro parole siano ponderate e caste a utilità e a edificazione del prossimo, annunciando ai fedeli i vizi e le virtù, la pena e la gloria con brevità di discorso». Le Costituzioni cappuccine del 1536 commentavano (cap. IX, 63): «[…] non si addicono parole accurate, ricercate, affettate, ma nude, pure, semplici, umili e chiare, nondimeno [...] piene di amore [...], per questo si esortano i predicatori a imprimersi Cristo benedetto nel cuore e a dargli possessione pacifica [...], [e] sia Lui a parlare in loro, non solo con le parole, ma molto più con le opere».

Un espositore della Regola precisa[2]: «Per questa brevità di parlare adoncha si intende [...] la precisione [= l’esclusione] de ogni parlare superfluo, pomposo, curioso et infructuoso, et la commendatione de le cose predicabile, proportionate a la intelligentia, et a lo effetto, et a la delettualità et a le finale utilità de li uditori; [...] lo nostro Patre ha insegnato et expresso optimamente tutta la forma del predicare sotto nome humile et simplice a similitudine de uno piccolo grano o de una semenza feconda».

Crediamo che l’entusiasmo del Manzoni per la coincidenza storica sul «tema» della «predica» di Felice non debba farci dimenticare la modalità della medesima come antitesi al vaniloquio secentesco, soprattutto politico ma non solo politico.

La riforma cappuccina aveva proposto quella che chiamerei forma di «sollecitudine», umana e pastorale, nella parola, contro l’eloquenza del «garrire», come si espresse Pietro Bembo[3], la quale, se pur non era sempre infarcita di «declamazioni vuote e volgari», si compiaceva comunque di periodi «pieni di inutili digressioni, irti di discussioni, fastidiose quanto superflue, elaborate magari con relative antitesi, sovraccariche di citazioni profane».

L’impostazione cappuccina traeva origine dall’«esempio personale», in Matteo da Bascio (considerato l’iniziatore della riforma cappuccina), «di una predicazione familiare, esposta in un linguaggio scarno ed alieno da ogni ricerca letteraria. Questa concretezza ed immediatezza serviva ed avvalorava il contenuto e l’originalità della sua eloquenza. Egli stesso era solito dire ‘che per esperienza provava che maggior futuro faceva nelle anime ammonendole in questo modo semplice’». Tali primordi furono ben accolti e parzialmente imitati nella nuova famiglia, anch’essa, tuttavia, non sempre «immune [...] da difetti propri del tempo». Normalmente, per il «sermone» di genere più colto, valgono le seguenti caratteristiche: esso si concentra, «senza artifizi, pur non essendo privo di una certa efficacia», sulla essenzialità della vita morale; «manca [...] il proposito di voler sbalordire gli uditori con una erudizione più o meno indigesta; non vi si trova [...] la citazione continua di autori sacri e profani, ma la sola e semplice esposizione» delle virtù[4].

Ricordiamo, per il ‘600, l’esempio di Antonio da Modena, cappuccino, dei conti di Montecuccoli[5]. «E quantunque nelle sue Prediche mostrasse egli sempre una pienezza d’harmoniosi concetti, tratti da ciascheduna delle più nobili scienze [...], non facea però del suo sapere ostentatione veruna [...], ma con humil modestia, e con modesta humiltà temperaua in guisa il suo dire, che mai lasciaua notarsi in lui gonfiagione, o vanità; anzi si bene spandeua una profusione del suo buono spirito per zelo della salute altrui, quanto che con pari divotione, e meglio in sé stesso il teneua raccolto». Nondimeno, «il suo predicare [era] ordinato, bello, e facondo; perché la testura non hauea del triviale, ma con aggiustate parole, e con frase naturale [...] s’accomodaua insiem’insieme alla capacità d’ogn’uno, con alimentare soauemente i cuori di ciascuno: tanto che imprimendosigli ciò, che iva dicendo, veniua a rendere quelli ed attenti, e gustati; e poi in fine tutti e pentiti, e contrirti, e ben disciplinati».

