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Lettera “provinciale”

Caro Professore,

ho finito, da poco, di leggere il tuo libro (Lettere Provinciali), anzi, poiché con te voglio essere sincero fino in fondo, come del resto sono sempre stato, ti dico che finito di leggerlo da un bel pò. Avrei voluto scriverti subito le mie impressioni, ma non l’ho fatto per diverse ragioni, tutte, però, riconducibili al senso di disagio che provavo ogni volta che prendevo la penna.

Tu sei una persona dall’animo buono e io, grazie al tuo modo di fare estremamente cordiale, con te mi prendo delle confidenze che, in fondo, credo ti facciano piacere; ma scrivere del tuo libro mi imbarazzava.

Mi imbarazzava perchè io sono tuo allievo; mi imbarazzava perché io sono solo diplomato e non sono, quindi, un “poeta laureato”come qualcuno, con una punta di veleno, si ostina a sottolineare. Quel qualcuno, però, non sa il piacere che provo nel sentirmelo ripetere: mi compiaccio, infatti, di ciò che riesco a fare pur essendo un semplice diplomato.

Tralascio, però, ora questi pensieri che non portano da nessuna parte e torno al mio disagio e al tuo libro.

Il disagio l’ho superato ricordandomi che per te non contano i titoli ma le persone: io e il “tuo Samuele” ne siamo la prova. Il libro mi è piaciuto molto, l’eleganza della copertina lo rende piacevole alla vista, mentre la divisione in paragrafi (credo indichino dei paragrafi quei piccoli spazi bianchi) dei racconti più lunghi facilita la lettura già di per sé agevole e accattivante.

C’è poco da dire: la semplicità appartiene ai grandi!

Non so dirti quale racconto mi è piaciuto di più, ma so perché mi sono piaciuti: mi hanno fatto sentire meglio, e ciò grazie alla delicatezza con cui le storie sono narrate. A molti racconti fa da sfondo il buon senso che, per me, è la capacità di guardare alle cose con il giusto distacco così da poterle capire meglio. Leggendo, per esempio, “Il mio destino”, “Via Brennero”, “Una vita”, ho fatto il parallelo con una frase della canzone “Caruso” di Lucio Dalla che recita così: quando vide la luna uscire da una nuvola gli sembrò più dolce anche la morte”. Mi sembra, in definitiva, che molti tuoi personaggi si muovano, nelle difficoltà che le circostanze impongono, con la padronanza e la saggezza di chi ha smesso di fare a pugni con la vita e cerca di assecondarne il corso. La loro non è rassegnazione, ma accettazione totale della vita di cui fa parte anche la morte.

In diversi racconti, tu, parli della tua città e delle sue grotte, ma io leggendoli ho pensato spesso al mio paese e alla sue “lammie” e mi sono tornate alla mente alcune, delle tante, storie raccontatemi da mia madre che parlava degli stessi problemi e presentavano le stesse situazioni di sofferenza e privazioni a conferma del fatto che “gli uomini sono sempre uguali, ieri come oggi, in provincia come in città”.

Credo perciò, Caro Professore, che tra i regali che hai fatto e che farai a Giovanni “il bolognese” questo sia certamente di grande valore, perché le parole volano ma gli scritti restano (non conosco il latino “ovviamente”); i tempi, inoltre, cambiano e, ultimamente, anche troppo in fretta, e se non ci fossero persone come te che sentono il bisogno di dire e lasciare qualcosa alle nuove generazioni molte cose andrebbero perdute come, per esempio, i racconti di mia madre.

Un affettuoso saluto dal tuo allievo

Recensione
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