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Il tema dell'amore
visto nelle sue opere come un fattore inscindibile di tormento e di passioni intermittenti

Con questi ennesimi lavori letterari: T’amo di due amori e La stella promessa, si può ben affermare che l’autore tocca il vertice del suo itinerario poetico, raggiungendo il livello più alto della sua massima espressività e procrastinandosi la via per ulteriori sviluppi di scrittura.

Il suo linguismo ha raggiunto ormai toni di maturità tali da essere annoverato nel Gotha dei massimi esponenti di questo fine millennio.

Dell’autore sono noti già da tempo: espressività e carisma, una classe e uno stile impeccabili nel decifrare stati d’animo e latenze emozionali che sono la parte più interessante e liberatoria del suo far poesia. Sono noti da tempo, anche l’assoluto bisogno funzionale del suo sentimento amoroso, che egli espone in primis nella sua gamma ispirativa come, conditio sine qua non, di un processo interiore che in qualche misura lo alimenta collocandolo ai toni alti di un lirismo mai riduttivo o banalizzato, ma denso di note, di affinamenti, di ammiccamenti, di sottigliezze psicologiche, di componenti che danno significato alle parole, ritmo alle varianti, suoni all’armonia del tutto. Si sviluppa in queste due opere tutta la gamma dei suoi sommovimenti interiori: dall’innamoramento allo spaesamento, all’intuizione dell’indeterminatezza e al disagio fisico e morale dell’assenza, che in lui hanno esiti di menomante e cupa specularità esistenziale. Uno sdoppiamento sembra essere il suo, d’identità e di trasmissione mnemonica: avverte lo stato di disagio prima ancora che si delinei l’addio. Perciò, con linguaggio speculare, quasi viviseziona la vertigine amorosa, la indaga come un bisturi nella carne viva, la modella con le sue parole e i suoi gesti che sono consapevoli della precarietà e della indeterminatezza amorosa, pur tuttavia ne fanno un manierismo voluto, mai generalizzato né banale, ma ascensionale, invece, alla sua carica erotica, al suo magnetismo evocativo che si commisurano al suo essere l’altra metà, (della mela), pur nella sua incompletezza, nella sua tragica dualità, mai fusione, mai interezza, mai summa, ma sempre alterità tali da determinare l’alterazione o l’annullamento dell’intensità amorosa.

Vi è una tensione lirica palpabile nelle sue poesie, che l’autore ritma e orchestra con versi maturi, alimentando quel lucido compromesso quasi sempre dilaniato dal perenne esilio di se medesimo, dall’altra metà che rifugge e omette le regole del gioco le quali diventano l’interfaccia estraniante di un limite, di una condizione umana labirintica che non sa trovare la luce nel suo solipsismo naturale.

Credo però vi sia molto di più in questo poeta del Sud. Nel suo sangue scorre la nostalgia del primitivo Eden, un paradiso perduto in cui due esseri si accoppiano e si smarriscono in una legge di natura che non ammette la felicità degli umani, quasi assolutamente sussidiaria, invece, quasi vitale e irripetibile al bisogno amoroso di ciascuno.

Sono convinta che Corrado Calabrò sia l’unico nel suo genere, oggi, a saper dare pagine di tale pregnanza emotiva, che lo hanno visto raggiungere punte di notorietà e visibilità tali da essere conosciuto anche all’Estero. Per me che viaggio molto, è stata una sorpresa sentire che è molto letto anche in Grecia o in Spagna.

Direi allora che è sacrosanto riconoscerne i meriti e annoverarlo tra i casi letterari da storicizzare anche in Patria.

