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La poesia di Roberta ha lo strano potere di inebriare il lettore, tale è la forza della parola, tale lo stile affabulante e conciso, quel tanto che basti per dare esiti felici, per instaurare un rapporto privilegiato con la poesia. I suoi versi sono fatti di vento e di carne, di nuvole e di violini, di mistero e di rapsodie che hanno la valenza delle componenti liriche che servono per realizzare una buona poesia. E di poesia autentica, corposa, matura, dosata sulle linee di uno stile sobrio e chiaro è precisamente quello che si addice a descrivere, in tutto o in parte, la poetica della Roberta.

Le sue note, le sue immagini, le sue fantasie ci riportano la cadenza delle onde del mare e l’acqualuce, (scritto proprio come lo scrivo, coniato da me, come termine nuovo) per indicare una mescolanza armonica di suoni d’acqua e di luce. E’ uno strano connubio quello che si evidenzia da questa poetessa, perché riesce a dare sensazioni nuove e vibrazioni notevoli, nel mentre che descrive e avverte, magari distrattamente un fiordaliso al sole. In ogni poesia si trova la magia fortunosa e temibile della parola che si fa luce d’altrove, mistero di un significato profondo del dire, soprattutto in poesia, e ciò non è di tutti.

La poetica di Roberta Degl’Innocenti è un canto dolcissimo e malinconico, un essamble di passione e di pianto, schiocco di tuono, quando si avvicina il temporale. Raramente capita di leggere poesia che ha dentro di sé le note di una elegia che sappia mostrare rapsodie celestiali, peperò essere triste, malinconica nella sua essenza, innervandosi in sensazioni meste e nello spleen di una parola che le riveste di sole, di luce, d’allegria: note dolenti ed evocative, sì, ma che hanno la grazia del gelsomino in faccia al sole, ma il cuore di rovo pungente, come la vita.

Sembra, nel leggere i suoi versi, di essere immersi dentro una conchiglia insabbiata che, se appena riemerge dalla risacca, fa di tutto per assorbire, modellare, ricamare, addolcire le note basse del mare che la incalza, dando loro quella capacità di immersione/riemersione che la salva dagli abissi fondi: ”C’è un respiro di sirena sulla spiaggia/. Io l’ho cercato: era triste, svogliato, /piangeva di nascosto.” (p. 50).

La sua parola è fluida, trascrive un fondo chiaro di sogni quasi intatti, ma nel contempo si fa venditrice di nuvole, di perle, di gemme che ella stessa riesce a ricomporre per farne collane o diademi scintillanti.

Una magia per il lettore, qualcosa che trascende la normale routine lirica per attestarsi a novità e a dimensione di grande maturità: ”Ci sarà ancora un sentiero di lavanda,/ un boccio sogno, sguardo imbroglione/ a giocare coi fili burattini./” (p. 27).

Ho trovato i versi della Roberta molto diversi dalla sua ultima raccolta. Non male, devo ammettere, i suoi libri percedenti, perché già si delineavano i contorni,i segnali della crescita futura, della differenziazione imminente…però trovarmela cosi cogente e matura nella sua disinvolta descrizione lirica mi ha lasciata impreparata. Invece, mi ha sorpreso, mi ha decisamente convinta: la sua padronanza del linguaggio, ben assimilato e ben costruito, come si conviene ad un’ottima poesia: “Ambigua la sera, si sveste dei colori,/ respira gemiti pesanti e labbra esangui.” (p. 27).

Roberta Degl’Innocenti ha trovato la formula per un lirismo salvifico, come afferma anche il predatore Paolo Ruffilli nella sua dettagliata e precisa prefazione. La poetica di questa raccolta infatti corrisponde a speranza, a contrappunti, a suggestioni visionarie, quasi smaterializzate dal quotidiano, ma appunto per questo vivide, sincere e puntuali sulla vera natura delle cose e degli avvenimenti: le assenze, le privazioni, le deferenze, le interferenze della vita sanno intrecciare con la sua vitalità e la sua tracciabilità lirica, una sorta di contraltare che si ripropone in molti testi, ed è precisamente l’eco delle sue vibrazioni interiori, della sua sensibilità trascinatrice e inusuale che riesce a reggere il confronto con tanta poesia moderna senza valore.

Ella si riformula e si (ri)sintonizza, alla maniera di Chopin, che sa restituire l’inevitabile trascinamento delle note alla vita e al suo dramma, in una sorta di elegia iniziatica per ritorni di parole che amano farsi luce, spazio, segnale e presenza all’interno dell’episodio personale e della grande avventura dell’esistente.

La sua poesia si fa luce fra le tenebre alla maniera di un fiordaliso esposto all’evocazione ritmica della luce: una sorta di chiaroscuro che si fa di volta in volta caleidoscopio e arcobaleno, sogno e segno di un alitare lieve ai confini del mondo verso visioni di assoluto, di immaginazioni che continuamente si riflettono in noi in tutta la gamma dei sentimenti e delle sensazioni, come in questi versi ad esempio, dedicati alla madre: “…E tu, madre, piegata al vento, frusta di giunco, bacca di ginepro,/ abbraccio di convolvolo alla rete/…/Noi due, strette nel gioco d’un aprile distratto,/ puledri pigri al sangue mattutino./ Noi due, ferme nel tempo/…/quando ti penso m’incanta la memoria.” (p. 15).

Il sogno, la visione della fantasia vi persistono e lei come ad una rosa aulente vi ricorre spesso, quasi a testimoniare il suo fresco lirismo, che paradossalmente, alla luce dei fatti, trasforma in lirismo ben organizzato e variegato. Dalla visionarietà, mai riduttiva, passa alla consapevole luminosità quasi eterea dei suoi sogni, quasi in perfetta necessità di riossigenarli, rigenerarli alla fonte inesauribile della sua terrestrità magica e sognatrice, ma fatta anche di lacrime e di amaritudine, proprio perché umana ed eternamente giovane, alla luce di una rielaborazione metaforica che sa trovare nuovi spunti e nuovi atti d’amore per la sua fede lirica, che si contraddistingue, qui, come in altri libri precedenti al segno della continuità e della cantabilità. Le quali Roberta va raggiungendo da un testo all’altro da un verso all’altro, quasi da un sintagma all’altro della sua scrittura catartica. Non è un caso che la poetessa si sia espressa in tal senso con queste parole: “un verso anche sbiadito/ che vinca la paura della morte” Credo che vogliano essere  il senso che tutta la compendia, la rappresenti, la coinvolga.

Recensione
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