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Nel suo secondo cimento medio-lungo, il respiro romanzesco di Luciano Montanari si arricchisce d'altri interessanti ed innovativi elementi narrativi.

Va dovutamente detto che il suo modulo di scrittura non è tra i più attuali. Oggigiorno gli autori tendono ad una tipologia di linguaggio piuttosto permissiva, soprattutto per quel che concerne la caratura delle coniugazioni verbali. I congiuntivi, nella loro forma passata o presente, spesso non sono rispettati. Talora proprio non se ne intravede traccia nel contesto narrativo di un'intera opera. Sembra che non esista un parlare al congiuntivo. Ma che roba è il congiuntivo!? D'altra parte, la caratteristica degli scrittori contemporanei – non parlo dei poeti perché il discorso è molto più complesso e sicuramente diverso – presuppone azzardati approcci, aggressività di linguaggio, scurrilità più o meno accese, atteggiamenti alquanto irrispettosi del bon ton, supportati da sostantivi con l'iniziale maiuscola – anche oltre la necessità, alla tedesca, per capirci. Ebbene, per Montanari la narrativa ha il sapore di un bucato fatto con la vecchia saponetta, magari riecheggiante un romanticismo, anche desueto se vogliamo, corrispondente ad emulazioni addirittura tardo- ottocentesche (le sue letture preferite sono di gran lunga ispirate al francesismo di Zola, Flaubert, Maupassant, Balzac, Hugo), e purtuttavia molto carica di poesia e di quel savoir-faire che affabula.

Ma gli elementi originali della sua prosa vanno inquadrati nella struttura del romanzo piuttosto che nella scrittura. Del linguaggio si può senz'altro accreditargli un diffuso senso del poetico, specialmente con pertinenza alle sue molto trafficate performance geografiche, che, tra l'altro ricordano uno stratificato Manzoni. Mentre gli altri spunti d'originalità, che attraggono, prima d'ogni altro lettore, il critico, sono individuabili nella presentazione polimorfa dei personaggi. Nei protagonisti di fatto è giocata pressoché tutta la capacità dinamica di Montanari. Sul campione di Pirandello, nella sua indole più appropriatamente teatrale, il nostro autore ottempera all'edificazione d'una pluralità di protagonisti anziché votandosi ad un unico, o al limite ad un paio d'eroi, nelle sue storie, interferendo quindi la mentalità del teatro nella letteratura pura. Successe con La sconfitta, suo romanzo di debutto (cfr. PdV 46 del 2005, p. 269), laddove pose mano ad almeno tre protagonisti. Se allora poteva apparire un caso, Cecilia a Ferrara è venuta a certificarne, anzi ad avvallarne perentoriamente la peculiarità. Protagonisti, tutti a livello di primo piano, sono una folta serie di personaggi: Mariella; Cecilia; Edoardo Donati; Rodolfo; Matteo; ed Aurora, intima amica di Mariella. Con una differenza minima, sostanzialmente irrilevante, solamente in rapporto a Mariella, protagonista in primis, al di là dell'apparenza del titolo del libro (sembrerebbe infatti spettare a Cecilia tale prerogativa).

Il fatto stesso del titolo spiazzante per il lettore, convinto d'incontrare una Cecilia prima ed unica eroina del romanzo, è una caratteristica, consolidata ancora una volta dal precedente romanzo, che contribuisce a rendere la narrazione più attentamente leggibile.

Inoltre, in Cecilia a Ferrara, a parte le abituali note sulla morte e su una profonda religiosità, finalmente culminante nella dichiarata apertura a Dio, appare un colossale elemento iconico, "il pesco" del giardino dei Grevi (leggasi: di Mariella), quale transfert degli affetti di Mariella nei confronti del marito, Rodolfo, perenne assente dalla famiglia ed in seguito trascurato dalla moglie.

Recensione
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