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Marino Piazzolla: sperimentatore e lettrista

1. Litania della critica

Dicono che Marino Piazzolla (San Ferdinando di Puglia 1910-Roma 1985) sia un lirico minore. A nulla gli vale essere stato un intellettuale di formazione europea, un filosofo raffinato, un saggista, un critico d’arte, uno sperimentatore di registri espressivi disparati (drammatico, ironico, dialettico, amoroso); a nessuna gloria gli serve il tentativo antropologico di rifondazione dell’io, spossato e massificato, alla ricerca di un rapporto più autentico tra l’individuo e il mondo.

Pur avendo fissato le sue idee in oltre trenta volumi editi, pur avendo sperimentato il verso libero e rimato, pur avendo utilizzato linguaggi lirici e antilirici, oltrepassando le scuole del suo tempo (neoermetismo e neorealismo), sempre imprimendo il marchio forte della sua personalità sanguigna, Piazzolla rimane un autore ancora da scoprire, al massimo confuso con il musicista Astor Piazzolla.

Per chi vive nel sottobosco della letteratura italiana non conta nulla che Piazzolla abbia vissuto a Parigi dal 1930 al 1940, che si sia iscritto e laureato alla Sorbona con una tesi sulle poetiche da Aristotele all’abate Brémond, che si sia inserito nella società letteraria parigina, grazie all’amicizia di Valéry, Claudel, Eluard, Breton, Sartre.

Importa, oppure no, che Gide in particolare abbia ospitato sulla sua rivista, Arts et Idées, il primo saggio di Piazzolla, Pirandello e la tragedia, pubblicato esattamente un anno dopo la scomparsa del drammaturgo siciliano?

Dicono che Piazzolla sia un autore di scarso valore, sorvolando sulla  stima riservatagli da Vincenzo Cardarelli che gli affida un importante spazio critico sulla sua prestigiosa rivista, La Fiera Letteraria.

Altrettanto sottaciuto il riconoscimento da parte di Cesare Vivaldi e di Elio Filippo Accrocca, poeti della scuola romana, che nel 1953 per le Edizioni del Canzoniere gli pubblicano Esilio sull’Himalaya.

Dicono che Piazzolla non abbia dato molto alla poesia, nonostante abbia partecipato nel 1960 al prestigioso Premio Viareggio con le Lettere della sposa demente, ottenendo la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per l’alto valore letterario della sua opera; dicono che è di scarso rilievo aver conosciuto e frequentato negli anni del suo esilio romano, a ridosso degli anni Sessanta, Maria Zambrano, una delle pensatrici più acute e originali del Novecento; dicono che non serve  essere stato stimato da Corrado Govoni, Giorgio Caproni, Carlo Bo, Alberto Frattini, per citare alcuni nomi di rilievo della poesia e della critica.

Se è vero che Piazzolla è un autore da poche righe nei regesti letterari, perché nel 1978 viene intervistato alla radio francese, per la sezione France Culture, da Oliviére Germani-Thomas, Estelle Schlegel, François Couturier e la conversazione trasmessa a puntate, segnalandolo fra le personalità eminenti della cultura europea del periodo?

2. Palinodia dello scrittore Marino Piazzolla

Il quesito che sopravvive è sempre lo stesso: perché l’aggettivo lirico suscita di per sé ripugnanza? Perché i critici non vogliono affacciarsi, aguzzare lo sguardo, distinguere il lauro dall’ortica e scostare con il fiato del pensiero i pregiudizi, i preconcetti che si aggrovigliano ai piani bassi della loro mente?

Piazzolla copre con originalità i generi più disparati di scrittura: dialogo mitico, melica monodica, diario, aforismi, saggio, recensione critica, eppure rimane confinato nel suo limbo e nel suo oblio, anche quando pubblica nel 1966 I detti immemorabili di R. M. Ratti, opera aforismatica nella quale una strana figura di saggio nichilista prevede la consunzione della vita istintiva e dei sentimenti:“Navigazione. A volte, di notte, mi sento nostromo a bordo delle mie scarpe”, oppure “Insonnia. Quando soffro d’insonnia, metto la sveglia a letto. Le sto vicino, quasi sul comodino, a fare tic-tac fino al mattino”, e ancora “Lo specchio. Mi specchio: da uno divento due. Chiudo gli occhi e non sono più nessuno”.

In questa direzione Piazzolla lavora tre anni dopo, è il 1969, a una sua rivista, L’IDIOTA, periodico satirico antiletterario, versione grottesca in tono inusitato dei guasti incipienti della modernità che l’Italia conosce in quegli anni con la denominazione di boom economico; non a caso svetta tra le altre la figura di Kal, filosofo del dormiveglia, il quale avverte di rivolgersi alle poche coscienze non schiavizzate in circolazione “Ebbene, noi aspiriamo a rendere libero anche il nostro stato di veglia. Ma liberi in che senso? Liberi innanzitutto di frequentare le idee chiare e distinte, di mettere a nudo, senza preoccuparci di trovarci in regime clericale, le verità che vediamo e crediamo soffocate, ogni giorno, proprio da chi si proclama difensore della democrazia e della libertà, ma che nella vita privata fabbrica manette e nella vita pubblica fa approvare decreti catenaccio restrittivi di ogni libertà”.

Né è da trascurare l’allegoria vegetale, la giullarata surreale che risponde al nome di I fiori ci insegnano a sorridere (1974), florilegio di racconti paradossali, strampalati, equivoci, farseschi, irriverenti, fondati sull’assunto che il controsenso, il motto di spirito resistono nell’immaginario collettivo con il loro potente messaggio “ROSA ROSSA INNAMORATA. Mi morì il giacinto e allora decisi di mettere su un’aiuola di appuntamenti. Ingaggiai alcune violette orfanelle, una mimosa vedova, una gardenia ex mantenuta di un girasole e una camelia traviata”.