La semplicità della parola non dipendeva soltanto dal limite culturale: tanto Felice Casati quanto Antonio Montecuccoli erano sia di famiglia nobile, sia predicatori colti ed illustri.

Se una dipendenza manzoniana dalle notizie del biografo secentesco di Antonio Montecuccoli circa gli effetti di contrizione della predica del Casati non è dimostrabile, in quanto l’esito di «gemiti», serio e contenuto, e del «singhiozzo» (nella ventisettana, più platealmente, dei «singulti») è frequente nella storia della predicazione, tuttavia il romanziere ne ha riprodotto la sostanza. Splendidamente – qui, sussiste un’adesione storica ineccepibile – il citato biografo aveva scolpito quello che il Manzoni «inventa» come peculiare stile del padre Felice: il parlare «con frase naturale». Le «ben aggiustate parole» e l’«accomodarsi» «alla capacità di ognuno», poi, fissano con l’autorevolezza di un biografo del Seicento i tratti che appaion gli stessi nelle parole di un Cristoforo (con Renzo, ad esempio, e con Rodrigo stesso, impazienza profetica a parte) e di un Felice. Antonio Montecuccoli dissuadeva i giovani dal predicare «con pulitìa», come egli stesso aveva fatto a volte «in gioventù»: il suo «favellar» aveva «sembianze di vero» – cioè, appariva aderente alla vita -, e tuttavia si rivelava pieno di «dottrine», «rimossa ogni framischianza d’alcuna vanità». Un cappuccino, generalmente, anche quando «predicava alcuna cosa dotta, la dichiarava in modo [tale] che non pareva dottrina se non a chi era theologo e pratico in questa facoltà; e questo faceva per maggior humiltà, non si curando d’esser tenuto dotto»[6].

Il «ragionamento» di padre Felice Casati

Ora vediamo più da vicino la predicazione cappuccina di padre Felice Casati in rapporto al contento narrativo del romanzo manzoniano.

Se è padre Cristoforo colui che veicola narrativamente, secondo l’intento del romanziere, il «concetto di giustizia», della giustizia «nascosta fra i cenci della peste, come un’ombra […]», che accompagna le vicende del romanzo[7], è padre Felice Casati ad esporre, pubblicamente, il medesimo concetto.

Mediatore, per il pubblico dei lettori, del «ragionamento» – come lo chiama il Manzoni – di padre Felice Casati è Renzo, che ne sentì la «parte» iniziata con l’invito ad «un pensiero» agli appestati ormai passati «al cimitero» (accennato «col dito»). È il pensiero già avuto, in tal senso, dall’ascoltatore nell’episodio di Cecilia: «tiratela a voi», con una commozione di pietà. Una «occhiata», poi, alle migliaia di ammalati «troppo incerti di dove sian per uscire». Era già stato lo sguardo di Renzo agli ammalati condotti al lazzaretto. Benché su persone defunte o presunte tali, la medesima logica interiore aveva condotto lo sguardo di Renzo rivolto al carro pieno di cadaveri: sguardo che «nasce – avverte Eurialo De Michelis – in direzione contraria ai presupposti della sensibilità per cui piacque al Poe, la direzione per cui [...] la preghiera di Renzo [...] apre nell’orrore lo sguardo che la fede alza dalla fossa al cielo. Pazienza poi se un eccesso di tremolo scorre nella preghiera più personale che sconvolge Renzo pensando che là sotto possa trovarsi Lucia [...]; una preghiera di verissimo impulso»[8] – che giustifica poeticamente l’«eccesso di tremolo».

La frase: «troppo incerti di dove sian per uscire», che non era nel Fermo e Lucia, rivela una nota peculiare dei cappuccini: la franchezza. Il pur delicato linguaggio di Felice dei Promessi Sposi[9] è emblema di una rudezza serena di fronte alla morte, cui fa da contrasto il bando, in città, della «peste» anche come «vocabolo». Le parole senza prese in giro – cioè che non nascondono la dura realtà e la profonda costernazione degli animi -, che tuttavia non offendono la sensibilità di chi le ascolta, scavano in una logica che perviene ad un’altra verità, reale non meno di quella del mondo: «secondo un’entelechia già stabilita dentro le cose e le persone, anche se l’esito può apparire molto contraddittorio: la devastazione e la morte sono risposte negative, opprimenti, ma non immotivate nell’ordine divino; l’infelicità sembra repugnare alla condizione umana, eppure ci si accorge che il suo contrario – la beatitudine – è in un cammino infinito»[10].

Anche questa è una prospettiva che va messa in risalto, a proposito della predicazione cappuccina: la tendenza non già a terrorizzare con messaggi di “castigo”, ma a far sempre sperare in un futuro migliore, pur nella realistica presa di coscienza delle avversità presenti e passate. Questa consapevolezza emerge ad esempio nella riflessione sui «pochi» guariti – in cui nella prima stesura del romanzo il Manzoni si è ricordato della cultura del personaggio[11]: «[…] l’anima nostra ha guardato il torrente; l’anima nostra ha guardato le acque soverchiataci».

[Francesco di Ciaccia, La predicazione cappuccina ne “I promessi sposi”, Incontro-spettacolo La religiosità popolare in Lombardia all’epoca dei “Promessi sposi” e le tradizioni del territorio milanese, coordinazione scientifica di Bernadette Majorana, con la partecipazione dell’attore Roberto Bregaglio, Itinerari di Cultura e Spettacolo intorno ad Alessandro Manzoni, Lecco 11-12-13 settembre 2003].

Note

[1] G. Santarelli, Il P. Felice Casati nella storia e ne «I Promessi Sposi», in «Atti dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di S. Carlo in Lombardia», XIV, 4 (1973) pp. 350-356.

[2] Cfr. Luigi Maria da Genova, Dottrina Spirituale della Primitiva Legislazione Cappuccina, [s.e.], Genova 1963, pp. 80 ss.

[3] In Ortensio Landi, Paradossi, Lione 1543, p. 315. Più in generale, per tutta la prima metà del ‘500, cfr. Francesco Zanotto, Storia della predicazione nei secoli della letteratura italiana, Tip. pontificia ed arcivescovile dell’Immacolata Concezione, Roma 1899, pp. 146-150.

[4] Melchiorre da Pobladura, La «Severa riprensione» di Fra Matteo da Bascio (1545-1552), in «Archivio storico per la storia della Pietà», 3 (1962) pp. 281-309. Cfr. V. Ricci, Spigolature di esponenti lessicali e concettuali da documenti cappuccini del Cinque-Seicento, in «Convivium», 37 (1969) pp. 649-663.

[5] Di lui abbiamo motivo di individuare diverse coincidenze con il Cristoforo manzoniano e con i cappuccini manzoniani in genere. La sua biografia, «rilevata» da Zaccaria Barberi da Bologna e pubblicata «in Roma appresso Filippo Maria Mancini», nel 1667, è già essa stessa un modello della «forma» stilistica cappuccina, anche in un genere encomiastico di per sé incline alla retorica «barocca. Vita del Padre Antonio Montecuccoli Cappuccino, Roma 1667, pp. 106 s.

[6] Benedetto da Orciano, Biografie, f. 5471, in Callisto Urbanelli, Storia dei Cappuccini delle Marche, vol. II, Vicende del primo cinquantennio, 1535-1585, Ancona, 1978, p. 484.

[7] Cfr. Ezio Raimondi, Il romanzo senza idillio. Saggio sui «Promessi Sposi», Einaudi, Torino 19743, p. 184.

[8] Eurialo De Michelis, La Vergine e il Drago. Nuovi studi sul Manzoni, Marsilio, Padova 1968, pp. 262 s.

[9] Lessicalmente, era più crudo nella prima stesura: «tratti fuori per la fossa» (Fermo e Lucia, IV, VIII, 4). Per il dato successivo, cfr. I Promessi Sposi, XXXI, 20 e73.

[10] Giorgio Ficara, Le parole e la peste in Manzoni, in «Lettere italiane», I (1981) p. 26.

[11] Cfr. Fermo e Lucia, IV, IV. L’espressione «acque soverchiatrici» indica biblicamente l’angoscia di fronte al «nemico».


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