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Le verità della letteratura

Il dire è più dell’essere

1. Nella sua ultima miscellanea Giorgio Bárberi Squarotti offre un circostanziato saggio di lettura e un inventario degli strumenti della critica, in pratica apre al pubblico un suo personale laboratorio polisemico, dove ogni vicenda letteraria viene smontata e indagata nei significati più remoti, oltre che identificata in rapporto alle fonti, sempre copiose, dettagliate, acconce a un discorso fitto di utili rimandi, di innovative comparazioni, di impensate intersezioni.

È interessante come risale dai codici culturali alla figurazione del mondo, dimostrando che la costellazione infrangibile della letteratura può essere incrinata, così da penetrare nelle falde della lingua per rilevarne i gorghi semantico-sintattici e risucchiare i lettori dentro profondità inesplorate.

Al Nostro basta assaggiare gli autori per sapere che suono danno, ne solfeggia subito la melodia principale e l’armonia di sottofondo, all’impronta.

È vero imbarca molta cultura e molto mestiere, ma in modo secco, ironico, dinamico, senza passatismi e pedantismi.

Sciorina i suoi santuari (Petrarca, Leopardi, Pascoli, D’Annunzio) e non è out: le sue pagine danno buon suono, sono convincenti, aprono le nostre Lettere a una dimensione ricca, di alto livello, con i suoi giocolieri brillanti, i suoi virtuosi della parola, i suoi uomini antichi (Omero, per esempio) riscoperti come nuovissimi.

Di fronte a questi saggi, tra gli altri Beatrice, Margutte, le ancelle di Armida, il Poeta: che cosa è il riso, viene voglia, quasi un furore di assimilare, di gustare i succhi fino in fondo, di imparare, quasi maniacalmente, come si racconta un’epoca, un’intera civiltà.

Bárberi Squarotti trafigge con i suoi lampi di acutezza, intrattiene con i classici (Marino, Foscolo) un colloquio vario e salutare, che promette di non chiudersi e di salvarci dall’esplosione laida e deformante della telecrazia:

Proprietà della letteratura è che, parallelamente, ma ancora più spesso alternamente e in modo intrecciato, rappresenti le vicende, le esperienze, le situazioni della natura e dell’esistenza, e trasformi e trasfiguri tali eventi in emblemi, similitudini, allegorie, così scoprendone il significato che è al di là del reale. (L’allegoria della neve, p. 5)

2. Bárberi Squarotti intende il reperto critico nel suo sviluppo come sequenza di concetti, commenti, emozioni riflesse. Non ascrive all’opera letteraria un carattere di definitività, né all’esegesi le solite cristallizzazioni categoriali. Commenta mentre l’opera accade e si svolge sotto ai suoi occhi, viva e in movimento, capace di illuminare d’improvviso particolari reconditi dell’esistenza. Presenta una sua visione problematica e nello stesso tempo trionfalmente sensuale, intensamente passionale, fino a sfiorare visionarietà e tensione metafisica. Non assembla congetture astratte, applicabili indifferentemente a qualsiasi corrente e autore, al contrario conduce un esame assai rigoroso sui testi, distribuiti diacronicamente in ampie lasse storiche. Ne è esempio L’allegoria della neve, dove rievoca il fioccare senza vento su un monte o su un colle, immagine eponima di un fermo paesaggio invernale, lo stesso nel quale Petrarca ritrova il pallore del cadavere di Laura.

La neve allegorizza la provvisorietà delle stagioni, assimila l’inverno alla morte transitoria della natura, al suo scendere seminale dentro la terra in attesa dell’esplosione e del rigoglio primaverile.

La neve-morte attesta una seconda similitudine con la purezza, essendo l’esistenza di Laura scevra di colpe e bassezze umane.

Bárberi Squarotti segue l’allegoria nivale attraverso le stanche riprese dei petrarchisti e dei concettisti barocchi, fino alla Nevicata del 1881 di Carducci e all’omonimo testo pascoliano cui va ad aggiungersi Notte neve, entrambi inseriti nella terza edizione di Myricae del 1894. Né manca la citazione di un terzo testo esemplare del poeta di San Mauro, vale a dire Orfano con la sua nenia triste, salda nella mente di più generazioni di lettori e studenti (“Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca”).