La stagione compositiva piazzolliana si conclude con le odi sulfuree e impietose del Pianeta Nero, pubblicato prima di morire nel 1985; qui, innervando un registro linguistico concitato, mai sfumato, mai dottrinale o sociologico, Piazzolla presenta la maestà tragica dell’Apocalisse sotto forma di ingiustizie, squilibri planetari, fame, guerre. Si veda in particolare La puzza del danaro: “Il danaro puzza di zolfo/puzza di sterco duro/di sterco molle/Puzza di mestruo solidificato/Puzza d’acqua sulfurea/è una sirena muta/che beve la sua orina/e la lascia bere agli altri”. (tutte le citazioni sono tratte da Omaggio a Marino Piazzolla, a cura di Velio Carratoni, 2 voll., Roma 1992).

Dicono però che Piazzolla sia un lirico minore e non abbia scritto altro che romanticherie, sentimentalerie alla Giovanni Prati, all’Aleardo Aleardi, ma non è forse un legittimo erede della Scapigliatura, e in modo oggettivo uno sperimentatore di linguaggi?

3. La sperimentazione e il lettrismo

Piazzolla si ribella al ruolo produttivo imposto a ogni intellettuale dall’industria culturale, per questo tende a presentarsi come coscienza antagonista e lucidamente delirante nella nostra storia collettiva violenta e dannata.

Se la voce poetica tradizionale appare ormai disabitata, autoreferenziale, esiliata e incompresa, occorre trovare nuove strade espressive, cercare nuove modalità comunicative, per misurarsi con i sedimenti velenosi della tecnica, con i miasmi delle città troppo vive e umanamente morte, con gli automi del lavoro seriale; occorre spezzare il ritmo della normatività, della determinazione a tutti i costi, a cominciare dal linguaggio, il primo elemento a essere manipolato e utilizzato quale strumento di coesione e massificazione.

Piazzolla trova nuovi stimoli compositivi in un movimento, meno famoso del Futurismo, del Dadaismo e del Surrealismo, il Lettrismo, fondato nei primi anni Quaranta dal rumeno Isidore Isou, il quale incentra la scrittura e ogni intervento creativo sulla singola lettera alfabetica, intesa come grafema, segno calligrafico, vocalico o consonantico, declinabile e combinabile all’infinito, secondo una concezione totalizzante dell’arte, connessa direttamente alla matrice anarcoide delle avanguardie storiche.

Isou arriva al risultato dell’hypergraphie, ispirandosi ai codici geroglifici egiziani, così come il Surrealismo di Breton aveva tratto linfa vitale dalla filosofia degli opposti e dalla scrittura oscura, aforismatica di Eraclito.

Il Lettrismo prevede, nelle intenzioni del fondatore, i dessins lettristes (la sostituzione delle lettere agli oggetti figurativi per promuovere uno spazio lettrista nelle arti visive), la métagraphie o postécriture (strutture includenti la totalità degli alfabeti antichi), l’hypergraphie vera e propria, consistente nel liberare i sistemi di notazione alfabetica da qualsiasi regola grammatica, da qualsiasi impiego semantico (“Il s’agit de faire comprendre que les lettres ont une autre destination que les mots”, Il manifesto della poesia lettrista).

Il Lettrismo ha avuto il suo momento di maggiore diffusione negli anni Sessanta, proprio quando Piazzolla ha cominciato a interessarsene al pari del Vorticismo, del Suprematismo, dell’Imagismo, del Musicalismo, sempre sperimentando espressività e linguaggi nuovi, fino alla decostruzione del discorso e a queste POESIE IN LINGUA MISTERIOSA, ritrovate dal sottoscritto fra le sue carte e con emozione presentate in questa rivista, per la prima volta ai lettori, nella speranza che il Nostro ricavi una diversa considerazione del suo impegno in poesia.

Su un immaginario spartito musicale Piazzolla sosvrascrive le sue lettere, snaturate e combinate secondo i tipici movimenti lettristi: détournement (decontestualizzazione) e dèpassement (sconfinamento).

Attraverso un processo di frammentazione delle parole e di ri-associazione ipergrafica, Piazzolla realizza un tentativo di linguaggio originario, come se cercasse la modalità espressiva primitiva, quella lingua mitica che avrebbe preceduto la dissoluzione e la confusione babelica: si tratta di richiamare le energie primigenie di un individuo totalmente immerso nella naturalità delle cose, non ancora alienato, né dilaniato dalla modernità.

C’è sempre un movimento retrogrado nelle avanguardie, un estenuato scontento del presente che fa volgere l’ago storico verso il passato; c’è sempre una dimensione mistica in queste operazioni sul linguaggio, tese a riportare in luce quella Parola Originaria e Unica che possa risolvere gli inevasi enigmi dell’esistenza.

Lette, declamate, cantate a voce alta queste Poesie in lingua misteriosa scandiranno nella mente dei lettori un tempo diverso, ritmeranno un’altra esistenza, esibiranno la loro abilità di mettersi in contatto con l’assoluto.

Se poi i lettori dovessero riscontrare una dose di gioco e di divertissement, non se facciano un cruccio, perché è mestiere di poeta mettere gli orologi a tacere, svegliare le rane, sollecitare i grilli, chiamare i buffoni a ispezionare con una sonora risata la reggia, le terrazze e lo sfasciume della nostra vita.

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