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Una foglia sul cuore

Già le dediche del libro da parte dell’Autrice dicono molto sullo spirito che ha animato la poetessa: la riconoscenza.

La riconoscenza non è solo l’ammissione che si è ricevuto qualcosa da parte di qualcuno, né è solo il ringraziamento per il fatto che si è ricevuto e per quello che si è ricevuto. Ė anche, anzi soprattutto, un con-sentire – sentire insieme – qualcosa che accomuna chi ha ricevuto e chi ha donato; anzi, in radice, è proprio il sentire insieme. Nelle dediche, il caso è chiaro: la mamma, il papà, e tutte le mamme del mondo!

Da quest’ultima lassa: “A tutte le mamme, perché i loro cuori siano vicini”, prendo spunto per un pensiero importante: la gratitudine consiste ultimativamente in ciò, nell’essere vicini, nel sentire insieme.

Già la prima lirica rivela, tacitamente, questo concetto. Essa recita:

 “guardo la tua fragilità

perché vorrei curare la mia” (Guardo).

 Nulla di più felice per rivelare la comunione: come se – anzi, così è – la fragilità, grazie a questo atteggiamento diventa potenzialmente accomunata, perché si proietta sull’altro misteriosamente come in un rimbalzo di cuore.

La pulsione originaria di questa silloge sta appunto in una tensione verso l’unità degli esseri, e non solo umani, come nel caso del mare (Mare),

 “che mi è entrato dentro”( fino a respirare) “con lui”;

 come nel caso della farfalla, con le sue

 “vibrazioni […]

nel mio cuore […

Inevitabili come la vita” (Inevitabili come la vita).

 Questa necessità vitale – come appare nell’ideazione dell’Autrice – si fa vissuto palese nel rapporto concreto, ad esempio con il “grazie” (Grazie) per “la tua gioia nell’avermi vicina”, nel “distendersi” dei “tuoi occhi […] quando tu hai visto che c’ero”.

La comunione universale pare che conduca ad una esistenziale – che non è solo immaginativa o immaginifica – sostituzione dei soggetti. Se si ha nel proprio cuore – e vi si custodisce – il creato, ogni cosa può non già sostituire sempre, ma accompagnare a volte un’esperienza interiore, come quella con i due nonni morti: “E li vorresti qui”, ma

 “Una farfalla e il vento sono venuti al loro posto

Mentre il loro amore ancora ti riscalda” (Che cosa ha senso).

 E ciò avviene quando “accogli con amore” il vento e la farfalla. C’è dunque una specie di “amorosi sensi” (foscolianamente) tra uomini e cose a immagine di quella che si crea tra gli umani.

Un’altra profonda esigenza che traluce in queste poesie è quella della vita intima, la vita “dentro il mio giardino” (), “giardino” che non è solo un tratto di terreno domestico, ma è anche la propria anima, di cui il giardino di casa è metafora.

Non c’è contraddizione tra la comunione con il mondo e la separazione dal mondo (“quel tanto di mondo / che mi basta”, ): la vita interiore è essa a fondare, promuovere e permettere l’intesa profonda con tutto, umani compresi.

L’attitudine dell’Autrice a scendere nella sua anima capace di profonde immersioni mi appare sfolgorare in una breve poesia che mi piace trascrivere (Giustezza):

 “ogni cosa fragile

ha una forza nascosta

ogni sogno giusto

voce

profondissima”.

 Questa è come una icona, ma la cifra poetica si rivela comunque in quel “dentro te stesso” cui l’Autrice proietta le possibilità esistenziali in Venerdì 14 ottobre 2016,

 “nell’eterno spazio tra un

respiro e

il successivo”.

