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Igor’ Kotjuch si caratterizza come poeta dalle due anime, estone e russa: difatti egli stesso si definisce come “abitante russofono dell’Estonia”. Ed è cosa nota che quando si ha un’apertura di cuore ampia, duplice in questo caso, si corre seriamente il rischio di essere esposto doppiamente ai dolori e, magari, di essere disprezzati universalmente, come accadeva in Italia ai figli di seconda generazione degli emigrati dal sud al nord, apostrofati come terroni al nord e polentoni al sud. Né carne e né pesce insomma, ma se parliamo di gusto Kotjuch non corre certo il rischio di passare come autore insipido, tutt’altro.

In luce di quanto anticipato, già dalle prime pagine di questa raccolta di versi e di poesie in prosa l’autore tenta un processo di identificazione descrivendosi come di lingua madre russa, temperamento estone, aspirazione europea e di ideali mondiali, per concludere nella disillusa consapevolezza della propria natura di essere umano privo della sovrastruttura nazionalista, ed interrogandosi sulla capacità di comprensione degli altri di questo stato, aggiungo io, di “oltreuomo” (privato di inutili orpelli geopolitici); aggiunge l’autore “ne viene che sei di casa e qui e là”.

Osservo che privarsi di orpelli geopolitici non vuole dire ignorare la geografia, la politica o la storia come testimonia la lirica “Questione di storia”, ma anzi saper interpretare la realtà con maggiore lucidità, e l’autore ci svela come in ogni epoca una determinata società riesca ad inventare un nemico retorico utile alla propria sussistenza, secondo la tesi esiste qualcuno peggiore di me dunque io sono migliore.

Forse è per questo che Kotjuch non ha patria ed è abitante di tutte le nazioni e, egli afferma, “mi piace essere straniero ovunque” secondo la massima ciceroniana che sposa “ubi bene, ibi patria”. Concetto di patria non inteso nella sua accezione ottocentesca, come ci tiene a spiegare nei versi “la patria per la persona / e non la persona per la patria” e ci dimostra sapientemente con climax apolide nei versi “sono in un ristorante italiano / nella piazza del municipio di tartu / in sala risuona jazz americano / un filologo russo prende la mia ordinazione. Un procedimento retorico in cui dispone le diverse nazionalità in una scala discendente secondo una progressione che converge con una scala ascendente nei versi finali ma questa città è troppo piccola / per un grande amore.

Kotjuch ci comunica che la poesia è libertà, libertà di disporre di se stessi. Basta avere il tempo e la possibilità di dedicarsene. Leggendo i versi

Ho capito!

Il poeta è libero.

E pertanto
nei suoi versi
E’ SEMPRE SCAPOLO

(anche se
è sposato
da 20 anni
e ha sette figli)

fa immediatamente pensare alle parole di uno dei personaggi de La zia Giulia e lo scribacchino che afferma “La donna e l'arte si escludono a vicenda, caro amico. In ogni vagina è sepolto un artista”, ed anche ai versi di Bukowski “Una moglie brontolona affacciata alla ringhiera. È più di quanto un uomo possa sopportare”.

Mi dorrei peraltro che il lettore pensasse in modo riduttivo ad un cinico misogino, perché Kotjuch è capace di un lirica esplosiva, dall’espressività condensata in pochi versi come in

Un pezzetto di arcobaleno
una fettina di luna.
La cena di un vichingo

perché, ce lo dice lui stesso in altri versi, c’è la poesia, che chiama le cose col loro nome. che chiede che cosa avviene in realtà. e c’è la poesia che bisogna intuire.

Ricordando che alla base della poesia c’è la curiosità; in altre versi ci svela come voglia allegoricamente essere qualsiasi cosa (un tavolino da bar, una giacca a passeggio, le forbici del parrucchiere, ecc.) “solo per sapere come vive la gente”.

E se alla base della poesia c’è la curiosità, alla base della curiosità c’è la voglia di vivere.

E Kotjuch ha talmente voglia di vivere che scrive “non so andare a dormire / ..andare a dormire è come privarsi di qualcosa di buono”.

E allora che nessuno spenga la luce.

Recensione
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