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Due scrittori in corrispondenza epistolare tra di loro, Rita Montanari ed Emanuele Scabbia, madre e figlio, sintetizzano, e perfino armonizzano, la reciprocità familiare che lí vincola. Piacevolmente e ad un livello notevole nello spessore culturale. Senza rinnegare alcunché di quanto – nei pochi eventi che li vedrebbero, sia pur superficialmente, discordi – non appartenga al precipuo temperamento d'un figlio e alla specifica esperienza d'una madre. Sempre rispettando ognuno opinione e comportamento dell'altro.

Notevole è, quanto al figlio – sottratto, proprio grazie all'epistolario fortemente cercato dalla madre, ad una sorta di vittimismo epocale la coscienza dello "scriversi", anziché della comunicazione "mordi e fuggi" assoggettata ad una sintetica, vaga, se non ambigua, telefonata, buttata là, troppo estemporanea e veloce per esprimere qualsiasi reale, "carnale" emozione; o, peggio, anziché una comunicazione asservita al "messaggio", l'sms. del telefonino, che sembra nato apposta per imbastardire pensieri e sentimenti in qualcosa di mostruosamente altro. Emanuele stesso, sollecitato dalla madre, nella responsiva, fa presente come «La parola scritta [...] pulsa nell'inchiostro tutto il sentire del prima e del dopo: l'urgenza dell'essere scritta e l'attesa dell'essere letta. E questo il regalo più bello che possiamo riservarci. E questo il dono più divino che sia stato riservato a noi umani», p. 83.

Se ci si aspettasse una bighellona, banale effusione del linguaggio tra i due corrispondenti, visto e considerato il loro rapporto generazionale tra l'una e l'altro, rapporto che l'attualità dell'epoca rende più ampiamente voraginoso, si prenderebbe comunque un grosso, madornale abbaglio. L'esito è di fatto tutt'altro che scontato e melenso. Intriso di metaforici segnali, elevate note e finanche d'originali poesie (specialmente scritte dal figlio), nonché d'altre pregnanti ed estese citazioni poetiche (Dante, Montale, Ungaretti, Kavafis, Luzi, la Szymborska, ecc.), lo scambio di lettere porta il lettore, estraneo testimone d'una reiterante esperienza inevitabilmente polarizzata sulla familiarità del dialogo, ad assuefarsi, nonostante tale trasparente vestaglia domestica, ad un doppio topos, pedagogico e filosofico, filigranato da una sorta d'impalpabile distacco tra il semplicistico ruolo dell'essere genitore, da una parte, e dell'essere figlio, dall'altra. Al di là dell'imprescindibile ratio confidenziale (dove mamma è «mamin» ed Emanuele è «Meme»), che non può non caratterizzare il continuo richiamo alla quotidianità strettamente parentale dei due scriventi, si legge, spesso, tra le righe dell'incrociato diario (perché, alla fin fine, si tratta di un diario a doppio senso), un substrato che conteggia un plusvalore morale, ben più saldo che un mero concetto moraleggiante. Scrive, ad esempio, Emanuele, allegorizzando sull'aspetto ipocrita del vivere, ancora provocato da una precedente missiva materna, estrapolata dalla poesia montaliana Quaderno di quattro anni («Davvero esisterà da qualche parte quello in cui viso e maschera coincidono? Andrei a cercarlo in capo al mondo», p. 70): «Credo – è la risposta d'Emanuele – che non sia di questo mondo la capacità di buttare Ia maschera in senso esteso, facendo cioè coincidere maschera e viso in modo duraturo, costante ed onesto. Quando lo si fa, la società spesso ci emargina e ci giudica deboli», p. 71.

Efficace il monito, per le generazioni presenti e future. Tentativo magistrale, a quattro mani, di riappropriare dell'autenticità dialogica il legame figli-famiglia.

Recensione
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