 Del resto, questo “scendere nel profondo”, raffigurato nel “mare”, in Mi disse, per “poter vedere il sole”, è quel “ritorno al centro” (Il Tempo) in cui consiste il fondamento della vita sapiente, additata da sempre dai saggi e dai contemplativi di tutte le culture.

 là, dove tutto è iniziato

dove la cultura delle fate ha un senso

dove si sanno leggere i messaggi delle rocce

dove la pace è dentro di te,

dove i capelli sono ad incorniciare un bel volto,

proteggendolo quel tanto che basta

là, nel regno della bellezza

sciolgo le cime,

mi allontano dai preziosi mostri

in fondo al mare,

pronta ad incontrarli ancora quando occorre,

da dove sono venuta ritorno

passando dal fiume sotterraneo

dai boschi invisibili ai più

entrando nelle note

ritorno nella mia casa,

davanti alla mia finestra di scrittrice scrivo

e vivo

dentro al mio giardino e vedo quel tanto di mondo

che mi basta.

                            Valeria L.C. Pelosio

Per terminare questo leitmotiv della presente silloge non si può obliterare il ritorno figurativo e semantico tra lo “scendere” ed il “sole”, come in quest’altra apofantica poesia (Conoscere):

 “Scesa dentro di me ho trovato amore per me stessa,

e quindi il sole”

 – in cui il “sole” assume la metafora di “amore” per se stessi, cioè pacificazione esistenziale.

I testi di questa silloge tuttavia conoscono anche le circostanze più varie e variegate della quotidianità di ogni tempo e di ogni percorso umano della vita, anche della vita nelle turbolenze (“tra le inquietudini degli eventi”, Sprazzi di colore) e nelle acquiescenze dell’animo.

Ė così che l’Autrice si rivolge ora all’uno, ora all’altro soggetto che con lei cammina nella vita, e allora la poesia si fa realistica, quasi narrativa – ad esempio –,

 “con i cuori abbracciati

dentro la nostra coperta bianca” (Rimaniamo così).

 Un esempio in questo senso, come ri-presentazione di un brano di vita, intensa e viva, è il riferimento, quasi attualizzato, alla “Prof.ssa Gabriella Cattaneo”, come è puntualizzato nel titolo, ricordata in tratti di vividi pastelli tra il realismo pittorico – “seduta al tavolo / a un metro dalla cattedra / le gambe lunghe accavallate”, senza che si muovesse “mai da quello spazio” – e l’impressionismo lirico – “le mani da pianista / bellissime” e gli “occhi grandi / presenti a noi”, con forte e profonda tensione emotiva, come qui si leggerà e come ben si capirà.

Passeggiata liberty (Alla Prof.ssa Gabriella Cattaneo)

 Infinite volte ho ascoltato le tue parole

andavano al cuore

narravano d’arte e di bellezza

di liberty

di canto e di poesia

di vita e d’amore d’ogni giorno

stavi lì

con noi

non ti muovevi mai da quello spazio

 

seduta sul tavolo

a un metro dalla cattedrale

gambe lunghe accavallatele

mani da pianista

bellissime

i tuoi occhi grandi

presenti a noi

erano la tua voce

mai abbiamo potuto sentirci sole.

E sorridevi vedendoci volare

                            Valeria L.C. Pelosio

Il tutto nella convinzione – anzi no, nell’esperienza e percezione – che tutto viene dal di dentro, da un di dentro al di sotto, per così dire, della coscienza. Ė la dichiarazione in Le reti dell’inconscio, su cui mi soffermerò più sotto.

Quell’amore universale, di cui s’è fatto cenno, ha vasti echi, ma ad una prima e immediata lettura – forse obliabile di primo acchito per la sua disarmante e dirompente dura franchezza – colpisce come una freccia avvelenata la lapidaria domanda irrisolta:

 “Delfini insanguinati

ti chiedono

il perché” (Senza amore),

 vergato tutto in maiuscolo come su una lapide cimiteriale.

Ė da qui che si deve ripartire per comprendere il senso nascosto – solo perché sprofondato nel mare della vita profonda – di questa silloge poetica. Qui infatti si coglie l’attitudine della scrittrice verso il mondo, il suo sguardo sulle cose, sulla realtà in generale.

