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Come uccelli d’inverno, titolo della silloge e della poesia d’apertura, sigilla l’opera prima (almeno per quanto riguarda un’autonoma pubblicazione a proprio nome) di Antonietta Capuzzo. Nondimeno, è il preciso motto che definisce l’intimismo della poetessa ferrarese (Come uccelli d’inverno | anch’io senza voli | ad alta quota). Aldilà dell’esaustiva analisi del prefatore, dove emerge in primis un lusinghiero paragone con la poesia del "dopotempo" di Mario Luzi, e della concisa nota in quarta di copertina di Roberto Pazzi, il quale paragone riconduce invece a Saba, l’ouverture dell’esaminanda raccolta è eloquentemente indicativa della zelante attività di volontariato a favore di coloro che, contrassegnati dal dolore, soffrono indescrivibili pene, all’insegna delle invidiabili doti d’umiltà e di carità che civicamente identificano la Capuzzo. E mi sembra che lo spirito d’umiltà e di dedizione che ne fa una pregevolissima, benemerita persona ne faccia anche un’altrettanto meritevole poetessa. Il che è da intendersi nell’espressione d’una autentica, anzi notevole caratura lirica.

Il senso del dedicatorio prevale nel contesto, genericamente manifestato verso un latitante Dio, terribile nel dolore, che tuttavia è fonte d’Amore (p. 52, in Tornare a Te ogni volta).

La dedica è frequente, forte e sofferta anche nei confronti d’un marito-rifugio, padre e amico (p. 49, in Occhi segreti). Dedicazione pure per la figlia (p. 29, Ritratto); per la madre (p. 30, Memoria). E poi, per Rosa (p. 34, Dedicata a…); per Gabriella (p. 37, A Gabriella); per le vittime di ogni violenza, | ad Irma, piccolo fiore gioioso | reciso nell’inferno di Sarajevo (p. 50, esergo in I frutti più crudeli)…

Infine, una dedica d’alta intensità artistica quanto sentimentale, che esprime tutto il senso dell’amicizia che la poetessa nutriva nei confronti d’un poeta di haiku di conclamata bravura, quale fu il compianto ferrarese Arnaldo Benatti, è costruita nella medesima forma poetica prediletta dallo specifico fruitore. Tre haiku sono, in effetti, l’originaria proposta con la quale Antonietta ha voluto rendere omaggio ad Arnaldo (p. 58, in Haiku). Tre chicche di uno spessore non inferiore alla qualità che Arnaldo Benatti sapeva elaborare.

Una silloge in cui il pessimismo non è tenuto nascosto. L’evidenza, rivolta, nella fattispecie, all’incapacità umana di gestire la natura, è esteticamente ben conformata soprattutto in Ferite cosmiche, a pag. 42: Ferite cosmiche | d’arma a doppio taglio, | attentato dell’uomo | all’universo. | L’orgoglio di nuove | frontiere siderali | vacilla | in profezie di collassi. Ma a mitigarne l’apparenza, se non a farne completa tabula rasa, è la preponderante, immancabile radice della fede in Dio. È esondante quest’aspetto, tanto da significare una dedica per eccellenza, talora indirettamente palese tra i versi. Basta porvi un briciolo in più d’attenzione. In Esilio, a p. 23, tanto per citare un esempio, la poetessa rivela proprio questo; scrive: Nella sterile sequenza di monotonie, | paziente attendo | che il Buon Pastore percorra | nuovamente la strada | per la sua pecora smarrita.

Ecco, in Frammento, a p. 31, la poesia dell’anima. La dichiarazione di quella libertà, o di quello status ottimale che, metaforicamente parlando, potrebbe accendere la luce più vivida nell’esistenza. La scoperta ideale d’Orizzonti di cobalto | frenesie solari | clamore delle spiagge d’agosto. || … percepire la vita | come sulla pelle | il calore del sole: || … desiderio di eternità | tra sommesse fughe | di tempi e uomini | scolpite nell’aria | di fine secolo.

Una poesia moderna, incastonata d’allegoriche gemme, descrittiva, in una maniera stilisticamente compatta, dell’esistenza e della natura.

Recensione
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