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La quarantina di poesie-cortometraggio della presente silloge, suddivisa in quattro parti (“Dalla camera mobile”; “Scorci e primi piani”; Scene del passato”; ed “Inquadrature di coda”) in sintonia col titolo, esprimono, d’accordo con la prefatrice Anna Balsamo («è il libro d’appartenenza ad una fuga da un dove e da un come […] e che ne diventano il liberatorio traguardo-rifugio»), un itinerario geografico, storico nonché psicologico. Tre fasi dunque fanno da ulteriore ed implicito corollario alla raccolta. Ne sottintendono una bellissima, eterea metafora.

Evasione o fuga, come dir si voglia, è un percorso disegnato nei versi tramite concretissima poesia fatta di luoghi, cose e persone in carne ed ossa, con la descrittiva, amena quanto idillica progressione dell’essere umano che, dapprima, è pienamente cosciente di spostarsi da un posto all’altro (Roma Termini, Napoli est, Bambini di Scampia, Irpinia tour, Verso sud ecc.).

E, secondariamente, sogna attraverso l’inamovibile visione del suo carnale, istintivo esser uomo. Ripercorre le sdrucciolevoli vie del richiamo della sua mascolina, virile natura, incorniciando versi per la donna, nel senso più generico, dedicandoli a coloro (al femminile) che l’hanno fatto ancora una volta, dopo il suo innamoramento e conseguente matrimonio, volare (Elisa e la rosa, Le russe, La signora del treno, La postina).

Quindi s’immerge a capofitto nel passato. Ed è già a ritroso, anche se è un volgersi indietro solamente temporale, con le radici ormai saldamente compenetrate nella vita, che lo ha condotto a vivere lontano dalle sue origini. Ora il viaggio è una sorta di volo verso quel materno grembo che, se un tempo, ha dato la vita a quell’essere umano (il poeta), adesso lo vuole recuperare (in un’immagine ideale) per farsi nullità, o meglio per rendere il corpo alla terra e liberare la sua anima verso un più lungimirante, definitivo ritorno. Ed è in questa parte, nella poesia Di noi resta un sogno di p. 59 che finalmente, chiuso l’album dei ricordi (ibidem), il fuggitivo autore svela il nome della sua, e momentaneamente (finché non la raggiungerà nell’aldilà) non più sua, donna: Maria.

Infine, quarta parte della raccolta, il viaggio-fuga s’arresta, anzi subisce un intervallo. Uno stallo nel quale Carmelo Consoli recupera, alla maniera cinematografica dettata dal titolo del libro, tramite la cosiddetta inquadratura di coda, tantissimi elementi che lo elevano, predisponendolo all’ultima, decisiva fuga (dalla terra), per volare nel divino e riconquistare la presenza della sua amata metà, già Lì che lo aspetta, per rimettersi insieme, anzi per godersi un’altra vita in comune, questa volta per l’eternità. Il poeta si spalanca il portone ad una propedeuticità che lo anestetizza per il ‘grande viaggio finale’ (Marco delle azalee, Questa vita di fragili sogni, Questa nostra età, Se d’altri cieli mi accendo, Quadrato otto, fila settantaquattro, Da questo cielo infiniti sorrisi, Innamorarsi di Dio).

A tal punto l’ultimo rotolo di pellicola ha impressionato tante scene quante ne bastano e la serie dei cortometraggi ha realizzato la giusta simpatia per l’ultimissima fuga, dalla realtà.

Recensione
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