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L'autore, cappellano dell'ospedale di Lagosanto (Ferrara), ha pensato d'immortalare nella letteratura alcuni prototipi del linguaggio dei degenti. Uno pseudolinguaggio, d'impropria catalogazione, colto nelle spigolature di un'ironia diversiva.

"Si sa che il linguaggio ospedaliero è ostico [...] e che spesso molti termini vengono storpiati [...], personalizzati, a seconda della cultura" dei singoli e singolari soggetti – è la basilare considerazione che ha smosso il cappellano nel suo intento – cosicché "ho deciso – afferma il medesimo – di tenermi in tasca un foglio per segnare tutte le parole e i ragionamenti che hanno un significato, ma espressi in maniera così errata o storpiata che sono state causa di ilarità" (dalla premessa). Il librino, tiene a precisare il prete, "non vuole essere una presa in giro" semmai una ridanciana escogitazione onde "ricavare un piccolo spazio per un sorriso che attenui la drammaticità delle situazioni d'ogni giorno" – ibidem. Insomma, un espediente per cercare, se non di lenire la sofferenza fisica dei ricoverati, almeno d'elevarne il morale. Sì, perché don Sergio si propone di distribuirlo proprio agli ospedalizzati.

Per dare un'idea del tono della raccolta, citiamo alcuni esempi.

Una gastroscopia può divenire, nella varietà delle interposizioni che interferiscono e che la inquinano: radioscopia, gastrostopia, telescopia... Analogamente, la prostata, che sembrerebbe la più gettonata in quanto ad insulti lessici, diverrebbe: prostula (secondo anche la didascalica illustrazione di copertina), prospara, prostopa, prospera e così via.

Don Vincenzi, con precedenti editoriali certamente più impegnativi di quest'ultimo, essendo pubblicista di teologia, ha voluto, una volta tanto, esibirsi in un'esilarante scrittura, divertendosi e divertendo.

Recensione
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