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La poetica innovativa di Veniero Scarselli
e la cecità dei grandi autori

Cosa si potrebbe dire di Veniero Scarselli che non sia stato detto? E’ molto difficile individuarlo. Sono stata fra le prime estimatrici del grande personaggio, che ora vanta un indiscusso successo di pubblico e di critica. Mi scuso coi critici di ottimo livello che mi hanno preceduto e che hanno preso a cuore la poetica di Veniero Scarselli. Gli dissi allora: “Rendi la tua poesia un osso spolpato da ogni frammento, non indulgere in aggettivazioni superflue né in stereotipi superati. I tuoi poemi sono quanto di più e di meglio può incontrare il linguaggio moderno”. Nel tempo tutto si è verificato, l’autore ha avuto tanti estimatori, ma purtroppo anche altrettanti lettori indifferenti o addirittura detrattori.

Scarselli (non me ne voglia nessuno), che io incoraggiai a sostenere la dura battaglia dell’attività poetica, ha avuto fiducia nel giudizio dell’amica; anche il pubblico dei lettori e la rappresentanza dei critici più accreditati lo ha tenuto in grande considerazione. Non altrettanto fecero le Redazioni editoriali delle Grandi Case Editrici che egli contattò più avanti, come conferma lui stesso nel volume che riporta integralmente la sua storia biobibliografica e tutti i poemi scritti fino al 2004 (Il lazzaretto di Dio – Rospi aquile diavoli serpenti, Bastogi 2004), oltre a riportare diversi comici commenti dei cosiddetti “consulenti editoriali” agli invii dei suoi manoscritti.

Pur riluttante, voglio dunque denunciare una situazione che rispecchia la realtà di oggi: nelle redazioni dei Grandi Editori vi è totale mancanza di senso critico; mi permetto di sospettare che costoro siano ectoplasmi, visti i risultati scarsissimi delle loro indagini esegetiche; i rari fortunati episodi di un beneplacito sono veri miracoli di Padre Pio. Qual è la loro funzione? Essi dovrebbero leggere e dare un giudizio personale all’Editore che li ha scelti come consulenti esterni, ma di quale giudizio parliamo? Scoperchiamo allora il vaso di Pandora: i dattiloscritti inviati vengono rimandati quasi intonsi al mittente, o, quando vi è qualche benevola nota laudativa, rispondono che “l’opera proposta non rientra nella loro linea editoriale”. Detto per inciso, si vuole indurre l’incauto a non fare sogni impossibili. Inoltre questi pseudoconsulenti (ammesso che esistano) si calano talmente bene nel loro ruolo di detentori del potere, da credere di essere immuni da pregiudizi o etichette di qualsiasi genere. Non vogliono alimentare nel povero poeta la minima speranza di entrare nella loro personalissima selezione storico-letteraria, e non considerano mai la Poesia come testimonial per il futuro. Il fatto che restino anonimi e non se ne conoscano i nomi e i volti lascia giustamente sospettare che non vogliano esporsi né rendersi responsabili d’essere ostacolo al processo storico della Letteratura, che pure avverrà, malgrado loro. La vita infatti è una continua selezione delle specie, un rinnovo generazionale di forze e di intelligenze che deve avvenire per necessità naturale, se si vuole restare nell’orbita del progresso civile e intellettuale.

Per fortuna e in barba ai consulenti editoriali, Veniero Scarselli è stato recensito e lodato da critici molto più seri che hanno un peso nell’agone letterario di oggi: cito a caso Giancarlo Oli, Federico Batini, Luigi Baldacci, Romano Bilenchi, Vittorio Vettori, Mario Sansoni, Antonio Piromalli, Luciano Luisi, Emerico Giachery, Bárberi Squarotti, Gianna Sallustio, Lucio Zinna, Rossano Onano e tanti altri che stanno ai piani alti dell’Olimpo critico nazionale e hanno riconosciuto la sua potente forza lirica, il suo vasto immaginario, le sue capacità linguistiche. Gli hanno tributato onorificenze, riconoscimenti, premi alla carriera, negli anni è divenuto un personaggio indiscusso, il più grande, della poesia poematica, ha vinto quasi tutti i premi importanti del diorama odierno, tranne quelli con ricchi premi in denaro, che vengono pre-assegnati ai soliti amici degli amici. Che sia tutta critica di second’ordine, incompetente e faziosa quella che finora gli ha attribuito riconoscimenti scrivendoli nero su bianco? Il palmares di Veniero Scarselli è infatti un vero avanforte di giudizi lusinghieri: senza troppi sofismi si dichiara che è un poeta vero, di quelli che credono nella Poesia e che hanno abbandonato ogni modello tradizionale per innescare un discorso non frammentario ma poematico, fra la vita e la scrittura poetica, fra la realtà e il sogno.

