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Solfeggio

L’esercizio che si legge verso dopo verso, pagina dopo pagina nella raccolta Solfeggio di Maria Antonia Maso Borso (Biblioteca dei Leoni), è il vagare, musicalmente parlando, dello sguardo a cuore della mente che sempre ama, riflette e sogna. Uno sguardo che non ha regole, ma libero e pronto a lasciarsi sorprendere non dalla eccezionalità, ma dalla quotidianità di essere e stare, di vivere insomma con una misura (o che dia una misura) di cose, uomini e faccende.

Ricordi, osservazioni dirette e pertinenti, umanità fragile e dolente... Finestre di pensiero sul corso del detto e non detto, “placide corsie di tetti e di orizzonti”, sulle vacche “sovrane” se non hanno perso un dente come “la terza età, salvo risorse di personalità”.

Lo sguardo al passato dell’infanzia è il mito “profumo di cose perdute”. In “Enigma”, l’autunno è il “sabba di foglie senza tregua nel sibilo del vento”. Certezza è che “nell’umano recinto, non esiste l’assoluto: sta al di là della materia greve e del pensiero alato”.

Lucida e disincantata, l’autrice solfeggia e contempla, crea spartiti di un tempo buono non senza burrasche a mettere in scena la sinfonia della vita che le è data da vivere, amare e soffrire, senza complimenti, nel modo più naturale e semplice, sospesa e inchiodata, ferma e in corsa con e contro il tempo, per la propria personale mappatura temporale e spirituale.

Leggendo, il lettore va verso un’altra parola d’incontro, E si sa che ogni incontro presuppone diversità di strade, un vivere “a parte”, e nel segno del ricordo. Come già era evidente nella raccolta in dialetto Gate, Gate, Gate: ci sono cose che non torneranno mai e altre che, pur partendo, tuttavia perdurano nella memoria.

La poesia, qualunque sia la lingua in cui si esprime, è memoria. L’affermazione è antica. La memoria è la Musa. Si canta in virtù di un ricordo. La memoria è la possibilità di ricordare. Il canto è memoria, la giustizia del ricordo, quella parte dell’oscurità in cui si distribuisce diritto e rispetto. L’importante non è dire, ma ridire, e ridicendo dire ogni volta per la prima volta. Sua divinità primordiale è l’Oblio, la prima presenza che più tardi darà luogo a Mnemosine, madre delle Muse. L’oblio è la vigilanza stessa della memoria. La potente custode della parte nascosta di cose e di uomini mortali.

Noi parliamo, così crediamo, come ricordassimo, ma si ricorda in virtù dell’oblio. Ed ecco certi passaggi della poesia di Maria Antonia Maso Borso: “Le bugie dell’infanzia erano trama e ordito”, “Anche la scuola è ricordo con qualche rinforzo della bacchetta: le quattro acche le abbiamo in cassetta”, “Guardando all’indietro sembra fiaba l’infanzia dei nonni e mitologia la loro vita in salita”, “Non mi dispero se divento vecchia: ho il mio passato, la mia esperienza, dentro mi soffia di Dio l’onnipotenza”.

Recensione
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