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Peter Russell, Vita e poesie

Il corposo, anzi monumentale volume curato da Wilma Minotti Cerini – che ha ideato e allestito adunando materiale di testi compositi e vari di quantità abbacinante, oltre che di qualità eccellente – per essere non dico recensito, ma anche solo presentato avrebbe bisogno di un centinaio di pagine, se non di più. Me ne astengo, rimandando ad autori che ne hanno già delineato contenuti e caratteristiche, qualità e oggettività, senza peraltro riferirci a coloro che hanno pregiato di interventi e recensioni le varie opere che Peter Russell andava man mano pubblicando nel corso degli anni di sua vita, tra i quali, senza indicare qui le opere recensite, personalità di grande valore culturale anche in ambito poetico e saggistico, quali: Thomas Fleming, Thomas Perkins, William Oxley, Kathleen Raine, Anthony Jonson, Alex F. Falzon, Giuseppe Conte, Emanuelli Occelli, Giorgio Linguaglossa, Maria Saracino, Domenico Defelice, Brandisio Andolfi, Francesco De Napoli, Franca Alaimo, Claudio Santori, Antonio Risi, Franco Loi, Elio Andriuoli, Ferdinando Bianchi, Lorenzo Morandotti, Walter Nesti, Roberto Crimeni, Roberto Zichitella, Enzo Salsetta, Pietra Serena e altri che mi sfuggono.

Sottolineo questo dato, perché viene spontaneo chiedersi il perché un tale autore, quale Peter Russell – che Wilma Minotti Cerini definisce nel Saggio conclusionale “tra i maggiori del Novecento, (riconosciuto a livello mondiale dai grandi critici)” – non abbia incontrato, in passato, una più vasta accoglienza, benché sia stato proposto persino per il Nobel dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

Non si pretende qui di accostare una problematica del genere, ma è utile delineare l’immagine globale che è stata fissata da Michael Dana Gioia in «Poetry Salzburg Review», 4, 2003: Peter Russell “un poeta dalle contraddizioni sorprendenti.

È uno scrittore immensamente dotto con un temperamento anti-accademico, un modernista stregato dal classicismo, un poliglotta radicato nell’inglese demotico, uno sperimentatore innamorato delle rigide forme tradizionali, un naturale democratico sospettoso della sinistra e mistico impegnato nella chiarezza”. Queste caratteristiche rendono a mio avviso un autore assai pregevole, e sono caratteristiche che scorrono sotto i propri occhi quando si apre qualsiasi pagina – e son tantissime! – del volume collettaneo di Wilma Minotti Cerini.

Prima di accennare a qualche tratto, fra tanti riscontrabili, di questo eclettismo d’identità binaria, mi piace indicare una delle caratteristiche, a mio avviso, importanti di Peter Russell. Egli avversa, condanna e spregia la società quale si è incancrenita nel compiacimento quasi mitizzato – nella consuetudine demenziale – del benessere come progetto dell’esistere, dell’appagamento di ogni cosa ad ogni costo, del perseguimento di traguardi materiali, ciò che conduce e induce a una concezione della vita animalesca. Ma la sua posizione non è soltanto destruens. Egli infatti sa anche, e molto bene, mostrare e proporre i beni dello spirito, dal piacere dell’arte e della poesia – con tanto di disquisizione sulla essenza della poesia – al contatto gratificante con la natura e persino allo sguardo aperto sul trascendente, come ha sottolineato, con la sua perspicacia teologica e la sua competenza storico-ecclesiastica, monsignor Franco Buzzi nella recensione al volume in oggetto.

Ora veniamo a due punti, tra i tanti, della sua radicale duplicità di forma e di concetti. Se spesso, nelle sue denunce del mondo dominato dall’arrivismo, dalla supponenza vacua e dalla prepotenza bestiale – “questo mondo di vergogna e di timore” (Le terre delle ombre! La mia vera vita è là, non qui, in Autumn to Autumn (Sonetti 1997-1998) –, è duro fino ad arrivare a lessemi e semantemi pesantissimi, ha avuto nella mente e ha messo sulla carta tanti versi d’una delicatezza e dolcezza sconvolgenti, dei quali amo ricordare solo i seguenti, da Ritornello per una canzone – che io ho inciso, per ricordo, sulla pietra dei miei sogni:

“Buio è il mondo che il tuo viso radioso non vede,
Buio è l’occhio non illuminato dal tuo sguardo
[…]
In te c’è fragranza di un altro clima
[…]
In te, la presenza del tempo fisso e fermo,
L’ombra increspante di un albero enorme
Di cui ogni foglia è una lingua che sussurra”.

Un altro tratto, che mi torna congeniale per la mia consuetudine di indagatore nella storia del cristianesimo e nell’indagine del mondo francescano, è quello della “fede”. Peter Russell si dichiara, in pratica, irenico: sono cristiano, islamico, indù, taoista, “che cosa sono?”, si domanda, e si risponde: “Adesso non mi importa, sono tutti”, in quanto “ognuna [delle religioni] è individualmente limitata, almeno nell’espressione esteriore”, afferma secondo Il mio incontro con Peter Russell di Annunziata Lisa. Però, parlando espressamente della fede cristiana, in I cieli sono pieni della Gloria del Signore, enuncia un concetto che va al cuore della fede, precisamente denunciando la pratica esteriore della religione ed enunciando: “Cristo è il nostro soccorso”. Il che, per un “non battezzato”, come riferisce Annunziata Lisa, è notevole, poiché egli rivela di capire per davvero la misura della fede, cioè l’essenza della fede in Dio, che è appunto al di fuori della “religione facile”, della religione come “convenienza” che è “superficiale rito e innocua follia” (Crescono e decrescono in Sonetti al fumo delle candele).

Ancora più drastico Peter Russell si rivela nel discrimen, nella contrapposizione tra la religione come esercizio di dominio dittatoriale ingiusto e il Cristo “il più amorevole” tra gli uomini, in cui l’esercizio di dominio dittatoriale ingiusto è assommato ed emblematizzato negli “arsi”, cioè nei cosiddetti eretici, nei cosiddetti omosessuali – al tempo della conquista delle terre del Nuovo Mondo e della successiva e immediata rapina di tali terre da parte dei conquistatori cosiddetti cristiani – , nei cosiddetti stregoni e streghe, in concreto in tutto uno sterminato stuolo di umani mandati atrocemente a morte per la fede a gloria di Dio, e il Cristo che è indicato come il “fiore da posare sopra il cuore” (Il vino di Khayyan). In sostanza, il “non battezzato” ha capito più dei battezzati potentati chi è Cristo e chi i cosiddetti cristiani che replicano e attualizzano il “Moloch schiavista” (ibidem). Ma questo argomento, trattato da Russell in Dante e l’Islam, richiederebbe un saggio specifico e consistente.

Recensione
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