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Notturno

Che gioiosa sorpresa questo “Notturno” di Maria Antonia Maso Borso che sobbalza e dà fiato a un’anima cosciente, fibrillante di tensioni, torsioni e contorsioni emotive da iniettare nuova linfa “nella pelle meno tesa sul dorso delle mani” e “rientrare di nuovo nella norma” sapendo che “importa aver sognato, tremato rivisitando il mondo” e che “nella quiete ondosa della sera, risorge e conta in più un elleboro fiorito”.

Il lettore attraversa le pagine di questa esplorazione di “tecniche di sopravvivenza” per chi non molla e tiene vivo il cammino luminoso di una ascesi del cuore che “rapinoso” non smette di affascinare e sorprendere con il suo indagare il gran mistero del cuore stesso della vita.

“Sorride maliziosa la poesia” dice a un certo punto la voce “guerriera”, l’anima “spericolata”. C’è gioco e gioco. Tutto avanza in un soliloquio che mescola “vita e sogno”, e danza “un movimento nuovo a svelarmi quale non mi sapevo” in quell’amore per la vita che non si lega a nessun tempo, a nessuna età, e svela se stesso nell’intreccio di climi e stagioni che ritornano a “sondare ogni recesso afflato” lontano da “necessità e/o commedia”.

È un amore che vale “la follia di un qualche patimento” confessa l’autrice a se stessa e a noi che la seguiamo pagina dopo pagina curiosi della sua “sorpresa magistrale”: “la vita oltre di me e me stessa oltre la schiavitù del mito”.

C’è in ogni pagina un verso, un distico che merita la sottolineatura, la messa in evidenza, il colore che chiarisce. “Notturno” è un libro da leggersi non in pieno giorno. In pieno giorno lo si tradisce. Il lettore avvertito sa che deve attendere la notte, le luci soffuse della notte, l’atmosfera intima e colloquiale del cuore con la “lacrima che bagna il primo sonno”, avvertire “la spalla del mistero”, “il canto della resurrezione” tra “grandi strade, sfide, e mare da attraversare a dorso di sogno”, solo così “la pena del vivere e del morire” può restituirci la “dignità e la bellezza” d’esser vivi e desti.

“Pensare che niente sia accaduto, ma non è così”. Con queste semplici parole, limpide e chiare ad alimentare la verità dichiarata di “vita e sogno” la voce chiude l’epifania di parole e si apre a una nuova attesa di sé “spinta dall’arcano che la muove” verso la libertà “del gesto faticoso e sommo” che dona se stesso agli altri.

Dell’amore sperimentato nel tempo che non è mai lineare ma fatto di ritorni, sa quanto ne scriveva un altro sognatore, “l’amore brucia la vita e fa volare il tempo”. Sognare dunque “è già consolazione” ci dice chi è “pronta al possibile”, chi nei “paesaggi” umani che attraversa ripercorre “l’infanzia dei giochi”, “l’età adulta”, “l’incantamento della vita intera”.

A mio avviso, la cosa (il mistero dell’amore) ha molto divertito e fatto sorridere l’autrice, come spesso accadeva mentre me ne parlava nell’attesa di tornare poi a scriverne. Il dono che lascia a chi legge è un’esperienza della vita tutt’altro che lineare e conosciuta, tradotta da un “rodeo di ore nel travaglio dell’amore”.

Comunque la si consideri / è una verità che non può nascondersi, / né si può evitare di contemplarla.

Recensione
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