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Marco Vaccari, dopo tre raccolte di racconti, ha pubblicato la sua prima silloge poetica. Quel filo che lo contraddistingue nella narrativa, e cioè la ricerca, non tanto della parola più acconcia a descrivere "normali" emozioni o vicende, bensì della parola in sé, è ugualmente presente nella sua poesia. Se la parola in quanto tale è spesso (abbondantemente oltre la norma) protagonista della narrativa, analogamente, qui, nella poesia, la parola fa da strumento di rabdomanzia per la ricerca dei "tesori" inimmaginabili che possono essere reperiti, esoterici (nell’originario senso semantico, di nozioni strettamente riservate, blindate) fonemi-eoni che fanno la differenza sul piano della moderna estetica basata sulla bellezza misterica del linguaggio anziché su quell’altro parametro estetico, di più arcaica discendenza, che rimarca la bellezza preconfezionata della natura.

Credo che la definizione maggiormente azzeccata della poetica di Vaccari sia il medesimo autore a servircela in un vassoio d’argento. A pag. 50 "Scabro razionale" esprime il concetto lucidamente sintetico e nel contempo certificativo precisamente nell’affermazione d’un archetipo del portento (versi quarto e quinto). In tale formula è espressa la ludica gioia, il soddisfatto desiderio d’incapsulare, d’ingabbiare nella singola riga del verso l’unicità stregante di una parola o desueta o tecnico-filosofica o comunque rara che, alla fin fine, sappia incantare il fruitore d’una ricercata, sofisticata poesia, qual è per l’appunto questa.

Mi associo tranquillamente a quanto Paolo Vanelli dichiara nella sua prefazione («"equilibrio" proprio nel gusto del "ludus" letterario» in forza d’un linguaggio «perfettamente equilibrato tra tensione critica e turbamento affettivo», p. 6. E, del prefatore, condivido pure l'osservazione dell’intensità dello «iato tra io e vita», p. 5.

Le cinquanta poesie che Vaccari ha confezionato stanno giustappunto in "equilibrio" tra vita e forte quiete della morte (p. 33, versi 5-7). Triste equilibrista (ibidem, 5° verso), l’uomo s’incarna nel poeta tra il dolorante sterno e il muscolo pulsante (p. 47): troppo comodo chiamare il cuore nel suo semplicistico termine!

La forza propulsiva della dialettica (che, peraltro, s’impone come un’ininterrotta domanda che l’autore pone a se stesso) sta, quasi in toto, nella sollecitazione-provocazione che l’esistenza s’intenda come binomio e ossimoro d’essenza-assenza.

Recensione
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