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Futurismo per la nuova umanità. Dopo Marinetti: arte, società, tecnologia

Roberto Guerra, futuristicamente “Roby”, patito di cibernetica, gestore di diversi blog, autore di non-so-quante pubblicazioni di vario genere letterario, tra cartaceo ed e-book, con questa sua ultima fatica (si fa per dire perché scommetto che per lui dev’essersi trattato, se non d’un divertimento, senz’altro d’un piacere) ha voluto porre in chiaro una volta tanto quella che magari per taluni potrebbe essere stata, fino a che non abbiano letto il libro, la fantomatica esperienza del post-futurismo. Ora, e sia ben chiaro anche a questi scettici, finalmente è stato innalzato lo stendardo-manifesto che indica l’effettiva, attiva, nutritissima schiera dei dichiarati neofuturisti.

Nella sostanza è stato sottolineato l’aspetto di novità che, prolungando di fatto, ed imprevedibilmente, la vita al futurismo, dopo averlo fatto risorgere dalle sue ceneri, è propositivo di nuove contestuali energie, tali da darne una sinergica spinta verso un ben lontano orizzonte, che, a guardarlo con occhi di lince, sembrerebbe, piuttosto che precario, in continua crescita, con aperture sempre più interessanti e sempre più incentrate nell’epoca in cui viviamo. Non per niente gli sviluppi teorici del neofuturismo vengono colti dalle due fervide menti dei massmediologi e sociologi canadesi Marshall McLuhan e Derrick De Kerckhove.

Come non evidenziare il fatto che, vista la cittadinanza ferrarese dell’autore, è stata data continuità ad una tendenza artistica d’analoga provenienza geografica. Con l’unica differenza d’un leggero sconfinamento: se, al suo nascere s’era diffusa in area romagnola, adesso, nella sua proclamata rifondazione, si può dire che sia divenuta emiliano-romagnola. Ma sia doveroso sapere che Roby Guerra non è da oggi, e neppure da ieri, ma da una vita che crede alla persuasiva impronta del neofuturismo. Questa volta, proprio in forza dell’onnipotenza informatica (quella vertiginosa, calamitante sirena del web), il neofuturismo sembrerebbe, anche dal punto di vista geografico, in espansione verso orizzonti via via più ampi, sempre più assorbente. Perciò attenzione! la rinnovata storia del futurismo, a lungo andare, potrebbe essere destinata a fare tabula rasa d’ogni altra forma d’organizzazione o di corrente artistica.

Del futurismo d’inizio Novecento rimane ben poca cosa, quando imperversava come entità d’incongruo, infruttuoso, astruso e persino disumanizzato pensiero. Certamente oggi ne rimane inalterato il fondamento, la smania di ricercare nuove più originali estetiche, d’impatto, sia nell’arte in generale sia soprattutto nella poesia, arte-madre, idea artistica per eccellenza.

A partire dal secondo Novecento, e non prima, un’intonsa verve artistica nata da una costola di quella matrice del primo Novecento ha incominciato a rifarsi espressione molto chiara ed esplicita. Oggi come oggi che l’arte nasce come cosa manifesta, nitidamente sgravata dall’artista e subito adottata, recepita, dal suo fruitore, non è più un fastoso moto ludico soprattutto di nonsense ad imporsi; e nemmeno, peggio ancora, certa follia estetica. E se la scienza e la tecnologia ne costituiscono ancora il trampolino di lancio dell’estro ispiratore, lo sono in quanto massivamente, ineludibilmente legate al progresso della società. In quanto tali affiancano la vicenda umana cercando di renderla poietica aspirazione scevra da tiranniche imposizioni. Ecco perché quest’incipiente, dilagante nuova frontiera del futurismo del Duemila è portatrice d’ulteriori modelli poetici, i più variegati.

Andando nel particolare, tra di essi si sta facendo strada, quasi in parallelo, un nobile concetto “cosmologico”. Preciso subito che non sto parlando di Poesia Cosmica, bensì dell’idea lata che ne ispira una più annacquata riflessione. Orbene, tale concetto anelante al cosmo, nell’atto della sua adozione, sa rendere essenziale il minimo particolare, ogni microscopico dettaglio col quale s’intenda fare arte e/o fare poesia. Si parla d’un processo d’essenzializzazione dell’insignificante.

Secondo l’ordine sistematico di questo apprezzato libro, con cui Roby Guerra conduce nel percorso futurista, emergono i multiformi aspetti della correlativa neotendenza: Futurismo Renaissance; Futurismo Rosso Trevi; Tempi Postumani; Neofuturisti Transumanisti; Net Futuristi del web; Fantascienza Connettivista; Futurismo Postcontemporaneo; Futurismo Robot; Neopostavanguardia; Poesia Logica; Urfuturisti; Avanguardia senza “ismi”; Cibernetica Virtuosa; Nuovo Futuro Postpop. È evidente come buona parte delle contemporanee avanguardie ne costituiscano un unisono, compatto mosaico.

Ed in corrispondenza di tante fonti ispiratrici d’un ripescato futurismo vi sono anche, consequenzialmente, altrettanti ideatori, nonché conduttori, delle matrici di pertinenza, che, ancora una volta, con serietà cognitiva, il nostro Roby, non solo nomina, ma intervista (cfr. pp. 56-92), ricavandone le motivazioni e le esigenze inerenti ogni singolo movimento in seno all’infinito amnio del neofuturismo. Vediamoli questi acuti, perspicaci precursori: Enzo Benedetto, Antonio Fiore, Alessandro Amaducci, Sandro Battisti, Riccardo Campa, Graziano Cecchini, Dj Afghan, Sandro Giovannini, Filippo Landini, Emmanuele Pilia, Riccardo Roversi, Antonio Saccoccio, Ugo Spezza, Rémi Sussan, Vitaliano Teti, Stefano Vaj.

Nel chiudere la parentesi critica circa questa benvenuta opera, mi si lasci porre una domanda – che non troverà, qui, in questo ideale luogo dello scrivere, alcuna risposta, ma che penso possa comunque aprirsi un potenziale varco –, domanda che peraltro sottolinea un’irrisolta osservazione. E cioè: come mai, tra una moltitudine di nomi di protagonisti in un tale oceano di redivivi futuristi, tutti al maschile, non ce n’è uno solo al femminile? Detto ciò, lascio la palla rimbalzare al suo destino ed altro non resta che fare gli onori al merito all’autore di questo cruciale nonché epocale supermanifesto.

Recensione
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