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L'assorta tenerezza della terra

E’ un temperamento fortemente poetico, versatile e polisemico quello di Ines Betta Montanelli, portato ad accreditare la sua ispirazione lirica anche nei punti oscuri e impenetrabili del mistero umano.

Una carica di stupore notevole emerge da un tono compositivo fortemente orchestrato alla musicalità del verso, scandito con piena e docile meraviglia, senza iperbole, senza strutturalismi “altri” che danneggerebbero il tono aulico e sentimentale, meditativo e schietto della sua poesia.

Anche quando le immagini sono più aspre o preludono a espressioni di disagio e sofferenza la penna di Ines sa gestire egregiamente le metafore, le sinergie e l’afflato tra le parole e la realtà circostante, dai sintagmi si evince, un mondo interiore ricco e fertile, coccolato e reso accattivante dentro la minima particella lessicale, che si rinnova sempre alla speranza, si apre alla passione dentro il bagliore di un accettazione di vita che è ancora meraviglia consolatrice: “Vengo da gente sfinita sopra scranne | di sudore che celava libri antichi | nella madia del grano e nelle notti | di luna cercava la sua stella d’amore | al suono di un violino. | ... | vengo da mistici silenzi di albe assonnate | ... | calde tenerezze di fiumi e di cieli tersi | custodi di un tempo quasi irreale.” (Vengo da).

Come note orchestrate da un violino, le poesie si snodano piano, si fanno carne e sangue del disgelo, della sofferenza di una visione infine autentica di sacralità e ricerca di gioia.

Vi è nel profondo della poesia montanelliana una metafora impellente, pronta a dare il meglio di sé in un canto che si fa vibrazione nel tratto indivisibile dell’anima, un’espressività che restituisce all’incanto la sua più nitida trasparenza e bellezza.

Una poetica fatta di immagini, di lampeggiamenti, di flashes che sono i requisiti essenziali di una ricerca emblematica fatta di luci e di ombre, ma sempre costante nella musicalità e nel turbamento esclusivamente semantico dei sensi. Ines Montanelli chiude in sé la memoria, gli scenari del suo racconto di vita, come un albatro racchiude il suo cielo, lo accarezza con le ali, ne fa orizzonte di silenzi e misticismo.

E vi compaiono nei versi episodiche vibrazioni, tenerezze, gioie immacolate e pure, vi si contrae in onde sonore e nostalgiche la giovinezza, il ricordo del padre, le memorie familiari, i giochi di un’età “fanciullina” che immortala i suoi episodi di luce, i suoi colloqui intimi con la natura e il mistero dell’oltre, profondamente intriso di panismo e religioso estetismo lirico, in una scansione di immagini e ritmi sempre allineati alla migliore poetica del Novecento, al linguismo dotto e smaliziato che sublima e commuove in un suasivo conforto originante spontaneo, ma divenente nel tempo sommesso e contemplativo, pure se rarefatto da una nostalgia di fondo che ha una sua struttura compositiva e armonica di rara bellezza. Molti elementi e fattori di stampo letterario si consolidano e si raccolgono in una suggestiva cornice intima, con quel nitore religioso e superiore di una fede salvifica che tutto assolve e che Ines Betta Montanelli ricerca nel più profondo dell’anima rimandando ai veri valori della vita, e indicandone i percorsi, attraverso una verticalità umana di religioso stupore.

Recensione
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