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Nel leggere l'amplissimo torno che con grande cordialità Vincenzo Rossi mi dedica non posso che restare ammirata e affascinata dalla sua profonda e incisiva esperienza letteraria. È una caratteristica rossiana quella di editare volumi poderosi per la storia futura. I posteri potranno affondare, a piene mani, nella sua inesauribile fonte ispirativa e trarre quelle dovute conclusioni che a questo studioso molto accreditato all'estero, stimato e conosciuto a livello internazionale, non dovrebbero più mancare. Ma la critica ufficiale e paludata, si sa, è avara di consensi e di buoni propositi per la collocazione legittima di autori che ormai fanno parte della storia e che vi apparterranno, malgrado dubbi, tergiversazioni o dinieghi, a pieno diritto, avendo essi raggiunto un grado elevato nel programma culturale della letteratura e, in ogni caso, un punto fermo, una ipotesi sicura di collocazione nell'ambito di una grande e propositiva ricognizione letteraria. Alcuni critici, in verità, si sono mossi e si muovono per classificare Vincenzo Rossi entro l'area di un progetto storico più ampio e riveduto alla luce dei continui capolavori che egli incessantemente ci propone. Tra essi si possono annoverare critici seri, preparati professionalmente e dotati di indubbia fedeltà e onestà di giudizio: Ferruccio Ulivi, Giuseppe Porto, M. Grazia Lenisa, Orazio Tanelli, Silvano Demarchi e altri che ci hanno presentato Vincenzo Rossi da varie angolazioni, rivisitando, con apertura e visuale critica notevoli, l'ampia e ben matura produzione rossiana, come anche la tonalità elevata del canto, la semantica del modulo linguistico-espressivo, orientate al sacro fuoco di una moralità integerrima, dotata di molti spessori e di eclettismo. Costoro, bontà loro, hanno saputo cogliere dal patrimonio artistico-culturale le teorie identificatorie. Personalmente e con molta umiltà oggi mi rendo responsabile di una mia personale_ versione, definendo Rossi un poeta con lampeggiamenti trepidanti e accesi verso un naturalismo tormentato e intrigante di sapore cosmico, quasi biblico, per il suo porsi nelle congetture di un tempo cronologico di vera — transitorietà — nel percorrere ampi spazi terminali dell'uomo moderno, per prorompere in preghiera di — confiteor — ad un Dio che come dice l'autore «ascolterà domani». Tutto in Rossi è slancio profetico, comunione a quegli ideali di vita semplice e genuina, dettata dalla natura. Intenso è il rapporto con la terra, la fedeltà a quei meccanismi di natura-madre, che non deve entrare in conflitto con la vita, da cui origina e da cui si attende la dipartita. Uno «status» poetico che non stravolge la naturalezza del sentimento ma lo arricchisce di tonalità Introspettive nella sfera del sensorio intimistico e sociale. L'episodica storia individuale non si esaurisce in questa dimensione terrena ma travalica e si uniforma ad una coscienza dell'essere, che scava nel consapere cosmico e universale alla ricerca di un memoriale indulgente verso le propaggini dell'io. Il canto di Vincenzo Rossi esalta la presenza aurorale — dell'oltre — entro una visione vitalistica di deiescenza, di trasmutazioni, di metafore in una scomposizione quasi primordiale. L'elemento caratterizzante del lirismo rossiano è nel suo farsi ampiezza e libertà. Ivi s'innesta un dettato pregevole che si articola in simbolismi, atmosfere, suggestioni a determinarne la varietà e la ricchezza' del metodo edotto che, pur tradizionalmente fedele alle regole di un classicismo formale, sa esprimere un tracciato dell'ultimo e migliore nostro novecento. Dal suo percettivo osservatorio Rossi sa penetrare la coscienza del segno esistenziale e l'autentica identità dell'uomo inserito in un contesto inquinante di sfide e di cadute inequivocabili dell'essere. La città tentacolare non lo alletta, anzi se ne è allontanato per non subire i guasti irreparabili del deterioramento ambientale e morale. Il suo canto appartiene ai boschi, alle radure, ai tratturi, alle erbe selvatiche delle Mainardi, alle vette inesplorate della realtà contadina che gode i prodigiosi tramonti oltre gli orizzonti intoccabili di una condizione agricolo-pastorale cui si accompagnano le transumanze dei greggi alle pasture. Rossi ama la sua terra, i precetti degli avi, le mistiche e ineguagliabili aurore della sua gente. Ha parole di nostalgia verso quell'eden perduto che ha trasformato la civiltà contadina in civiltà del progresso venale e becero. La sua ispirazione tuona come una denuncia ecologica ed è una visione alta e possente che si leva dalla resa poetica paventando la presunzione affaristica delle genti, che gli appare un vero flagello sociale. Ci troviamo di fronte ad una poetica che coinvolge il meccanismo dell'autocoscienza e della morale nell'universalità del processo storico e umano, che si carica di verità e di fede nella vita. Vi si coglie nel verso una tensione panica mai doma che sa accendere atmosfere di religiosità quasi biblica, ricreando simbolismi di trascendente meditazione. La concretezza del suo tessuto umanistico che non si limita agli studi classici che l'autore ha seguito, ma si personalizza nelle significanze che additano l'esigenza di un recupero delle forme spirituali è impegno convinto e lotta verso un capovolgimento dei recuperi. L'indagine sociale si dilata in aperture legittimate da una fede che permea e sublima l'energia vitale delle sue migliori liriche. L'uomo rivendica valori alti alla sfera del suo sensibile contraddittorio e si pone nell'universo illuminato da Dio quale seme interrato, fidando di farsi fiore e frutto d'indefinibile trascendenza. Rossi si mostra vate di questa teoria rivolgendo la sua massima attenzione alla religio e alla pietas. |
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