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Atlantide

Credo che solo un erudito quale Antonio Moro, settantatreenne, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, licenza di Teologia conseguita all’università di Friburgo, baccalaureato in Sacra Scrittura al Pontificio Istituto Biblico di Roma, conoscitore delle lingue ebraica, aramaica biblica, siriaca e siriaca antica, greca e latina (le ultime due le ha insegnate per diversi anni), potesse realizzare un’opera avvolgente e compenetrante come questa. Opera che, lo si capisce d’acchito, deve averlo impegnato in diversi anni di ricerca.

Al di là dell’aura di mistero che il titolo già di per sé evoca, fra’ Antonio fornisce una panoramica culturale pressoché globale, discettando, dati alla mano, su una scienza a tutto campo, inclusiva di uno scibile di nozioni storiche, geografiche, fisiche e matematiche. Senza tralasciare la sua missione di custode, garante e diffusore della religione cattolica. Continua, assidua è la presenza di citazioni bibliche e di preghiere, sue o altrui, che, immischiate alle varie altre annotazioni di servizio, rendono il contesto ampiamente diversivo, vivo e denso d’alti valori antropologici, culturali e naturalmente cultuali. Il suo umile, assolutamente disinteressato, desiderio è quello di «dare alla cellula vitale della società umana qualche goccia del Vangelo [per] farla riflettere con discrezione sulla storia antica di Atlantide […] per suscitare in ognuno il Santo Timor di Dio, ritenendolo importante per creare un convivere civile che sia umano», cfr. p. 301.

   Avrete già inteso che l’autore parla di “antica storia di Atlantide” e non di “mito di Atlantide”. Ciò, implicitamente, è indice di certezza sull’esistenza d’una favolosa, ed a tal punto, non più mitica, Atlantide.

   Secondo i suoi accurati, annosi studi, infatti giunge alla conclusione che la città di Atlantide sorgesse su un’isola scomparsa all’incirca 4.500 anni fa. Precisamente – è quanto egli stima, con calcoli che, se non convincenti al cento per cento, sono sempre sostenuti da una loro più che degna giustificazione – nel 2454 a. C, a causa d’una verosimile catastrofe naturale. In un solo giorno ed una sola notte sarebbe stato un terremoto-maremoto d’inaudita violenza (cfr. p. 47) a distruggerla, dopo ben 7.000 anni di sviluppo e di fiorente ed attiva civiltà.    

   Dove la localizza Antonio Moro? A p. 123 egli sostiene «con serenità» che stesse «davanti alle colonne d’Ercole» e che corrispondesse alla «Penisola Iberica, alla quale bisogna aggiungere la costa meridionale della Francia e la costa occidentale dell’Italia. // Questa oggettivamente era l’Isola di Atlantide, che era dirimpetto al Continente Africa, dal Marocco alla Tripolitania!», in ibidem. Ergo, anche noi Italiani (o almeno una certa parte di noi) in buona sostanza, saremmo potenziali discendenti di Atlantide.  

   Da dove tragga le nozioni necessarie per avviare e poter concludere la sua ricerca e per quale motivo dia attendibilità alle stesse, fra’ Antonio ce lo rivela a p. 117: «Prendo con serietà la testimonianza di Platone, che arriva a noi uomini d’oggi, tramite Solone a cui ha parlato un sacerdote egizio di Sais. Dubitare della sostanziale validità di questa storia su Atlantide significa squalificare gli uomini più noti del mondo greco antico».

   Si tratta quindi di notizie tramandate da un sacerdote egizio di Sais, a Solone, poeta, filosofo ed uomo di Stato ateniese, scomparso nel 558 a.C., e da questi al filosofo Platone, morto nel 347 a.C., il quale ne parla abbastanza dettagliatamente nelle sue due opere dialogiche Timeo e Crizia.

   La credibilità sulla storia di Atlantide che sostiene l’impalcatura analitica di Moro proviene in primis dal fatto, del tutto casuale ma assolutamente rilevante, che lo stesso autore avrebbe vissuto, da bambino, in una zona d’origine vulcanica che richiamerebbe, con estrema analogia la dinamica della distruzione della mitica Atlantide: Abano Terme, situata tra i Colli Euganei padovani. Una ragione in più, anche per i lettori, per credere sia a Platone sia ad Antonio Moro.

   A quest’ultimo, anzi, andrebbe, se si potesse accertare la validità delle sue tesi (del resto basterebbe un’operazione speleologica mirata), il merito d’aver rintracciato la regione geografica in cui Atlantide poté sorgere, svilupparsi ed, ahimè, soccombere agli elementi primari della natura, scomparendo dalla faccia della Terra.

 
Recensione
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