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Questo volumetto, della Collana cinque euro, è stato realizzato in occasione del decennale della morte di Gianfranco Rossi, scrittore ferrarese, cugino di Giorgio Bassani, in tiratura molto limitata, non destinata alla vendita. Il testo in esso pubblicato venne dato all’editore dalla sorella della scrittore pochi mesi prima che la medesima morisse. È un racconto che fu abbozzato tra l’11 ed il 26 giugno del 1987, rimasto accantonato per oltre tredici anni.

Secondo l’editore Roversi ci sarebbero tre buoni motivi per cui lo scritto rimase nel cassetto. Motivi che, a mio avviso, piuttosto che giustificare la mancata pubblicazione potrebbero valere più come presupposti di struttura. Primo, è deducibile la «storia non di una persona ma di un personaggio. Secondo, vi sarebbe poco erotismo, contrariamente alla consuetudine dell’autore. Terzo, ci sarebbe coincidenza simbologica col famosissimo romanzo di Flaubert per il quale è risaputa l’ammissione dello stesso autore francese «Madame Bovary c’est moi!», cfr. pp. 5-7.

Certamente si ha a che fare con una narrazione non in linea con l’idea di fondo di Gianfranco Rossi. Egli, pur giocando l’identica carta del personaggio identificabile in un nominativo avulso, come sempre, dal reale, assai trasgressivo, sia sessualmente che moralmente (per cui ritengo non fondata l’ipotesi dello scarso erotismo: in rapporto alla lunghezza del testo, rispetto ad altre opere dello scrittore ferrarese, elementi erotici ne ho trovati diversi), nella stesura de Il caso di Daura Frab s’intravede un quid diversivo che avvicina, fin troppo, Rossi alla letteratura, soprattutto teatrale del Pirandello. In particolare, di quest’ultimo, si voglia considerare Uno nessuno e centomila e Sei personaggi in cerca d’autore. Ma potrebbe anche essere individuabile l’accostamento ad un autore più moderno, e meno immerso nella commedia, del Pirandello. Ossia, si potrebbe intuire l’idea d’un esistenzialismo all’insegna dell’ossimoro presenza-assenza tale a quello del Calvino. E penso, in questa ipotesi, al suo Il cavaliere inesistente. Di conseguenza, secondo il mio parere, Gianfranco Rossi ha indugiato a pubblicarlo (e forse, anche avendo vita più lunga, non l’avrebbe mai pubblicato) proprio in quanto non del tutto convinto d’un modello a lui poco consono di scrivere, idealisticamente parlando. Qui credo possa stare la soluzione alla scelta di non editare il racconto.

Penso anche che sia errato il paragone tra Gianfranco Rossi ed il "c’est moi" di Flaubert. Perché, a mio avviso, il personaggio Daura Frab non lo vedo corrispondere minimamente all’autore Gianfranco Rossi. Ne vedo semmai, e ne sono convinto, sì un personaggio ma lo vedo assolutamente irreale. Daura Frab altri non è che il personaggio dell’invenzione letteraria per eccellenza, una semplicistica, fittizia supposizione di sviluppo di un racconto o romanzo. Come avviene in tant’altra letteratura. Con la differenza che, nello specifico, il personaggio si protende in una fiction di reciprocità con l’autore stesso.

Solo tre sono i personaggi che partecipano alla trama e sono o personaggi veri e propri, come lo sono Daura Frab e l’altro, quel giovane senza nome né identità, che fa l’amore più volte con lei; o persone, corrispondenti appunto all’io narrante-autore.

A tal punto, rivelata Daura Frab e premesso il ruolo reciproco tra questa e l’io narrante, occorre dire chi sia "il giovane" nell’economia della trama. Ebbene, egli potrebbe (però di ciò non ne sono sicuro) lasciare intendere il desiderio di avvicinare Daura Frab, con conseguente “voluttà” (quel ripetuto atto sessuale tra i due, unici, personaggi dell’opera), in corrispondenza del desiderio d’intavolare la lettura della trama (che coincide alla lettura dell’identità di Daura Frab), da parte del generico, potenziale lettore. Ecco dunque che il giovane potrebbe essere il Lettore.

Recensione
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