L’itinerario nivale prosegue con Gozzano, D’Annunzio, Pavese, Buzzati, Quasimodo, Fenoglio a dimostrazione della fittissima rete di corrispondenze tra autori di ascendenze lontane, ma accomunati dal medesimo scandaglio della esacerbata natura umana:

La neve come l’immagine della pacificazione da tutte le angosce, le violenze, le guerre, le fughe, gli inseguimenti, le uccisioni e le sconfitte è raccontata da Fenoglio in una delle ultime sezioni de Il partigiano Johnny , che si intitola Inverno 5. C’è subito la clamorosa rappresentazione dell’acme del terrore nella notte di Johnny che, solo, dopo aver perso anche gli ultimi suoi compagni, si è rifugiato in una capanna, nel gelo, e la scoperta, invece dell’arrivo dei fascisti, incredibile, meravigliosa, della neve che sta cadendo su tutte le Langhe. (L’allegoria della neve p. 19)

3. Dopo la neve-morte e l’acqua-vita l’attenzione si sposta sulla crisi della metafisica tradizionale (Le favole antiche e nuove), si veleggia verso Il cuore del Novecento, si passano in rassegna Tre citazioni: Corazzini, Sbarbaro, Montale, si rende un omaggio originale al dantismo di Giovanni Giudici (Dante per antifrasi: la poesia di Giudici), ma soprattutto si dà vita a un saggio particolarmente riuscito e significativo La città e gli anni, nel quale Milano assurge a metafora della modernità, perché sovrappone e stratifica strutture sempre più grandiose e complesse. Attraverso la voce di Bontempelli (La vita intensa del 1920, La vita operosa del 1921), la metropoli lombarda si fa testo, rende possibile il gioco a ritroso dell’interpretazione. La molteplicità degli stimoli e delle prospettive, di cui è investita, obbliga lo scrittore a negoziare una nuova weltanschauung, a dare un ordine all’essere ingombrante e artificioso che va delineandosi.

L’edificio-alveare, il vicolo sudicio, il grigiore piovoso all’ingresso dei teatri, il balenìo dei tram nell’arteria di gran traffico, i passanti con la faccia scrostata: sono squarci di miseria urbana e di squallore umano che appartengono all’affollata, soffocante e onnivora città ottocentesca. Dopo la prima guerra mondiale tutti si sono messi a costruire una nuova città, nuove persone, tuttavia non sono andati al di là di una scenografica facciata, di un grado zero della bellezza.

Eppure Bontempelli coglie la concretezza dei processi storici in atto, consegnando al nostro critico l’utopia di una Milano come luogo della mente, monumento di una proliferante immaginazione che intende distanziarsi anni-luce dall’orribile incubo della frammentarietà, dell’ossessività, dello straniamento, oggi imperanti.

Bárberi Squarotti coglie molto bene in Bontempelli la fascinazione per un organismo vivente fatto di un’unica corposa operosità, in grado di moltiplicarsi incessantemente per mezzo dell’energia prodigiosa delle macchine e della folla, così come altri autori hanno sottolineato, in specie Savinio, Gadda, Sereni, per citare i maggiori:

Direi che la letteratura del nostro Novecento, almeno fino agli anni Settanta, venga a schierarsi nei due fronti opposti: la città moderna, la Milano di Bontempelli e la città tentacolare e orrorosa dell’Ottocento, con il suo ventre gonfio di mali. Penso alla Milano di Sereni, la sua via Scarlatti, la città che si sveglia operosa, e lì la morte tutto dissigilla, perché tutto è chiaro, fervido, e non ci sono tenebre e misteri, e all’opposto, la Vetra di Raboni, che, pur tanto mutata, ha ancora in sé l’ombra della violenza, della povertà, della crudeltà delle ingiustizie della storia. (La città e gli anni p. 107)

4. C’è insomma dentro Le verità della letteratura la critica come allegoria di un amore travolgente per la vita, per la purezza delle intenzioni e per l’operosità artigianale di chi ha saputo lasciare opere memorabili, attestazione appassionata di una ricerca della bellezza attraverso la Storia e oltre il Tempo.

Ci sono critici letterari stricto sensu e critici a tutto tondo: con i primi sali e scendi il climax di un tecnicismo sovente asfissiante, con i secondi sali sulla nave degli Argonauti alla volta del vello d’oro (la comprensione profonda e essenziale delle cose e degli eventi).

Il lettore può sperimentare la sicura appartenenza di Giorgio Bárberi Squarotti al secondo gruppo, a coloro che urtano contro le superfici dense e articolate del passato per far emergere le scontrosità e le distopie del nostro presente.

Recensione
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