Servizi
Contatti

Eventi


L'avventuroso viaggio di Jost von Meggen in Palestina e al Sinai

Osteria di Porta Nuova
Milano, 22 maggio 2000

Membro di una famiglia dell’aristocrazia imprenditoriale di Lucerna, Jost von Meggen (1507 o 1508-1559) ricoprì diverse cariche politiche e fu ambasciatore dei Cantoni svizzeri presso la Santa Sede. Nominato Cavaliere del Santo Sepolcro di Gerusalemme nel corso del suo pellegrinaggio in Terra Santa (1542), fu poi chiamato da Paolo III a svolgere il ruolo di Comandante delle Guardie Svizzere (1548). Esercitò tale incarico – così il suo primo biografo, Jost Segesser – “con sommo e unanime gradimento” nel restante periodo di vita di Paolo III, poi in tutto il pontificato di Giulio III, di Marcello II e di Paolo IV fino al 17 marzo 1559. Egli stesso inoltre provvide personalmente, investendo un notevole capitale, a reclutare i soldati svizzeri per questo Corpo militare.

A proposito del Corpo delle Guardie Svizzere, bisogna ricordare che, dopo i reclutamenti regolari per la difesa personale del papa effettuati già da Sisto IV soprattutto nel 1480, il fondatore di questo Corpo scelto fu Giulio II con comunicazione del 21 giugno 1505: la Guardia Svizzera, all’epoca guidata da Peter von Hertenstein e da Kaspar von Silenen, si costituì ufficialmente il 21 gennaio 1506. Però Clemente VII, dopo il sacco di Roma e su istanza dell’imperatore, sostituì gli svizzeri con i tedeschi. Paolo III ripristinò la Guardia Svizzera nel 1548 e ne affidò il comando al Meggen.

Il viaggio del Meggen in Terra Santa e al Sinai acquista perciò un particolare rilievo storico: interessa sia la cultura svizzera, sia la storia vaticana. Il suo “diario di viaggio”, redatto in latino con il titolo Peregrinatio Hierosolymitana, per la prima volta ora è pubblicato in lingua italiana con mia traduzione intitolata Pellegrinaggio a Gerusalemme. Avventure di viaggio per mare e a cavallo di un gentiluomo svizzero del Cinquecento.

Nel suo diario, l’Autore descrisse il viaggio in Terrasanta e sul Sinai a partire dalla sua città di Lucerna, l’8 maggio 1542, fino al ritorno nella stessa città circa un anno dopo.

Jost von Meggen percorse a cavallo la strada fino a Milano attraverso il Passo San Gottardo e arrivò a Venezia, da cui il 21 maggio salpò verso la Palestina su un’apposita nave di pellegrini – che però era sfruttata anche per tappe commerciali ed affaristiche. Per tal motivo la nave approdò a Giaffa solo il 21 agosto – dopo tre mesi, dunque -, e i pellegrini, con una scorta di guide e servitori, proseguirono a dorso d’asino fino a Gerusalemme.

Appena giunti a Giaffa, prima sosta in Palestina, si assistette ai primi decessi, forse dovuti a malattie causate dalla rovinosa dieta e dal maltempo con tanti repentini cambiamenti metereologici, ma anche dagli spaventi a motivo dei pirati che infestavano il mare. Leggiamo la descrizione.

«Il 23, all’aurora, morì Tommaso Janseos di Gand, olandese, di 30 anni […]. Da queste parti, bere troppo è assai dannoso: per tutti. Egli, dopo aver provveduto al testamento circa i beni posseduti in patria e aver donato e affidato ad alcuni pellegrini le cose che aveva con sé, esalò lo spirito in gran serenità. […]. A sera morì un altro, anche lui olandese, […], Giacomo Bawende Warmen, di 48 anni. Lottò contro il male e la morte (in effetti, era uno dei più robusti), ma alla fine, vinto dal morbo, dovette cedere alla legge naturale. […]. Il fatto turbò non poco molti di noi: questi decessi sembravano dipendere non da un pericolo evidente e chiaro, quanto dalla peste, soprattutto considerato che si trovavano ammassate tante persone di ogni condizione insieme a bovini e altri animali in un piccolo spazio di nave. E così alcuni redassero il testamento, altri lo dettarono, e si prepararono alla morte improvvisa» (cap. VII).

Dopo essere giunto a Gerusalemme e aver visitato la città e, in seguito, tutte le altre località della Palestina di importanza cristiana, Jost von Meggen salpò con una nave per far ritorno in Italia. Ma a questo punto incominciarono i guai peggiori. Mi piace narrarli con le sue parole.

Giunti in alto mare, «ci capitò di arrivare nei pressi di una nave turca: si era così vicini, che eravamo sicuri di dovere ingaggiare battaglia, approntammo perciò tutti i mezzi del caso e ammainammo ben bene le bandiere sui due lati. Ma quando noi ci mettemmo a suonare le nostre campane, quelli invertirono la rotta e si misero a osservare molto attentamente la nostra nave in lungo e in largo: scorsero sulla fiancata gli strumenti bellici. Allora, non fidandosi delle proprie risorse, cercarono scampo nella fuga» (Capitolo XIV).

Ma scampato il pericolo umano, incapparono nel gorgo della natura avversa.

«Il vento troppo violento ci sospingeva in altra direzione, tanto che fu necessario accostarci con gran rischio alla costa infida; ma al contempo, per non sbattere contro gli scogli con estremo rischio per noi e per la nave, non ci si doveva avvicinare alla cieca; e così, navigando tra questi due corni (come si dice) e scandagliando continuamente il fondo con una fune a piombo, trovammo il posto giusto ed ancorammo, infine! Ma non so per qual destino (poiché il litorale, forse per i vicini monti, era scosceso e sassoso), le ancore non aderivano al fondale e bisognava subito ritrarle; d’altronde, benché i marinai si auspicassero un vento diverso, noi ci opponevamo con decisione che la nave fosse lasciata in balia del vento […]: era più sicuro e meno azzardato rifugiarci nel porto. Mentre navigavamo, il vento avverso e il burrascoso mare ci sballotavano qua e là: per dirla in breve, ci sembrava di essere già sull’orlo della fossa! E la cosa apparve ancora più lampante, dal momento che alcuni pellegrini, confessatisi, si preparavano a morire. In ogni caso ci sentivamo tutti quanti davvero prostrati, sbattuti miseramente qua e là. Il 13 ottobre, intorno a mezzogiorno, la burrasca si quietò un po’ ma presto riprese quasi con la violenza precedente: a ragione avemmo paura come prima, e più di prima! Si capisce lo stato d’animo, se si pensa che alcuni emisero voti a Dio: le vele infatti erano ormai del tutto scompaginate per il vento (malgrado gli sforzi enormi dei marinai) che ci trasportava violentemente verso Alessandria. In alto mare i marosi squassavano ancor di più e poiché un’onda, incredibilmente alta più delle altre, puntava dritta verso l’imbarcazione, il comandante pronosticava che si era ormai spacciati. Ma, al di là del prevedibile, la nave fendette l’onda e fu inondata da una gran massa d’acqua da ambo le fiancate: il che non risultò affatto divertente, per chi stava a riposare! I marinai, ognora insonni: di continuo a svuotare la nave dell’acqua, bloccar le vele, svolgere i propri compiti, impegnarsi. Peraltro, che la nave non fosse carica di sale salvò la vita a tutti: il sale, se si bagna, si scioglie in acqua» (Capitolo XIV).

Si pensò addirittura ad un maleficio. Il comandante della nave intervenne.

«Il comandante ordinò sotto pena di scomunica di dichiarare se qualcuno avesse l’acqua del Giordano o altre cose portate via dai luoghi sacri, e gettò in mare quelle che gli furon consegnate. Ma noi continuavamo ad essere in balia delle raffiche di vento, tenendo spiegata per lo più una sola vela: quella piccola. Intanto non era rimasto proprio niente da mangiare, oltre al vino, al pane e non so che di formaggio: dicevano anzi che ormai mancava l’acqua» (Capitolo XIV).

Dopo tante traversie, la nave si trovò a dover attraccare ad Alessandria. Ormai arrivati lì, in modo imprevedibile e inatteso, ci fu chi ebbe l’idea di approfittarne, per andare a visitare il famoso monastero di Santa Caterina al Sinai. «Per il vero, al di là del nostro intendimento, si era approdati lì per l’avversità dei venti, ma a quel punto ne eravamo contenti: interpretammo l’avvenimento come divino consiglio, perché avessimo maggior facilità e opportunità di compiere il pellegrinaggio al Sinai (che i più avevano gran voglia di visitare)» (Capitolo XIV).

Ed ecco il resoconto dell’avventuroso viaggio verso il centro della penisola del Sinai, dove si trova il monastero di Santa Caterina.

«[…] di giornio si bruciava per il sole, la notte si gelava per i venti boreali» (Capitolo XVII).

E non mancavano rischi umani – in un mondo di ladri. Una notte, «si levò tra i nostri un agitato vociferare a causa di alcuni predoni arabi: approntammo le armi e avremmo scacciato i ladri con la forza, se costoro, diffidando delle proprie risorse, non si fossero dati alla fuga. L’agitazione si ripeté dopo un po’ […] » (Capitolo XVII).

Poi c’erano anche i furbacchioni: il personale ingaggiato come scorta armata per la difesa avanzava sempre nuove pretese economiche. «In base ai patti notarili stipulati a Il Cairo anche per iscritto, erano tenuti gli arabi ad adempiere a ogni genere di tributi a nostro carico, sia all’andata, sia al ritorno; ma subito subodorammo che non se ne sarebbero dati per inteso. Come di fatto avvenne» (Capitolo XVII). Inoltre il pericolo dei ladroni era sempre in agguato. Ripercorriamo alcuni cruciali momenti di questo viaggio verso il centro del Sinai.

«[…] eravamo piuttosto allegri, oramai (quasi fuori da ogni rischio, vicini al monastero!), allorché incappammo in un gran brutto guaio: poco distanti dal monastero, ci assalirono i predoni, all’improvviso, con ferocia estrema. Aggredirono tre dei nostri, li costinsero a scendere subito dai cammelli, presto ne rilasciarono uno, dopo averlo colpito con la frusta, ma trattarono peggio un altro che aveva osato riprendersi con forza la stuoia e persino inseguirli: gli puntarono coltelli e pugnali contro la gola, mentre quello non si dava per vinto. Riuscì a mala pena a farla franca: in seguito scoprimmo infatti che un nostro otre (di pelle caprina, per l’acqua, che aveva usato per proteggersi a mo’ di scudo ed elmo) risultava in più parti perforato con colpi di lama. Quanto al terzo, lo trattarono in modo ben più pesante e crudele: dopo averlo colpito con estrema durezza e spogliato degli abiti, lo lasciarono e avvicinarono un altro. Il primo era di certo più cauto: aveva due cassette, una piena d’oro, nascosta sotto le gambe, l’altra, con monete di poco valore, stretta al petto. Appena fatto ciò, i predoni, lasciato andare il precedente e per nulla contenti delle vesti sottrategli, si riavventarono con fare truce sull’altro impugnando con vigore coltelli e pugnali, ora sferzandolo, ora vellicandogli la barba, strizzandogli orribilmente i testicoli tra le dita; alla fine, sollevatolo in alto (poiché era troppo rischioso per loro portarlo di loro iniziativa sulle vicine alture), lo sbattono atrocemente a terra, propongono di togliergli i vestiti, di denudarlo per meglio cercar le monete. Quando colui era già quasi alla biancheria intima, molto prudentemente estrasse la borsa con le monete di minor valore, la mostrò, la consegnò. Allora quelli, pensando d’aver raggiunto il loro scopo, lasciandolo seminudo si allontanarono un po’, accompagnati da alcune nostre guide. Orbene: le guide, nonostante le avessimo viste difenderci contro i predoni e avessero consegnato al proprietario anche la veste lacerata sottratta dai predoni, non erano proprio insospettabili in quanto che, se i predoni si fossero impadroniti di un bottino più ricco, sarebbero state sospettate di connivenza. Insomma: non c’era proprio da fidarsi di nessuno! In effetti, dopo che i predoni scoprirono inopinatamente il danaro di minor valore, dapprima restituirono tramite le nostre guide la cassetta con qualche moneta, poi gli presentarono un conto da pagare, adducendo come motivo il fatto che eravamo tenuti a tale esborso, non so a quale titolo di tributo. D’altra parte, se i predoni avessero trovato le monete d’oro, c’era da temere che non le avrebbero restituite e che al ritorno tutti quanti noi saremmo incorsi nell’evidente rischio: ci avrebbero senz’altro derubati tutti, pensando che portavamo tutti del danaro. Così andammo avanti tristi e mogi, riflettendo che, se avessimo opposto resistenza, non ci sarebbe stato nulla da fare: per numero e per forza i predoni erano schiaccianti. A mezzogiorno arrivammo al monastero» (Capitolo XVII).

Dopo un breve soggiorno al monastero – un soggiorno anch’esso non privo di inconvenienti: le guide arabe pretendevano aumenti di ingaggio e, di fronte al rifiuto dei pellegrini, entrarono di nascosto nelle loro stanze derubandoli di parte di danaro, in ciò difesi da una fazione dei monaci («alcuni giovani monaci, assolutamente favorevoli a tal ladrocinio, difendevano i predoni», capitolo XVIII) -, il Meggen con alcuni compagni si apprestò a fare ritorno ad Alessandria e in Europa.

Le traversie e i brutti incontri non mancarono neppure al ritorno, almeno fino alle coste italiane. Ma, tutto sommato, leggendo tutto il diario del nostro Autore si deduce il convincimento che la soddisfazione per questo avventuroso viaggio sia stata maggiore dei pur gravi disagi sofferti. Innanzitutto, egli ottenne ciò che lo aveva indotto a tale pellegrinaggio: l’investitura solenne a Cavaliere del Santo Sepolcro, avvenuta a Gerusalemme. Inoltre, ebbe modo di conoscere da vicino aspetti della società mediterranea e araba che gli stavano a cuore: quelli economici, mercantilistici e ingegneristici, dato che egli era un nobile ma anche un imprenditore.

Conferenza per i “Lunedì Letterari” di Franco Manzoni,
presidente di «Tutta Comunicazione»

Materiale
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza