Servizi
Contatti

Eventi


Figure della mente

Nella capziosa grigio-azzurrata copertina dal simmetrico fronte-retro in carta lucida, o meglio nell’ottimale disegno che felicemente la decora nella sua totalità, emerge il primo avvolgente richiamo. Una sirena. Biglietto da visita alquanto attagliato a questa silloge poetica. Immagine d’una sorta di megalitica Stonehenge. Aleatoria struttura di pietre che coglie la ieratica e nel contempo consono, iconico simbolo del divino. Ma, qui, in un ancora più lato significato, ampliandosi esso agli elementi acqueo ed atmosferico, ovverosia aereo: un oceano sovrastato da un gregge di nembi. È il recente, ulteriore, affascinante lavoro del genovese Francesco Dario Rossi.

Ex insegnante di lettere, latino e greco, ora in pensione, l’Autore ha pensato di impastare classicità, filosofica ricerca e libero pensiero.

Non parlo di classicismo canonico, per meglio dire metrico, bensì d’un classicismo avvalorato dall’essenza delle più antiche filosofie. Già percepibili nell’incipitario tocco, che, per di più, ne richiama altre più attuali. Filosofie da una parte geometriche (da Talete, Euclide, Pitagora e lo stesso Platone si giunge ad Hilbert, Gödel, Carnap, Tarski, Curry, Frege, Russel, Turing e ad altri ancora), assecondando subito l’essenza del titolo, e dall’altra rispolverando gli elementi primari che attinti dalla natura, ed integrante parte di essa, insufflano la vita (cfr. Anassimandro ed Anassimene ed i presocratici in generale).

Da qui il Poeta ha appianato una conseguente intermedia Recherche applicata ai contenuti proustiani. Linea mediana e filo rosso che funge a sua volta da coerente proemio ad un terzo cardine della raccolta, Sogni vagabondi, aperto all’idealismo d’un libero poetare, inteso, non tanto nella sua espressione formale, bensì nell’itinere d’una facondia originale di metaforizzare l’esistenza.

Il tutto con il tramite d’una poesia scarnificata, essenziale ma fortemente ispirata. Concettualmente viva nelle vesti d’una quasi ermetica performance. Sintonica alle premesse del titolo. Sinfonica nel contempo.

Va inoltre detto che a corollario del contesto prelude l’ampia serie d’osservazioni critiche (“Prefazione”, pp. 7-12) di Alessandro Fo, figlio d’arte per il teatro (nipote di Dario Fo, Nobel per la letteratura, 1997; ma anche il padre Fulvio è addetto ai lavori teatrali, nonché scrittore). Personalità, il prefatore, anche nel campo della poesia. Tra i suoi principali riconoscimenti sono senz’altro da sottolineare i premi Dessì, 1995, ed il recentissimo Viareggio, 2014. È inoltre saggista e traduttore.

Ulteriore, confortante (nel senso della lettura dei versi) supporto perviene dall’amico dell’Autore, Andrea Stagnaro. Questi, con la sapienza del matematico, intrinseca rispetto a figurazioni geometriche che allegorizzano moti della mente, insieme ad una non indifferente propensione parafrastica, bene assecondando le intenzioni poetiche dell’Amico, ne completa il quadro critico. Scrive a p. 13 il suo amico autore: «ha visto e vissuto la genesi delle mie poesie delle sezioni Figure della Mente e Recherche». Compito assolto a conclusione d’ognuna delle parti di pertinenza.

Quanto alla prima nonché primaria sezione, eponima, le Figure della Mente confluiscono giustappunto in figure geometriche, abbraccio di metafora e dinamismo del quotidiano vivere. Riflesso amplificante, nello specifico, di un’esistenza sommariamente intenzionale, psichica, apparentemente manifesta nell’ordine dei potenziali, infiniti tòpoi d’un agire in mente dei. Dimodoché è proprio la Vita il soggetto tematico. La vita, quasi fosse essa stessa individuo sottoposto a psicanalisi, sempre e purtuttavia nell’inusitata, amena maniera dello scrivere in versi. Analisi d’un quotidiano potenziale esistere quindi da intendersi come traduzione nella doppia estensione estetica e matematica, più specificamente geometrica.

Eccola allora, quest’analisi, in “Sezioni” (p. 14), farsi rincorsa e subitanea proiezione d’un insieme “di piani” che con impetuose sforbiciate imprimono “tagli limpidi / armoniose figure della mente / che non appaion più / soltanto solidi”.

Poi diviene, nella successiva “Sinusoide” (p. 15), funzionale curva, schema, allegoria per eccellenza di quell’umana funzione cerebrale che è l’intelletto.

Rieccola ora farsi composita “Ellissi” (p. 16) nel coordinato criterio mentale che dell’uomo, in questa retorica immagine, ne gestisce l’individuale attività.

Ed ancora, nel farsi prospettiva di crescita, di sviluppo, d’aspettativa di fede e/o di speranza, o semplicemente quale sfogo, la vita è rappresentata, nel segmento del verso, come “Parabola” (p. 17), a mo’ dell’omonimo evangelico predicare (leggasi “narrare”) del Cristo.

In altra simbolica tappa, arriva ad assumere ulteriore, attigua figura d’irraggiungibile “Tangente” (p. 18): perenne ritorno, tendenzialmente abbordabile ogni volta, ma che agli effetti pratici è altrettante volte scivoloso, fuggevole.

Finché, dopo tutte tali frastornanti ed elusive metafore, che come sguscianti anguille lasciano all’individuo-emblema (quel doppio Francesco Dario Rossi, uomo e poeta) appena un mero residuo d’immagine, il gioco della poesia invera figure mentali stavolta più concrete, materiche. Talora spigolose (“Triangolo” e “Cubo”, pp. 19-20) talaltra smussate, maggiormente scorrevoli, oliate ad arte (“Sfera”, “Coni”, “Cilindro”, pp. 21-23).

Vita e pensiero, vita e anima infine confluiscono e si raccolgono nello stampo d’una memoria purchessia. Amalgama, sia esso tristo o felice, del corpo, somatico unisono parzialmente immaginato a forma di “Coni” (p. 22) o più globalmente inquadrato nella massiva “Forza tetragona e compatta” della “Piramide” (p. 24).

Strutture raffigurate dalla ragione d’una poietica ambiziosa d’illustrare le prorompenti propensioni dell’Anima. Ed altresì strutture di forma che la stessa poesia assume quali sue palizzate di contenimento, in linea di massima censite tra una sia pur balbettante, non costante, sequenza di decasillabi ed endecasillabi. Quando non siano monostrofiche, se superino cioè l’ordine dell’unica strofa, sono strutture invariabilmente suddivise in strofe calibrate al limite massimo della sestina. Mentre, al limite minimo soccorre la cadenza distica; solo raramente appare il verso monostico, ma sempre nella coralità d’altre soluzioni. Mediamente viene ad essere formalizzata la terzina: questa sembra essere la soluzione preferita dal Poeta, avvalorando la magica, propiziatrice nonché religiosa formula del tre

L’antagonismo dell’essere (bene e male; gioia e dolore; fulgide aspettative d’innovazione o di negazione d’un passato-presente sgradevole) è confluente nella geometrica dimensione della “Piramide”: “Ma gli spigoli si smusseranno / e l’energia dentro racchiusa / si sperderà negli infiniti spazi / in miriadi di cariche vaganti”. I contrasti-contrari che crivellano la potenziale tenuta dell’esistenza s’allineano agli ossimori-antitesi d’una creativa scrittura. In maniera che il bianco esploda in nero e viceversa; il certo venga risucchiato dall’incerto; la saggezza sia inacidita dalla tentazione di corrompenti follie. E così via, in modo tale che ogni fronzolo di reale ripieghi in un’avversa e finanche contrapposta tentacolare alternativa.

“Tra bisbigli e fughe di silenzi”, la successiva sezione, Recherche (da p. 34) dovrebbe essere letta più ampiamente e propriamente come À la recherche du temps perdu, opera con la quale Proust volle manifestare il disagio verso il passato, la storia, il tempo andato e smarrito nei meandri d’una poliedrica realtà fatta d’altrettanti individualismi e, se si vuole, più dispersiva ancora. Voluminoso capolavoro universalmente noto esattamente e più semplicemente come Recherche, appunto. È qui, in questa seconda parte che le vetero-proto-filosofie, nello stile anassimandreo, avviano la ricerca alla storia, travasando i sacrali, basilari, vitali elementi dell’acqua (“Vita nelle acque”, p. 36) e del fuoco (“Falò”, p. 37), il cui valore è all’incirca da intravvedersi nella stregua della dualità rappresentata da Adamo ed Eva, quale primeva sorgente genetica dell’umanità, nell’ambito della religione cristiana.

