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Augusto Verri, questa pubblicazione la considera il «suo Libro Primo», cfr. quarta di copertina. E, a proposito del libro, ivi, precisa: «Atlantidei descrive la nascita e la crescita di una giovane coscienza attraverso il racconto di personaggi che rappresentano categorie e viceversa [Lei; Mother; Father; La Venere di Milo; La Principessa Yemenita; Dee; Scarlett – di cui questa prima serie è raggruppata nella sezione "Dio Natura Amore", pp. 6-23 –; Il Sacerdote; L’Angelo; Il Modello; Maestra di Vita; Lo Sciamano; Il Titano; Il Generale – dalla 2a sezione detta "I Pilastri", pp. 26-45 –; I Costruttori; I Tre Guardiani; Il Druido Soffiante – 4a sezione: pp. 44-80 –; La Regina di Saba; Il Signore e la Sua Anima Bianca – 5a sezione: "Le Verità", pp. 106-110]. Diviso in sei sezioni più tre racconti che coinvolgono ognuna di queste e si pongono come un tentativo di sintesi del contesto generale, il libro si articola in brevi scritti auto-conclusivi di chiara ispirazione esistenzialista. Il corpo non ha una vera e propria struttura narrativa [talora, infatti, la struttura è poetica, delineata dalla nitida sequenza dei versi]. […] La coscienza pura si specchia nell’Atlantide e il mito qui partecipa della vita di ognuno mettendo in risalto gli aspetti che sono più prossimi all’ideale».

Esattamente che cos’è e cosa letteralmente rappresenta l’Atlantide, per Augusto Verri? Ebbene, si tratta di una "Cittadella", ("La Città Stato", pp. 115-117). «Sorge su un sito arcaico dove un tempo una civiltà terramaricola trovò albergo per i propri figli e dove i frutti e i fiori le diedero un equilibrio sospeso tra il mondo dei vivi e l’aldilà. […] Qui si amano le arti e le scienze, la scultura classica, la filosofia dei tre sapienti, la storia di Giza e dei faraoni. | Qui, come in ogni luogo, si fa la storia». E gli Atlantidei, suoi abitanti, sono mezzi uomini e mezzi angeli. «Ci sono sempre stati», sostiene lo scrittore a p. 36, in “Maestra di Vita”. Angeli nel contempo uomini «consci dei propri limiti, coscienti fino all’ultimo dei parametri in cui possono spingere i propri strumenti. […] Solo la piena coscienza delle nostre azioni ci può rendere veramente tali. | Solo il dubbio amletico della scelta guidata dalla ragione ci può render tali […] | in potenza ogni uomo è cittadino di Atlantide. | Regno di uomini liberi. | Terra sommersa non da acque ma da una coltre nera che è il male da cui dobbiamo liberarci», in "Noi", pp. 112-114.

Così come la genesi della creazione divina, «un’immane esplosione, una devastante ondata di energia nella quale il tutto prende possesso del nulla, una grande forza creatrice dove piano piano lo spazio si alterna alla materia e dove ciò che noi chiamiamo vita dà adito alla coscienza», in "La Luce", p. 49.

Debuttando dalla considerazione, di stampo esistenzialista, che ci sia «concesso di immaginare chi sono gli altri ma mai di sapere veramente chi sono» ("L’Angelo", p. 30), lo scrittore anela «a personificare quel binomio dialettico che permette alla tesi di conseguire, attraverso l’antitesi, una posizione evoluta del pensiero comune, giungendo perciò ad applicare al suo sillogismo la teoretica della dialettica hegeliana.

A parte la costruzione d'una elaborazione letteraria non strettamente narrativa, traspare la gestazione, e poi le basi elementari e finanche secondarie, che finalizzano il romanzo. Con proiezione poematica, se si vuole, ma un romanzo si conforma, per quanto sui generis possa essere classificabile. Il tutto in forza di un personaggio, assolutamente mitico, che nella volontà e nell’immaginazione dell’autore, è La Coscienza, individua entità in dinamica ascesa, in cerca dell’assetto d’una maturità complice della partecipazione dell’onnipotenza divina. È il cammino, progressivo, che adempie ad una maturità via via più elevata, che mira a raggiungere la definitiva meta de "Le Verità". Solo allora, proprio grazie a quel traguardo raggiunto, la Coscienza può differenziarsi nell’assolutezza sia dell’individuo, in "Noi" (pp. 112-114), sia del sociale, in "La Città Stato" (pp. 115-117), realizzando l’escatologico obiettivo di "Un Nuovo Giorno" dell’umanità (pp. 118-124).

Attraverso vari espedienti linguistici, a costo di dare al testo una valenza ingannevole, che potrebbe persino turbarne la corretta forma lessicale (si veda ad esempio la reiterata contrapposizione di in vano ad infondo) è possibile leggere il tentativo di ricerca riservato anche ad una scrittura alternativa. Esemplare, ed addirittura strepitoso oserei definirlo, è l’esempio di p. 35 (in "Maestra di Vita"), per l’icastico (contrapposto all’allegorico) conio del verbo toccare, reso con «toc-tocca» («dolcemente qualcuno toc-tocca il vetro»).

Recensione
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