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Gli ultimi luoghi dove ancora si parla e altri racconti

Questi sedici racconti, ennesima pubblicazione del ferrarese Luciano Montanari, appoggiata da ben sette ditte locali, alle quali il ringraziamento è esternato nella seconda aletta di copertina, non sorprendono affatto quanto a capacità linguistica e descrittiva. La fama scrittoria dell’autore è pienamente collaudata. Ma, d’acchito, ci si potrebbe trovare spiazzati per l’inatteso cimento nella forma breve del raccontare. Brevità che, per circa una metà dei contestuali racconti, è quanto mai palese, in forza d’una sintesi espressa in non più di tre pagine. Lo stesso eponimo racconto ne sfrutta addirittura solo due. E qualora ci si discosti da una siffatta performance, non si giunge comunque al superamento delle sei pagine. Va doverosamente aggiunto che si tratta d’una stringatezza sempre esaustiva, che non abbisogna in nessun caso d’un debordamento dall’intreccio da parte della mente del lettore, il quale riesce ogni volta a far sua l’esatta scaturigine che smuove l’intenzione e la puntuale realizzazione narrativa degli individui personaggi. Marionette che, a loro volta, si muovono sul palco d’una realistica (nel senso di non dissimile anche qualora siano narrati accadimenti solamente potenziali) teatralità.

Si parlava di “spiazzamento”. Ebbene, Luciano Montanari ha abituato il suo pubblico, ormai da un settennio, per una produzione d’almeno quattro romanzi, ad una dimensione narrativa medio-lunga (La sconfitta, 2005; Cecilia a Ferrara, 2006; Il velo dell’illusione, 2007; Una triste felicità, 2010). Si sottolinea, aprendo una legittima parentesi, che il nostro scrittore ha pubblicato ancora tante altre opere letterarie che spaziano dal teatro alla poesia, dialettale o in lingua per entrambe le proposte, e che anche nel romanzo egli non denota caratteristiche prolisse bensì comunque sufficientemente demarcanti questa tale tipologia. Come pure non si dovrebbe scordare che proprio con la forma breve o semibreve delle Novelle francesi, già nel 2003 egli esordì. È d’altronde risaputo come la normalità d’un narratore stia nel progressivo transitare da uno scrivere sobrio e condensato ad uno scrivere via via più sofisticatamente articolato e complesso. Tuttavia non è da escludere che, una volta imboccata la strada del romanzo, uno scrittore non possa ritornare sui suoi primi passi, prediligendo una forma spesso più incisiva e certamente più appagante, che nella sostanza risulta meno impegnativa nello scrivere. Anche perché, nelle more di un estenuante impegno dedito al romanzo, non è detto che il medesimo scrittore non si possa sbizzarrire nella completezza di fulminei eventi scritturali fondanti il racconto. Dato incontrovertibile, fattuale ci fornisce la casistica, d’una più remota poietica, che taluni brevi elaborati, pensati anche in epoca giovanile o in ogni modo in periodi lontani e/o altrimenti diversivi rispetto ad altri di creatività romanzesca, possano essere stati accantonati come s’usa dire “in un cassetto”. Ed è naturale che, prima o poi, si possa pensare di rivederne sia la forma sia la trama, per darne alle stampe appunto una pubblicazione che solo apparentemente potrebbe essere giudicata sui generis. Ecco, credo che sia successo qualcosa d’analogo a Luciano Montanari. Perciò nessuna sorpresa dovrebbe giustappunto suscitare quest’ultima pubblicazione… ma al massimo, come s’è anticipato, un leggero spiazzamento.

La passione nutrita nei confronti del classicismo francese, unita a quella del melomane, da sempre dichiarate dal Montanari, sono anche qui evidenziate senza indugi o sotterfugi di sorta.

Proprio per questa intima, costante motivazione dell’autore, poteva forse mancare il simbolico esergo di Émile Zola?

Il titolo del libro, peraltro ben in sintonia con la foto di copertina, emula con più defilato décalage, un luogo molto caro alla letteratura di Zola: l’osteria, recuperando l’immediata realizzazione del suo celeberrimo L’Assommoir.

Nell’insieme il risultato è di fatto un delizioso, calibrato pastiche capace di far rifulgere molteplici sfaccettature tanto letterarie quanto umane, nell’abbozzatura talvolta di caricature, genuine e nel contempo originali.

Soprattutto è la filosofia dell’esistenza, trafitta dalle impellenti, contingenti, talora paradossali ma nondimeno effettuali, cogenze che, nelle sue variabili sequenze ed apparenze (dicendola col pirandelliano piglio che meglio connota l’innata affezione del Montanari per l’Autore siciliano), quotidianamente costellano l’umano cammino.

Quanto pesi e come sia bilanciata la vita terrena nell’esistenza della persona umana lo si evince, brano a brano, nello sfoglio delle variegate (e pur tuttavia, precisamente nell’altra, opposta direzione che induce alla meditazione d’una onnicomprensiva filosofia dell’unum, omogenee) letture. È una danza en plein air interpretata nell’intermittenza della metafora che denota a sua volta una continuità-discontinuità tra tempo e spazio: essere e non-essere si scontrano e si combinano nel momento della disaggregazione dei sentimenti, dei ripensamenti, delle illusioni o delle fasi oniriche, siano esse parte d’un alienante sonno o d’una conturbante analisi meditativa (“La fuga di Dario”; “Un vento dagli accenti amari” - «un vento inventato da un poeta?» -; “Marianna”; “Villa Alba” che, circoscritta in un’oasi di cielo, e come la medesima parola derivante dall’etimologia greca, «si cancellava, perdeva il suo potere»; “La camelia”, altra reminiscenza del classicismo francese di Dumas; “Lacrime d’argento”; “L’incatenamento delle cause”; “Lo specchio”; nonché il verdiano refrain “Quando la mia giornata è giunta a sera”.

Laddove gli altri, non menzionati, racconti coltivano un più concreto, terragno culto della vita, aperto al ‘tutto-può-accadere’, a partire dall’imprevedibile e giungendo alla simmetrica sponda dell’ineludibile.

Sedici racconti, in ultima, sommaria analisi, esplicativi d’altrettanti avvincenti romanzi. E, in definitiva, ciò è tutto dire!

Recensione
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