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Anna Cavalieri, insegnante elementare, nemmeno trentenne, con questa sua opera prima mette alla ribalta una fra le tante città marinare, Comacchio, che fra tutte le altre città, sia di mare, di pianura che di montagna, è assai diversa e distinguibile. Un unicum per analitica storia vissuta, per stile di vita, legato ad una tradizione che ormai travalica i secoli, per usi e costumi, e per un modus vivendi fortemente sui generis. Ma soprattutto per una simpaticissima parlata, che ne fa un monumento d'idiomatica italianità.

Comacchio raccontami è il rovescio letterario d'un conclamato prototipo che vede la persona parlare della città, e non viceversa. Talché Comacchio si presenta come un ideale scrittore piuttosto che come un luogo geografico.

Talora, quando la realtà non sta assolutamente di casa, diviene una città-favola o, se si voglia interferire con il mondo della televisione, una città-cartone animato ("Il ragno d'oro"; "Quando Icaro planò a Spina"; "Sgarabùse e Sgarabusèn").

Tra i sedici titoli che costellano la raccolta (quindici pezzi narrativi più uno, l'ultimo, poematico, incentrato sulla taumaturgica tradizione della "Santa Maria in Aula Regia"), oltre ai suaccennati elementi fiabistici, si collocano in una via di mezzo la realtà e la fiction, imbastarditi, incarniti una nell'altra ("I soldi di Garibaldi"; "Il trenino"; "Il sale").

E così mito e leggenda, d'intonazione laica come religiosa, si confondono nell'amalgama d'una potenziale effettività ben razionalizzata, centellinata alla topografia ed al folklore ("La regata delle donne"; "Giovanni, battezzami!"; "Quando Icaro planò a Spina"; "Le campane sotterrate"; "I settantasei"; "Le maniche di San Nicolò").

Succede che quando sembri che sia la realtà ad essere evocata tra le righe invece subentri l'artificio della fantasia. Dovendo assecondare l'impellenza del titolo, e per quanto sopradetto, allora la scrittrice Anna Cavalieri si fa prestatrice d'opera a favore d’una Comacchio che sa mettere mano alla narrazione, imponendosi ed elevandosi al rango di io narrante ("Il trenino"; "Checco"; "Il piccolo angelo").

Non manca il tocco giallo d'un irrisolto, duplice e contestuale assassinio ("Il delitto Buonafede") a colorare diversamente l'insieme delle pagine.

È un procedere con cadenze sempre nuove o variopinte, in modo che, mescolata alla lacrimuccia di circostanza, possa esplodere, proprio d'un tratto, a fine racconto, l'esilarante risata; magari scaturita da una farsa condita di macabra attesa, come succede di fatto in "Scommessa da osteria".

Recensione
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