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Gigante di edera

I contenuti di quest’Edera gigante sono poetici senz’ombra di dubbio. Riscontri ravvisabili d’acchito e sino alla fine, in forza d’una pedissequa tenuta estetica, continua, senz’accenni di caduta di grazia. Poesia supportata da una sua organica specificità, vero stilema, avvalorato dalla sacrosanta ‘licenza poetica’ sancita, ben al di là della mia singola approvazione, da esiti potenzialmente raffrontabili sulla carta. Quel nero sul bianco che occupa intonsi spazi proprio su questa stessa silloge. E prim’ancora riscontrabili su quel delicato quanto complicato nonché fortemente aleatorio campo del cimento ai vari concorsi letterari, che vede il curriculum dell’autrice costellato di brillanti successi.

Opera prima, questa, che esce in contemporanea all’opera prima di narrativa Chiodi nel cassetto. L’autrice non a torto le definisce “opere gemelle”.

È lampante che, dando per scontato il pertinente linguaggio poetico, basato sulla magia della parola in sé, uno scrivere in versi che sappia innamorare qualsiasi tipo di lettore implichi l’escogitazione della metafora, inevitabilmente. Ed altrettanto evidente, chiara come una giornata d’estivo solleone, è la tracciabilità con la quale la Muraca costruisce la metafora. Metafora, elemento costante nella rappresentazione dei suoi componimenti.

Condizione essenziale per l’edificio dell’apparato allegorico-metaforico è un’intrinseca consapevolezza di cui solamente l’anima ne è latrice. Dimodoché il cuore, quell’organo motore sì dell’umana vita fisiologica ma altresì postino della quota di divino che contraddistingue l’uomo dalla ‘bestia’, in quanto incarnazione (tramite appunto l’eloquenza della parola) dei più intraprendenti voli dell’anima, possa in toto illustrare i suoi impulsi, proprio estraendoli dall’anima. Dolore e gioie, rabbie ed esultanze, affetti e/o sentimenti affini e finanche totalmente contrastanti, delusioni e speranze, consensi o dissensi… le più variegate intuizioni. Eccolo il volo della poesia, quella vera, realizzarsi esattamente nell’unitario amalgama risultante dall’impasto tra spiritualità e corporeità, al convivio della quale può senz’altro dirsene parte attiva la nostra poetessa.

Se non bastasse, al binomio spirito-corpo potrebbe associarsene un altro, idea-natura, anche questo alquanto stimolante a riguardo dell’artificio estetico.

Ed è un fatto che la Muraca non tralasci né l’una né l’altra soluzione. Anzi le due possibilità le sfrutta con attenta perizia, a seconda della sua estroversione nel manifestare valori. I più vividi. Valori elevabili al sociale, altamente etici, imbevuti d’una cristianità che supera, e alla grande, il comune senso d’umanità.

Tra le tante figure alle quali Giuseppina Muraca volge il suo poetico sorriso (perché la poesia dev’essere prima di tutto divertimento, diversificante gioco), nell’atto pratico e determinante nel definire la metafora, svetta primario il suo Gigante di edera. Eponima costruzione della raccolta, tale figura (mastodontica anche nella sua genuina poiesi) è giustappunto maschera dell’uomo nella sua gigantesca, titanica potenzialità di poeta: fiabesco salvatore del mondo. Senza blasfeme intenzioni, il gigante-edera della Muraca o, se vogliamo, il suo modello di poeta, potrebbe essere inteso quale nuovo Messia. È sicuramente una felice rievocazione della mitica letteratura omerica, nello specifico dell’elaborazione del suo onnipotente, o quanto meno planetario ‘Ulisse-Nessuno’ che sconfigge il ciclope Polifemo. Parallelo, questo di Omero, pensabile in versione negativa rispetto a ciò che si propone la Muraca, per quanto la finalità sia affine e collimante. In Omero v’è il conflitto col “gigante” Polifemo, mentre nella Muraca v’è l’accordo più assoluto, anzi il suo “gigante” rappresenta lo strumento sociale per eccellenza. Che la Poesia maturi in sé il seme della salvezza, per quanto utopistico ideale possa essere, è cosa ormai risaputa. Forse è l’unico movente che ancora possa legare il lettore al poeta in un condiviso, escatologico vincolo di positività.

Recensione
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