Ma vediamo di indagare o almeno intuire le ragioni vere, profonde, del fatto poetico di Scarselli, il quale abbandona volontariamente i pur diletti studi scientifici e i laboratori di chimica e biologia, dandosi interamente alla letteratura e alla scrittura in un grande gesto d’amore. Che cosa, allora, ha potuto contribuire a rendere Scarselli un escluso dal Parnaso Editoriale che conta? Possiamo solo denunciare un atteggiamento sgradevole dei grandi Editori e degli pseudocritici che li circondano: si danno grandi arie di competenza, ma non dimostrano nei fatti la perizia tanto dichiarata. Non hanno interesse ad una revisione della Storia della Letteratura, sono renitenti a qualsiasi confronto, a qualsiasi nicchia; oppure rifiutano tout court la Poesia, soprattutto quella degli molesti innovatori che si presentano senza le adeguate referenze.

Questi pseudoconsulenti (diciamolo apertamente), amici degli amici degli Editori, credo fermamente che non facciano un buon servizio alla Storia della Letteratura Nazionale, perché respingono tutto in massa: buono o cattivo, senza tener conto dei valori da far transitare alla Storia. La parola d’ordine sembra essere: “non ammettiamo nessuno, così non c’è ressa che disturbi le nostre orrende pubblicazioni”. Ma non consentire a nessuno, che non abbia santi in paradiso per entrare nell’Eden dei Grandi Editori, non è la migliore condizione né la più felice prospettiva per transitare nel Domani. Chiedo venia a chi mi ascolta e mi legge, ma vi sembra ammissibile un comportamento parassitario così macroscopico e inconcludente della Cultura Ufficiale?

Solo poche persone decidono le sorti dei Grandi Imperi Editoriali, Mondadori, Garzanti, Einaudi etc., ma i loro volti e i loro nomi non sono conosciuti, agiscono come una congrega carbonara. Ma l’inadempienza e l’inefficienza, l’indifferenza della Cultura cosiddetta ufficializzata, saltano agli occhi, vi è sottrazione dei ruoli, una latitanza nei confronti della Poesia che rasenta la degenerazione istituzionale, perché sceglie il patrimonio letterario di una nazione civile fra le camarille e le congreghe di amici, invece che fra gli intelletti più adatti al ricambio generazionale dei generi letterari. Eppure dovrebbe essere sacrosanto dovere dei Critici consegnare al futuro un vero esemplare ricambio, poiché ormai Autori come Montale, Ungaretti, Quasimodo, hanno fatto il loro tempo, appartengono al patrimonio della nostra Storia. Si deve, e si può, realizzare un vero processo di ricollocazione storica in vista di una palingenesi dell’uomo, un rinnovamento e rigenerazione sul piano umano dell’intelletto; lo si deve per l’ordine logico delle cose e dialogico del senso morale, poiché non è ammissibile che a causa di pochi vessatori della Poesia, si rimanga attaccati al palo.

Infine, la negligenza e il cattivo funzionamento della critica faziosa e arrogante che si ritiene abilitata a scelte al di là del loro valore effettivo ha anche provocato una frattura, una scissione fra le letterature nostrane e quelle straniere. Infatti, invece di dare maggiore considerazione ad ogni nostro nuovo talento, vengono importati più narratori d’oltralpe e in modo così plateale e scostante da far retrocedere l’intelligenza e il talento italiani nelle retrovie.

Recensione
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