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Questo, di Emanuele Giudice, è un saggio come pochi, scritto in maniera "saggia". Prima di tutto è un’opera coraggiosa, analizzata con la spietatezza, lucida, coerente dell’essere umano imparziale, non soggetto a vincoli sia politici sia religiosi. Una trattazione senza ipocrite velature o opportunistiche posizioni, disinteressata ed obiettiva.

L’analisi, dal doppio taglio, da un lato pertinentemente opinionistico (L’aspetto etico religioso) e dall’altro più specificamente giuridico (L’aspetto giuridico), è da ritenersi rigorosa e metodologica. A prescindere dal suo orientamento, pro o contro la – in ogni caso tremenda – vicenda che ha portato alla morte assistita di Eluana Englaro. Dopo di che, nell’insieme, è posta una concatenata, consequenziale riflessione, eloquente per l’elevato linguaggio e l’appropriata conoscenza e/o documentazione sia di cronaca che di scienza.

Qualche spunto potrà essere discutibile, ma la tenuta di fondo, per quel che mi riguarda, ritengo possa essere condivisibile.

L’Autore parte dal presupposto che ci sia stato «troppo clamore attorno al letto di una malata, divenuto una sorta di cenacolo attorno al quale si è svolto un conflitto gridato […] un clamore ostinato, puntiglioso, che ambiva alla conquista dell’uditorio alla propria causa», p. 9. Dove, dai diversi schieramenti, si sosteneva che Eluana fosse «talmente vitale da "poter avere un figlio" [segnalando brutalmente] che qualcuno voleva "togliersi di torno un incomodo"», p. 11; e, dall’altro canto, ci si voleva fossilizzare sull’«osservanza astratta della norma [o ne] la disciplina assolutizzata», p. 12. Anche la Chiesa, tra una generalizzata intransigenza, trovava sbocchi più larghi grazie anche al precedente della morte di Giovanni Paolo II, che, «di fronte alla prospettiva di 'non guaribilità' enunciata dai suoi medici, rifiutò il ricovero», p. 19. Il cardinale Martini, anche in forza di tale evento, non ebbe esitazione ad osservare che «"la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto, perché sopra di esso sta la dignità umana. Le nuove tecnologie, che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano, richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona"», p. 18.

Vedrei d’obbligo indicare i passaggi che discettano gli anzidetti due aspetti del testo.

A penetrare l’aspetto etico religioso (pp. 9-32) è, neanche farlo apposta, un decalogo, così articolato: Il clamore e la concitazione; L’irruzione tardiva e greve della politica; L’intransigenza e il dramma; Il dramma di una famiglia: lezione d’amore o delitto?; Interrogativi sulla volontà di Dio in ordine alla morte e sul suo senso nella scala dei valori cristiani; Tra scienza e tecnologia, l’appropriazione della morte; Coscienza laica e coscienza cristiana; Lo stato vegetativo; L’alimentazione forzata: atto naturale o rimedio terapeutico; La coscienza dei cristiani e quella di tutti: interrogativi dirompenti.

Anche l’aspetto giuridico, pur concentrato in soli sei passaggi, è della dovuta intensità analitica. Esso si snocciola nei seguenti paragrafi: L’estenuante calvario di una donna; L’accertamento di morte avvenuta (e qui il discorso si allarga su un altrettanto complesso ed ambiguo, quanto a tragicità, stato umano, che lambisce, se non effettivamente li valica, i confini tra la vita e la morte, nel tentativo di darne una definizione giuridico-scientifica: "la morte clinica", importante certificazione che accede la via per un’eventuale espianto d’organi); Il lunghissimo percorso giudiziario; La definitività del giudizio; Chiesa e stato tra convivenza rispettosa e conflitto; Pluralismo, libertà e pretesa sanzionatoria di norme etiche a fondamento religioso.

Non posso fare altro che plaudire ad un tale testo, auspicando anzi che altri audaci scrittori, magari altrettanto convincenti nella scrittura e nell’idea, possano pubblicamente esprimersi in proposito.
Recensione
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