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La Poetica di Giorgio Bárberi Squarotti è di quella che non scivola via, lascia traccia, il segno di una miriade di sensazioni e suggestioni. La parola si conforta da sé, come dentro un’aura che respiri il cielo stellato o l’atmosfera lieta di note che spesso possiedono l’andatura classica, perché classicheggiante è il modulo letterario squarottiano, ed è anche d’indubbio respiro quell’atmosfera intensa che vi si stempera e sommuove le corde più intime del cuore.

Il modulo lirico riposa su toni tipicamente narranti, come di racconto breve, fortemente impregnato di lirismo al suo interno e all’esterno. La sua orchestrazione non risente mai di avanguardie, né di ismi di stampo modernistico; il verso non ha nulla che lo accosti ad un neorealismo, pur riveduto e corretto alla luce dei tempi. La cifra formale non vi si accomuna in nessun modo, è se stessa in ogni suo dettaglio, sigla, espressione, sintagma.

La poesia di Giorgio Bárberi Squarotti gode di una tradizione classica che s’immette in aree felici di resa stilistica. Osiamo dire che l’aria surreale ricchissima di spunti e di immagini fortemente lirica si fa di volta in volta, da un libro all’altro, orientata ad una tensione che lo affina, pur riprendendolo sempre dai suoi lati ormai noti, fedele a se stesso, dentro quel filone neoclassico, da cui sempre emerge e si fanno strada: l’idillio naturalistico, il mito, l’accumulazione di pensiero che nascono e si riformulano dall’antico mestiere del poeta colto, che sa bene di doversi rinnovare, di dover orientare la fortuna di un libro al riassorbimento in sé delle scorie eventuali che lo fanno unico.

La poetica di Giorgio Bárberi Squarotti vive di un sua personalissima visione idilliaca che dai toni alti passa via via a certi passaggi di rarefazione lessicale, di trasognate atmosfere.

Con Le foglie di Sibilla Bárberi raggiunge un obiettivo assai alto, da cui emerge con naturalezza la sua padronanza del verso, come anche la compiutezza formale dei suoi colti entroterra lessicali. E’ notoria l’autorevolezza e la preparazione linguistica della sua personalità, che ne accresce sempre più la compostezza delle immagini, quando si tratta di descrivere fanciulle, giovani donne, in atmosfere oniriche: "appoggiata con il cuore | affannato alla grata rugginosa | della cappella esigua fra i vigneti" quando parla della ragazzina bruna, oppure in questi altri versi: "la ragazza | che ha un ampio cappello verde, e pattina, | elegante sul vetro trasparente | del marciapiede, disegnando cerchi | e arabeschi." (La pattinatrice). Qui, quasi si toccano le atmosfere surreali, sembra che la pattinatrice si libri sulla figurina aggraziata e agile, ariosa e leggiadra che danza davvero come una libellula fra specchi e arabeschi.

Si potrebbe arguire che la poesia di Giorgio Bárberi Squarotti è intrisa di intensi momenti di serena pacificazione, quasi sempre la conquista espressivo/linguistica è momento di creatività fantasiosa che affascina, in funzione di un rapporto che si costituisce fra l’evocazione e l’ elevazione.

Non ha mai toni bassi né cadute. Questo lirismo è colto, fascinoso, impertinente, quel tanto che basta per essere riconosciuto, per appartenere a Giorgio, che scopre giovinette in erba, figure d’angeli, soavità e levità che illuminano il sogno di un grande letterato e lo ànimano, ne trasferiscono l’incanto nella realizzazione di un esito pienamente risolto liricamente.

Infine vi è la nota fortunata, rigorosa di un grande "altrove": una ricerca a cuore aperto di quella verità che va oltre l’occhio visibile. Certi passaggi stanno a connotarlo fra le figure di spicco delle ragioni fideistiche: "è il lamento | o lo sguardo che domanda pietà | e perdono, è la leggera carezza | della brezza rassegnata di Dio | E allora? tutto quello che puoi fare | è cogliere la margherita candida, | … | con l’ironica fede d’ ignoranza | quieta" (La fede, ora). Il concetto divino è rappresentato dall’umiltà della metafora della margherita, ma è intenso lo spunto della compiuta armonia del tutto, che rende il punto Assoluto, momento sacrale di quiete.

Un bel libro, quello di Bárberi Squarotti che sa cogliere nei punti nevralgici dell’acume lirico, le condizioni più felici e i sensi molteplici di un far poesia con un occhio alla Luce, per Luce s’intenda quella Eterna, ultraterrena, dalla quale l’autore estrae la sua forza maieutica e il lirismo connotativo che lo rivelano figura di spicco nel diorama di oggi.

Recensione
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