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La passione emotiva, radicata nel sangue, che Raoul Rimessi ha per ogni lavoro di ricerca che intende svolgere la si cattura, leggendo anche ed in special modo quest’ultima sua pubblicazione, fin dall’inizio. Ancora prima dell’incipit, sfogliando dunque già la primissima pagina del libro, le iniziali quattro fotografie dell’epigrafe (epigrafe da intendersi nel senso più lato, supporto d’un libro ma altresì lapidario cippo) sono il corredo della commemorativa dedica ad altrettanti «uomini di cui – dice Rimessi – soffro, immensamente la mancanza: mio padre Giuseppe, […] l’amato fratello Roberto, […] l’altro, non meno amato fratello Romano […]; l’amico Learco Maietti», che, in vita, fu socio del pool dell’editrice.

L’opera in questione è un fuori collana di cm. 21x29,5, in lussuosa carta patinata, con un repertorio costituito non so da quante fotografie – tantissime, un’infinità –, la maggior parte delle quali private, reperite con fatica, quasi mendicate, si potrebbe dire. Un libro costruito con la frenetica, bramata metodicità d’una grande, annosa, pazienza.

Cinquant’anni, mezzo secolo, di storia pugilistica è racchiusa in questo pesante (in concreto) testo, le vicende che includono la nascita del pugilato ferrarese, dal 1923 fino al 1973, in quanto quel periodo annovera pugili che illuminarono Ferrara a seguito di «match avvincenti e di imprese addirittura superlative», cfr. Introduzione, p. 7. Fu infatti nel 1923 che «un tale signor Soldati fondò la "Società Pugilistica Vigor" a Ferrara», p. 9. Ma la Città estense, che fin dalle sue origini pugilistiche fu valida concorrente delle due città-culla di quella ch’è a tutt'oggi definita "noble art", non solo a livello nazionale ma pure europeo, Milano e Roma, fu in auge soprattutto nel periodo 1936-1943. Era l’epoca in cui la nazionale italiana, capitanata da Steve Klaus, vi si era accasata. E, conseguentemente, la locale sala della Borsa di Commercio «brillò di luce propria… come un piccolo "Madison Square Garden", dove si esibirono uomini che prima o dopo si batterono nelle mitiche arene francesi, britanniche e americane. Nel 1939 si svolsero lì i campionati italiani dilettanti», p. 12.

A fianco della nuda ed insopprimibile cronaca che vede la successione di una gragnola d’incontri tra campioni e/o promesse di varie categorie, dilettanti o professionisti che fossero, riesumati dalle pagine di giornali specialistici, vi è un caratteriale fattore che rende vivo ed in qualche modo originale l’altrimenti rigido, amorfo contesto. Si tratta dell’estrosa gestione dell’autore. Come il più talentoso pugile sul ring, anch’egli ha saputo aggirare i colpi insidiosi, mortalmente soporiferi d’una schematica cronistoria, dribblandola con magistrali finte e contromosse, facendola in definitiva sua a suon di sventole, montanti ed un assiduo lavoro ai fianchi, tal è la sua arguta, ironica sintonia con la scrittura, anche quando sembrerebbe che, considerata la performance strettamente saggistica, non vi sia nulla che la pratica genialità dello scrittore possa domare. Inoltre, in taluni passaggi, in primis nel rivolgersi ad una personificata Ferrara con la romantica confidenza d’una bella signora (cfr. per esempio p. 15), si palesa l’inossidabile posa d’un inguaribile e sdolcinato poeta, che sembra voglia corteggiarla e che certamente non vuole mancarle di rispetto, riconoscendole, oltreché un indiscusso storico binomio retaggio di bellezza e di cultura, un ruolo di prima donna anche per quanto concerne la boxe di tutti i tempi. Già, perché Rimessi ha preferito soffermarsi ad un certo periodo della storia boxistica ferrarese, ma in realtà, quanto meno grazie alla dinastia dei Duran (due generazioni a confronto), questa città, quanto a tale disciplina sportiva, non è ancora passata nel dimenticatoio.

Recensione
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