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Come l’anno scorso (allora fu il debutto del Premio in intestazione) l’Este Edition, ideatrice ed organizzatrice, ha rese pubbliche le dieci opere di narrativa finaliste.

Vincitrice è stata una giovane lodigiana, Alice Bracchi con un brano straordinario, che è la trasposizione narrativa del Preludio opera 3 n°2 di Sergej Rachmaninov (come si evince dalla nota d’esergo). Titolo: Le campane di Novgorod. Secondo si è classificato il vincitore della passata, prima edizione: l’udinese Francesco Brocchi. Il suo brano, intitolato Res publica, cosa nuova, non è da meno. Al terzo posto si è piazzato un "ferrarese d’importazione", Ivan Plivelic, di origine magiara. L’opera con la quale ha concorso è Un concerto di Johann Sebastian Bach, anche questa meritevolissima.

Gli altri finalisti, sette in tutto, sono stati (si noti che l’ordine è puramente alfabetico): Katia Brentani, con Liberty Hotel; Lucio Buzzoni, con Una gita a Po; Alessandra Chichizzola, con Grasso Bastardo; Marianna De Palma, con L’estate di Vincenzo; Alida Pellegrini, con Un terribile incidente; Marina Priorini, con Del vento, di mare, di me; Silvia Trabanelli, con Un’insolita serata.

Le campane di Novgorod rappresentano l’apparente morte d’un uomo, un dormiente in una cassa. La morte sembra essere certezza, descritta con tutti i canoni estetico-narrativi che colgono il fisiologico trapasso umano, sintonizzato all’ambiente ed ai suoi vari abbellenti, opportuni accessori. In parallelo il lugubre rintocco delle campane. È ciò che in primis scandisce, dall’esterno, quello che parrebbe un evento realmente luttuoso. Il risveglio poi, allucinato, semicadaverico, dell’uomo, quasi una nota stonata di resurrezione sapientemente inserta nel racconto, rivela la devastante metaforica situazione di decadimento storico-istituzionale di una Russia collocata non si sa bene in quale epoca, ma che potrebbe anche metaforizzare il presente.

In Res publica, cosa nuova la solenne dichiarazione dell’esergo che "L’universo non è soggetto a conflagrazione, | né a regressione. | Non può corrompersi per disintegrazione, | né per scomparsa della qualità dominante, | né per commistione" rende fin dall’inizio quella sapidità giusta che sa catturare la lettura. Racconto dal carattere esplicitamente teoretico. Protagonisti sono, in una Roma imperiale ai limiti della sua solarità espansiva, il Conquistatore, lo Storico, il Filosofo, l’Ambasciatore ai fiori e un intramontabile, eterno Censore. Proprio quest’ultimo, pur nella sua striminzita apparizione nell’economia della trama, sembra assurgere a figura dominante. Sorta di dio. Intelletto Superiore, rivelatore del defilato, ma indubbio, senso della narrazione.

Di Ivan Plivelic, terzo classificato, la sua bravura di eclettico scrittore, poeta, narratore, saggista e traduttore, monta sull’impalcatura, altrettanto lata, d’una duttilità artistica che, nella fattispecie, raggiunge le vette della musica concertistica per eccellenza che vede nel medesimo scrittore il provvidenziale – a sua insaputa – supplente di una cantata nientepopodimeno che di Bach. Racconto sviluppato ai limiti del paradosso, con la tenuta della commedia, più precisamente di una farsa. Solamente nel finale si soglie l’apparente incoerenza della trama, nella rivelazione (il brano è svolto in prima persona) di un aneddoto dal carattere assolutamente onirico. Considerato l’entusiasmo e l’intramontabile passione per la musica classica, nonché forse un latente desiderio di Plivelic di poter realmente esibirsi in tal senso, si può ben dire che si tratti di un sogno vissuto nel sogno.

Gli altri sette racconti varrebbe senz’altro la pena, spazio permettendo, analizzarli. Mi permetto, comunque, di affermare che sono stati, tutti, nessuno escluso, ben degni di figurare tra i finalisti.

Recensione
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