Il suo modello lirico non è paragonabile a nessuno dei poeti antesignani o contemporanei, Corrado Calabrò è se stesso. Dirige il verso in maniera composita, estetizzante, superba. Vengono avvertiti nella sua scrittura una vasta gamma di novità e di connotazioni che ne fanno un poeta moderno, ma anche un vate della poesia d’amore, per intensità e varietà di toni, di significati e di assunti che sanno alternare con facilità stati d’animo e perturbamenti, avvicinandolo più agli stilnovisti che ai moderni. Vi è nella sua narrazione un ché di nostalgico e di inaccessibile, una rara bellezza di trascinamento che in contrapposizione a quella dei trovatori, fa del genere femminile non una figura <angelicata> ma una sfuggente e delirante entità irraggiungibile, una sorta di maga Circe pronta a sottrarsi in qualunque momento all’oggetto dei suoi desideri. Corrado Calabrò interpreta un ruolo secondario nella sua escalation d’amore; un impulso gravita nell’area amorosa del poeta che è quello di concedersi, da subito, ad un progressivo allontanamento con animo quasi cosciente della fine. L’apparizione fulminea di un innamoramento ne redige quasi l’epilogo: “Sei apparsa sul mio sentiero/ come una nuvola fredda/ che in un istante è grande quanto il cielo” un tracciato di velata malinconia che si rivela in molte altre occasioni: “ Se non sei tu l’amore / ne se l’angelo incauto e beffardo.” Una sintassi insolita, qualcosa dunque che ricorda Garcia Lorca affermano taluni suoi critici. Io credo che Corrado Calabrò non è cumulabile con altre realtà del diorama lirico. Ogni poeta è una vena a sé, un processo di diramazioni interiori che gli conferiscono il marchio di riconoscibilità, l’autenticità del suo messaggio poetico: un mondo circoscritto e sotterraneo che sgorga dalle nostre viscere, quasi a dimostrazione del nostro essere “umani”.

La poesia di questo poeta si avvantaggia spesso di una ispirazione amorosa. Ma fare l’esegesi di questo modulo scrittorio è arduo. Quando un uomo come Calabrò parla d’amore, bisogna stare ad ascoltarlo, bisogna calarsi nelle più intime pieghe, comprenderne le sintonie, le sottigliezze, le raffinatezze allegoriche, le metafore, la passione, il coinvolgimento che in lui sono totalizzanti. Come una mela tagliata in due, egli spesso si ritrae esausto: l’altra metà gli manca, lo rende orfano, non vi è completezza, riparo, felicità, lo espone ad una latente, inesplicabile mutilazione. Una dualità che ha trovato fusione di sensi e di intenti, anche per un solo momento e che poi ridiventa singolarità riprendendo il suo viaggio solitario, ramingo, reca sempre una grande tristezza; come un salto nel buio dove risiedono le ombre. “Pugnala a freddo l’azzurro | la scia di ghiaccio in un Panthom” :

Corrado Calabrò ne avverte la condizione di disagio. “Ho paura di quest’amore | – se ci penso – (non ha reticenze, lo mostra appieno). Siamo al punto che l’autore vi è dentro fino a fargli male. Il pensiero della fine gli arreca sconforto e ansia, ma sono sottili e latenti questi sentimenti, egli li avverte già nei gangli vitali dell’ iniziale innamoramento, entro la cui orbita si è concentrato tutto il sangue e la carne dell’amore: “Dall’inizio mi manchi/ come l’acqua alla sete del deserto:” Un amore viscerale, fisico ma anche visionario, anche superlativamente struggente, atto a creare sensazioni e suggestioni autoreferenziali, ma valide per l’intero pianeta degli amanti.

Le più irriducibili immagini fanno capo ai suoi versi, come una crisalide che s’impatta al lume, egli espone al sogno le sue ali convulse, attratto dal fuoco amoroso che lo investe e gli fa dire: ”La congiunzione avviene solo in sogno, | dove il tempo non è una dimensione; accade che speciali saldature | riescano solo in assenza dell’aria:” Sono versi che si calano nell’amore per l’altro essere come una lama nel miele.

Bisogna però notare che il linguismo di Calabrò rende il desiderio di dedizione, la voglia di sublimazione quasi alchemica.

Una donna entra nello scrigno segreto di un rapporto quasi come una rabbrividente violazione cosmica, con una aspettazione universalizzante di panismo e di rivelazione misterica. Non si può tornare indietro e il dolore assale come un’onda anomala, sommerge; ci rende relitti in mare aperto.

Da parte dell’amato ne spinge la connotazione e l’afflato amorosi oltre ogni limite, lo fa ardere di passione e contemporaneamente soffrire della sua mancanza. Quasi in una tridimensionalità, in una contorsione intellettuale onirica che va oltre ogni immaginazione, Calabrò si cala nel suo sogno d’infinitezza, fino a misurarsi con lo spaesamento causato dall’assenza.

Il poeta crea i suoi versi in fusione di corpo e mente, perché in ogni verso vi è un ragionevole dubbio ipotizzato,fin dal principio: “entra negli occhi senza farmi male”, induce a pensare ad una spirale di lutto per la fine di un amore.

Non è facile scrivere d’amore. Direi, anzi difficilissimo. Quando entrano in gioco i sentimenti, il mondo stesso e l’armamentario di cui è provvisto scompaiono.

In principio, l’innamoramento di due esseri (uomo-donna) è un clou di rarissima osmosi, una vicenda dalle tinte morbide, dai suoni ovattati, un’attrazione chimica che si trasfigura in simbiosi e in subliminale. Qualcosa che trascende la visione terrena per orchestrare suoni o vicende di storie struggenti, quasi sempre singolari per chi li vive, atti a vanificare e rendere opaco ogni altro tentativo dell’anima.

Proprio come gli spermatozoi nella fecondazione dell’ovulo femminile, in cui ogni tentativo di penetrazione è impossibile per gli altri, tranne che per uno solo e la gravidanza è il prodotto di quest’amore unico, irripetibile. La levità espressiva di Calabrò nel descrivere l’amore ci porta a valutare l’intensità e la diversità della sua gamma sentimentale. Una passione che non scade mai nel banale o nell’equivoco, ma sa volare alto, sa imprimere levità al sogno, dare ali possenti a creature umane fatte di bellezza muliebre che gli ispirano una tale fulgida emozione da essere paragonati al mito.

Calabrò vi indaga come fa il rabdomante con il terreno sotto il quale scorre la vena d’acqua, ma sempre in prossimità dell’apnea amorosa, in concomitanza con l’alter ego che v’imprime il suo sigillo, la sua totalizzante interezza.

Vi è qualcosa che può cementare il rapporto, infrangere la barriera d’incomunicabilità e farsi, sì, “cielo” immensità, sogno, mito, leggenda, ma può anche incorrere in un logoramento emotivo che avverte la tortura, la frenata, lo scacco.

Ecco, Calabrò si cala in queste fitte e dolorifiche ragioni di straordinaria e struggente intimità, in questo intercalare di bisturi c’è tutta la bravura del grande chirurgo, la sua versatile e intensa dote di seduttore e di vittima, di cantore d’amore e di reduce che ha perso la battaglia col cuore.

Sono versi lapidari quando dice: “la penuria di te mi affolla l’anima” oppure. “Il mio oroscopo passa | per il tuo primo sguardo del mattino”.

C’è in essi la forza maieutica dell’incontro, un sovvertimento d’anima e di carne che spinge l’autore ad oltrepassare la vicenda pregiudizievole del distacco come un’avventura prevedibile, pur tuttavia, necessaria alla sua (in)finitezza, al suo reale bisogno intimo di mistero. C’è in amore questa tensione indotta, questa analogia di duali che diventa tutt’uno, ma nel contempo si divide, si altera, si sconnette, per addivenire ad una povertà che è proprio dell’imperfezione umana e quindi anche “amorosa”. L’amore è come la morte inevitabile, ma eterno, quasi infausto fardello della nostra incapacità a sfiorare il cielo: l’amore potrebbe essere l’infinito traguardo dell’uomo che non sa decidersi a donare tutto se stesso all’altro per coniugarsi in «unicità».

Niente è perfetto: tutto risente di un trascinamento, di un dislocamento che illude e disillude; dapprima è frizione e desiderio, poi misteriosa forza che torna a ridimensionare gli elementi di cui si compone, fin quasi a respingere ai margini opposti gli amanti, a trascinarli in un loro delirante isolamento che è anche sconvolgente incompletezza, incapacità e limite a varcare quella soglia che è nel sogno e del sogno. Ogni “amore”, pur grande che sia, rischia di essere misero, convenzionale, umanizzato dall’irrequietezza e dall’atarassia, avverte l’esigenza dell’Eterno, ma rimane ben piantato per terra, senza la capacità del dono, senza la proprietà di sdoppiarsi in qualcosa che lo sublimi e lo avvolga nelle auree atmosfere del mito, della purezza e unicità dei sentimenti.

Vi è dentro il rapporto “a due” qualcosa che si stempera, si corrode, si lacera, quasi nel momento stesso che s’ingenera. Proprio come il bambino che nasce nutre in sé l’irriducibile destino di «morte».

