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Sarà mai possibile “scrivere” un libro con delle fotografie, tutte fotografie, senza nemmeno l’ausilio di una sola parola, magari a didascalico supporto? Guardando all’ultima opera di Riccardo Roversi sembrerebbe di sì. Scrivere è, naturalmente, un verbo che implica un modo lato di parlare d’un libro, di questo libro – non per niente ho evidenziato, proprio all’inizio, il verbo scrivere tra virgolette. Perché, comunque lo si voglia intendere, un qualsiasi libro è fatto per essere letto. Ed è anche fin troppo chiaro che per lettura si debba intendere lo sforzo interpretativo che si richiede ad un ottimo lettore, che non si arrenda ad un’apparenza marchiana, nella banale evidenza di guardare senza comprendere alcunché.

In realtà, non è nemmeno vero che non vi sia un’indicazione verbale nel contesto di tale particolare libro. Di fatto, a limitazione delle cinque paritetiche sezioni (esattamente di venti foto ognuna), analogamente allo sparo di uno starter, l’autore (che è pure editore e, nella fattispecie, editore di se stesso) antepone, più che titoli, vere ed autentiche Sibille Cumane, che hanno il sicuro merito di dare, con seriale, tutt’altro che univoca, perentorietà, più che una dritta, un bifido suggerimento programmatico al potenziale fruitore.

Consideriamo di cosa si tratti.
La prima indicazione scritta che egli pone, a parte l’icastico, complessivo titolo dell’opera, è CITTÀ / ESSENZIALE. Fino a qua poca cosa: v’è già un incipit d’ambiguo, ma non s’intravede nulla di particolare, finché, a complementare supporto non si legge: «nel duplice (e ambiguo) significato di città necessaria e sostanze di città». Seconda sezione: DONNE / PARTICOLARI «nella duplice (ed enigmatica) accezione di donne speciali e dettagli di donna». Poi, sezione successiva: ITINERARI / PERCORSI «nel duplice (e ipotetico) valore di viaggi e tragitti e cammini esplorati». A seguire: LUOGHI / VANI «nel duplice (e aleatorio) concetto di posti e spazi e ambienti inutili». Ed infine: STAGIONI / ISTANTANEE «nel duplice (ed equivoco) senso di tempi improvvisi e ritratti climatici». Naturalmente, a seguito di tali lapidarie, edipiche indicazioni, sono inserte le fotografie di pertinenza, rigorosamente in bianco e nero, nonché rielaborate al computer.

Sembra palese che Roversi abbia voluto, al di là di una sua passione forse molto più avvertita in gioventù (la foto di copertina è infatti indice d’un’età non effettiva ma forse intermedia, e comunque molto più lontana rispetto al presente: le foto risalgono al ventennale periodo 1975-95), avvalersi, certamente divertendosi, d’uno stimolo senz’altro provocatorio fatto a misura di un’indagatrice lettura, non “tra le righe”, ma d’esclusiva introspezione insieme sociologica, topografica, architettonica, turistica, ecologica, temporale… figurativa. Proposta, nel suo alambiccato ensemble, che oltretutto abbina, e talora allarga ulteriormente nella riproposizione d’elementi artistici di varia specie (pittura, scultura, architettura), l’arte fotografica (alias arte del grandangolo o, più semplicisticamente, del clic) a quella letteraria. Ciò che in altri termini critico-artistici attuali meglio si definisce quale “allargamento sinestetico” o altrimenti “apertura sinestetica”.

Il nostro autore-editore ha proposto una sfaccettatura diversiva di quello che è il ruolo (nella sua accezione più ampia e non di meno segmentale) della parola. Ha prodotto, in definitiva, un “libro muto”, ma, all’opposto, capace di esprimersi oltre un univoco significato. Un libro muto che, paradossalmente, parla fin troppo; dice molto di più d’un libro normalmente scritto. E specialmente, ponendo un potenziale di continuità nelle apparenti discontinuità delle antitesi nell’estemporaneo emergere dell’atto interpretativo, o meglio in quella che fin dall’inizio abbiamo definito “scrittura”, per quanto azzardata, quasi impalpabile ne sia l’ipotesi.

Recensione
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