Ė uno sguardo di comprensione, che è partecipazione agli eventi della terra, alle opzioni degli umani. Non è infatti tanto né soltanto un atteggiamento da «animalista» (per cui si veda inoltre l’“Uccello ferito / sulla spiaggia”, che “chiama” la pietà umana appellandosi alla sua dignità, Ora). Non lo è, perché questo atteggiamento esistenziale non si circoscrive al mondo bio-animale. Certo, a questo livello è facile parlare della dolcezza espansiva della nostra scrittrice – del resto stampata nella miniaturistica foto in quarta di copertina di Una foglia sul cuore, che illumina lo spazio visibile ed anche invisibile.

Ma non è su questo fondamento che si può dire della tenerissima e fortissima dolcezza della scrittrice e poetessa in questione. Essa è in quella “osservazione pura delle cose” (Il Tempo) per la quale tutto, per l’Autrice, parte dal “centro” (Il Tempo) ed al centro ritorna (“Scesa dentro di me […], Conoscere).

Ed è dunque ora di parlare non di ciò che riluce ma di ciò che stride. Non di ciò che conforta, ma di ciò che tradisce. E fa sanguinare.

Perché solo ora?

Perché era necessario definire, sia pure a volo di gabbiano, la discesa esistenziale nell’intimo di sé e la risalita verso la terra, la terra degli umani.

Ma prima di iniziare, viene qui da ripetere con l’Autrice:

 “Non spenderò

Con te

Parole più che necessarie […]”.

 Nel mezzo della sofferenza. Anzi nel suo centro.

E qui di nuovo va citata una poesia, in un distico vertiginosamente ossimorico nei suoi concetti, che dà brividi:

 “chiamo il silenzio

per ascoltare il suono della vita” (Sono a casa).

 Che cosa, più del silenzio, può dire parole che non si pronunciano? Che cosa, più del silenzio custodito tra un respiro e l’altro respiro, può disvelare il pensiero, rivelare il sentimento?

Comunque è su queste basi che si erige la pienezza della dolce anima della scrittrice:

 “Ho cercato il Tuo abbraccio” (Madre),

 “ti ho ritrovato abbracciandoti” (12 agosto 2008).

 Ma chi abbraccia, in questa silloge poetica, Valeria?

Il dolore, la pena.

Non è solo il dolore, non è solo il sangue del delfino, né dell’uccello ferito sulla spiaggia:

 “hai guardato nella culla […]

era troppo per te

era troppo per me”,

 in cui tutto è ricapitolato nella pena:

 “[…] della tua esclusione

che ha portato pena a te

che ha portato pena a me” (Madre a te stessa).

 Eppure, dice la figlia alla mamma

 “Lontana

Irraggiungibile

Persa nelle tue solitudini” (Madre),

 dice: ho cercato

 “il tuo abbraccio

Madre mia” (Madre),

 mentre

 “Ti scrutavo”.

 Per capire che cosa? Per cercare di carpire qualcosa. Ma:

 “ma sei così lontana”,

 persino

 “non so ancora il colore dei tuoi occhi”,

 non comprendo

 “il peso

della tue carezze” (12 agosto 2008). Tuttavia…

 Però, prima di seguire quello che poi viene, leggiamo ciò:

 “ho paura degli estranei

colei che sei

per me

qui, ora” (12 agosto 2008).

 Che cosa sia lei, “qui, ora”, non sappiamo. E non vogliamo saperlo. Siamo degli estranei.

Ella è a casa. A casa del Padre. Ella è con sé, e presso il Padre. Tutto il resto è “l’estraneo”. Siamo degli estranei.

 Sono a casa

 Sono a casa

nella mia casa

profumata di fiducia

Chiamo il buio

perché i nostri sogni si compiano,

chiamo il silenzio

per ascoltare il suono della vita.

                            Valeria L.C. Pelosio

 Padre

 Sono tornata a casa

sento l’aria di primavera che mi attraversa

Sulla mia strada rumorosa e silenziosa

Lungo la polvere di

infinite scansioni temporali

                            Valeria L.C. Pelosio
Tutti, sono degli estranei.

Ma rispettiamo la sofferenza. Dicendo, ed è appunto quello che vien dopo:

 “sono felice, sai,

perché ci sei”.

 Nel silenzio.

Recensione
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