In nuce, le sue cellule e le sue viscere sono i tentacoli che la morte provvede ad esorcizzare già in vita. E’ un concetto difficile ma sottintende il paragone con l’amore. Non sappiamo perché né come, ma ad un certo momento, quel verso fatidico in cui Calabrò afferma: “entra negli occhi senza farmi male” diventa già incompletezza, convenzionalità, dirottamento verso l’altro di sé che varca l’illimite del mistero, si fa rosa di ghiaccio dell’inautentico, una sorta di doppio gioco, con risveglio in vicinanza del corpo, ma il sonno in prossimità del suo (di)sfocamento, del suo presentimento spietato: “il momento in cui mette la gemme | il momento in cui secca l’amore”. (Ciechi).

E non che l’attrazione sessuale non abbia il suo peso: anzi, tutto o quasi ha origine dall’atto primitivo, essenziale dell’accoppiamento della specie. Fin qui, abbiamo descritto la potenza dell’amore quando è vero, sublime, poi quel circuito s’interrompe, quel combustibile che può far ardere due corpi e farli vibrare all’unisono non scalda più l’anima, comincia il declino, l’assuefazione, la routine. Dunque, torna al suo ruolo di disorientamento e di nostalgia che lo condizionano in un limbo.

Non più “come una lama nel miele | affondi nel cuore il tuo sguardo” ma è un ripiegamento interiore: “Se tu non sei tu l’amore | ne sei in qualche modo l’annuncio” e ancora: “siano in volo frenato! | pettineremo come in aliscafo | le onde in fuga sotto i nostri pattini”.

L’amore non è una cosa durevole, ha una sua vita siderale, un suo percorso temporale, un suo maieutico primordiale stato di grazia; non è soprattutto una cosa tranquilla, è un mare tempestoso; appare unico e irripetibile nell’apoteosi in cui si compie, ma ritorna – nulla – quando finisce.

L’amore è tanto e troppo poco. E’ soprattutto violazione e divieto di espandersi oltre il proprio ego; è toccare i limiti, il bassifondi dell’anima per non ossigenarsi poi alle altitudine di vette inviolabili.

Non è condivisione piena e indissolubile; è altro da sé, altro da quello che potrebbe esaurirsi in un solo essere, è coesione di due singolarità che si attraggono, ma anche, per contraddizione, (dovuta a imperfezione naturale della specie) si respingono, entro quei confini che non possono essere superati, travalicati perché ci si smarrisce. E allora come dice Calabrò:

la coppia di amanti che varcano la soglia | oltre la quale si smarrisce l’anima | sostituisce la chiave magnetica | con la copia smagnetizzata” .

La poesia di Calabrò è viscerale, dentro vi è una sorta di magnetismo che sa trasmettere una raffinata condizione amorosa oltre la banalizzazione, ma vi è anche il primordiale bisogno di indicizzare il narrabile in una sorta di metafisicità a priori: la sua scrittura è fatta di demoni e di angeli, di luce e di tenebra, di gioia esilarante ma anche di ovattati silenzi, di smarrimenti.

Uno straniamento si avverte nei meandri del vissuto, vi è una forza trascinatrice che lo attrae verso l’altro da sé, in un labirintismo enigmatico di sensi e di compromessi intellettuali. Ogni coinvolgimento o omissione è d’obbligo, quando si avverte forte il desiderio dell’altra metà, ma vi sono dentro un po’ in sordina, anche le implicazioni di un panteismo più vago e stemperato che è quello del mito; un panteismo quasi ellenico, che risente della storia e della rappresentazione dell’avventura umana proprie dell’ellenismo. Vi è anche una mediterraneità degna del più alto contributo letterario. Vi è “Calabrò”, in tutta la sua splendida e metamorfica esperienza. Un autore che si è saputo meritare ampiamente uno spazio nella Letteratura contemporanea, nella quale la poesia non sta in fondo alla lista dei suoi numerosi altri meriti.

Un uomo che all’apice della carriera, prima come giurista e Magistrato di Corte d’Appello, poi come “Garante delle Comunicazioni” non ha rinnegato né rilegato la Poesia nel fondo del cassetto, quasi come un “optional”. Altri l’avrebbero fatto, è degno della massima considerazione e del più grande rispetto.
Recensione
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