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Chiodi nel cassetto

La presente raccolta (opera prima uscita in contemporanea con altra di poesia, Gigante di edera, medesimo editore) consiste in quattordici racconti sui quali si fatica a dare un giudizio di distinguo. Tutti d’ottimo livello. Tutti irreprensibilmente organizzati, dal punto di vista del linguaggio e della scrittura.

Per quanto concerne l’idea poietica, ogni volta coltivata con la finalità di colpire quel bersaglio mobile d’un utente che, per una serie inspiegabile di ragioni, non è mai semplice intercettare, la nostra autrice si riserva un richiamo sentimentale in grado di smuovere un acconcio, perfettamente corrispondente stato umorale collimante in un ethos condivisibile in quanto espressione di superlativi valori, umani, ecologici nonché folcloristici e religiosi, orma, anzi icona della Storia del presente. L’esito è sempre eloquentemente evocativo della concreta realtà, attuale, potenzialmente vivibile, più che vissuta. Non sarei troppo sicuro nello scartare la completa inventiva del narrato. Se non a fantasia vera e propria, penso ad una commistione tra invenzione ed effettività tale da rendere sì il topos dell’aneddoto ma nella misura d’un resoconto del quotidiano volutamente disperso nelle molteplici giunture d’un fervido, creativo intelletto.

Le trame appaiono sapientemente calibrate alle vicendevoli circostanze che, partendo dalla loro causalità, creano, tra soggetto e soggetto, perfetta sintonia morale. In maniera che il sociale sembri sommergere ogni singolo e singolare accadimento in un’addomesticata affezione quasi familiare. È quel che si dice ‘empatia’. Rara caratteristica, dote del narratore affabulatore. Ecco chi è questa scrittrice. Ciò già basterebbe ad attribuirne giusti meriti e consapevolezza per chi volesse di fatto saggiarne la scrittura.

“Il gatto con le ali”, che fin dal titolo sembrerebbe indicare (apparenza creata ad hoc) la via lettrice della favola, nel leggerlo, nella sua forma tipicamente diaristica, offre un encomiante esempio di letteratura interiormente impegnata, tale da farne, nella sua referenza scritturale, un impegnativo contratto sociale di «responsabilità-timore-amore». Patto che ne sancisce altresì quella presenza (leggasi ‘cura’) materna che è tutto dire e che tante intense sensazioni suscita, specialmente se a leggerne le righe sia una donna che abbia sperimentato la maternità, mamma o nonna che sia.

E laddove, come ne “Le filastrocche della nonna”, dal risvolto d’una palese realtà folcloristica che in sé assorbe fiaba e mito, ma soprattutto nel racconto “Il giorno del pane”, davvero la realtà è padrona di casa, dettando l’esatta immagine dell’accadere, del fare, del dire (ne “Il giorno del pane” la puntualità del dire forse inerisce un po’ meno, ma qui s’addiziona senz’altro la realtà del fare, dell’agire il più concreto), è nel dettaglio che s’assapora la scrittrice. Nell’innegabile, duplice performance visiva e poetica di volta in volta le righe esplodono nel pirotecnico gioco della concisa descrizione dei «vecchi trucchi del mestiere», da una parte, e d’altro canto, si palesa la delizia d’una lungimirante o perlomeno estetica serie metaforica («col lavaggio della madia è come ripulissi la mia anima»; «ha il colore dell’oro»; «ancora una volta si è compiuto il miracolo»).

“Chiodi nel cassetto”, eponimo tassello del contesto ed immagine icastica, non a caso offre l’esaustivo concetto, e non solo un’intuizione, della potenza evocatrice della metafora che la Muraca è capace di esprimere anche nel narrare.

Cosa potranno significare questi metallici, pungenti chiodi segregati in un cassetto!? Tanto. E tanti sensi, almeno quattro. Sono le esatte soluzioni che stanno nella congiunta proposta presentataci. «Questioni irrisolte che pungevano e facevano male». Oppure soltanto sogni? Sì, anche: un possessivo sogno di lucidissimi chiodi conficcati in un verde prato, spillati su fogli di bozze; o altri sogni ancora irrealizzati, «chiusi in un cassetto per così tanto tempo da essersi arrugginiti». È un fatto che all’autrice prema, in definitiva, far sapere che quei chiodi, che rappresentano le sue vere spine, le sono da sprone, non unicamente nell’arte ma pure nella vita: «Non lascerò arrugginire i miei sogni» afferma, impettita ma soprattutto resoluta, Giuseppina. Vuole usarli quei chiodi, per appendervi bellissimi quadri d’autore, i suoi scritti, racconti, poesie e quant’altro a cui decidesse di dedicarsi. Ha tutte le carte in regola per farlo.

E per la sua vita auguriamole che i chiodi possano essere tenacemente rimossi ogni volta che ne pungano la pelle e che abbia la sua giusta parte di serenità. Simbolicamente le voglio mandare un augurale biglietto di buona fortuna da appendere al muro con un bel chiodo cromato in oro. Il medesimo colore-metafora del suo gustoso, artigianale ed artistico pane che con maestria sa sfornare e dettagliare nel narrarne la fattura. Ancora una delle poche massaie in grado di farlo.

Recensione
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