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Camilla Ghedini, in questa sua ultima pubblicazione, della quale, per il forte richiamo del sottotitolo del libro non occorre dire quale sia l'argomento di discussione, tira fuori la Storia d'un passato appena trascorso ma che, in sé, per l'aspetto tematico affrontato, talora sembra già morto e sepolto. Avendo la tecnologia decretato la fine d'un artigianato che, per l'affrancamento, nel mondo del lavoro e nei servizi, di prodotti notevolmente diversi, e spesso del tutto sostitutivi della manodopera, non trova più ossigeno. O comunque ne trova pochissimo, di ossigeno. Solo se ci si voglia rapportare a certi residuali servizi, che ancora oggi, e chissà ancora per quanto, resistono.

Oltre alla documentazione fotografica della copertina, un'altra ventina di preziose fotografie arricchisce l'interno della raccolta, nella seconda parte, intitolata Bondeno ieri.

Siccome nei quattordici pezzi che costruiscono l'opera sono in parte, ma sempre (pezzo per pezzo), riportate dichiarazioni dei diretti interessati, ognuno nel suo ramo di competenza artigianale, la Ghedini, nell’evidenziare, nei vari titoli di pertinenza, la tabella tipologica cui il pezzo si riferisce, ha scelto di palesare il nominativo dell'artigiano di turno. Dando così rilevanza all'identità umana accanto al mestiere, ponendo l'uomo sopra la singola attività.

Ecco che allora, come una sorta d'Antologia di Spoon River, facendo le epigrafi di persone vive anziché morte, per ogni identità viene rievocato un perduto o quanto meno smarrito, depauperato mestiere. E sullo schermo della letteratura così assurgono i volti (perché per ognuno di loro, a fianco del nome e del relativo mestiere, ne è proprio effigiata l'immagine personale) rispettivamente di: Edmo Mori, vigile urbano (servizio anche questo attualmente sminuito delle originarie funzioni ed in ogni caso variato nella sua indicazione di specie: oggi si dice Polizia Municipale); Gabriele Cappellari, rilegatore; Gino Savonuzzi, falegname e campanaro; Gualtiero Monari, calzolaio; Luciano Chiarabelli, muratore e giardiniere; Ettore Bergamini, barbiere; Rossana Flori, sarta; Roberto Costa, maniscalco (e quasi dentista, per via del fatto che, qualche volta, ha tolto i denti anche agli esseri umani, con gli stessi strumenti utilizzati per gli animali); Corrado Costante, stagnino e poi, per un adeguamento ai tempi, lattoniere; Romolo Rossetti, meccanico d'autoveicoli; Giorgio Costanzelli, salumiere; Gianni Arenghi, fornaio; Maurizio Vincenti, carbonaio; Mauro Lavagna, fabbro.

In buona sostanza, è, questa, una raccolta di racconti ed insieme di testimonianze. Un libro scritto a tantissime mani, che ha il significato d'una sinfonica, nostalgica rimpatriata d'attività se non completamente in disuso e bell'e dimenticate almeno rimpiante per la perdita di buona parte della loro primordiale, totale manualità.

Recensione
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