Ricerca o indagine assurda, per l’impossibilità di conseguirne la Verità. Quella unica, con l’iniziale maiuscola. Sì, potrà emergere un’alterna verità. Ma sarà una tra le tante complementari umanamente pensabili. Causa un’ineludibile, teatrale e tragicomico “Hybris” (p. 38), prevaricazione del tempo nel tempo, vuoi per quella Némesis provocata dall’insofferenza degli dei, vuoi perché unica, caotica ripercussione del destino, la conclusione sortisce un sabotaggio dei fatti e dei dati storici (“Preistoria” e “Saccheggio”, pp. 40-41). È pertanto evidente il perché del seguente esemplare ingaggio poetico: “Uomini dal cuore antico / han calpestato queste zolle brune, / hanno tagliato queste dure pietre / di case senza tetti e senza imposte” (cfr. “Cuori antichi”, p. 39). Sicché le identità dell’Uomo non possono altro che celarsi sotto le mentite spoglie di tante “Maschere” (“Nella via i lampioni sono spenti […] // Sgangherato il ghigno / delle maschere / ubriache di sogni / ancor sospesi”, p. 42). Da una lato la storia dell’Uomo continua a vagare nella sua fervida, individualistica, ideale ed ideologica fantasia. Dall’altro, la sua personalizzata storia è protesa ad un futuro ancora più incerto. È vero che in mezzo è l’Uomo; è altrettanto vero però che il suo contenitore è vuoto: dentro v’è o il buio o la sua stessa fantasia.

Se dunque è nel sogno che si compie la vicenda umana, è precisamente con un’onirica visione, poetica ed ugualmente filosofica, che il Nostro Poeta intende conchiudere la messinscena della presente opera. Nei “Sogni vagabondi” (da p. 52), terza icastica frazione, parte finale d’una trilogia altamente concettuale, anzi teoretica, la “Voce del poeta” (p. 71), flebile e sconsolata, ne rappresenta la miserrima sagoma d’un essere “Chino sulla riva del torrente” a pescare “nell’acqua filtri di parole”, a raccogliere “spore svolate da soffioni / e ragnatele impigliate negli steli”. È l’esclusivo motivo-movente che possa ispirarlo, nel già ispirato estro del verso, a vivere la sua ideale, ottimale vita, risollevata ed elevata ad autentica armonia. Letteralmente musicale. Così nel sogno-bisogno invocato da una stoica stanchezza, nell’assorto godimento del suo preferito “Valzer di Chopin” percepisco quest’uomo e poeta finalmente steso sul suo comodo divano, rilassante conquista di pensionato che “si adagia e riposa”. E sta lì, tra la rassegnazione e la sobria meditazione, in attesa che altri stimoli gli diano se non fattuali realtà da palpare, da affrontare o anche solo da osservare, almeno altrettante sensazioni, sfide da vivere nello spirito e con lo spirito, mai sazio, del sognatore. In fin dei conti è questo il vero poeta!

In nuce, molto ma molto brevemente, solo per ribadirne il sacrosanto fondamento, s’intendeva asserire che le Figure della Mente di Francesco Dario Rossi riescono a disegnare, alla soglia dell’insondabile, le variegate, talora irraggiungibili manifestazioni della psiche umana, nello zigzagante sostegno di spigolature, angolazioni, smussamenti… rotondità. Geometrie d’avvicendamenti. Suggestioni: visive sensazioni raccolte in geometrici contenitori dell’immaginazione. Geometrie che, a dispetto d’ogni altra applicazione poetica (la poesia che sfrutta l’idea geometrica, nei sensi più vari, oggi sembra andare di moda), sono ottimamente espresse anche da una punteggiatura asettica, spesso elusa, a dare il ludico, oltreché matematico, senso di quella minima discontinuità di semirette che realizzano le varie figure geometriche; da una quadrata normalità sintattica; ma in particolar modo dalla rotondità della sintesi, dalla concisione linguistica dei concetti. Saracche del pensiero avvoltolate in incarti essenziali perfettamente funzionali, che sembrano tattilmente aderire alla metaforica struttura degli spazi e delle latitudini che le includono.

Recensione
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza