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Non è sempre tutto chiaro in poesia, ma crederei d'avere compreso che il «compleanno della luna» in realtà sia il "compleanno di lei", Ottavia, donna perduta, assorbita dal vento o dalla notte, soprattutto nell'omonimo componimento di p. 37. Quest'opera prima, silloge di cinquanta poesie, esattamente tante quanti gli anni dell'autore – che sia un semplice caso? –, è poesia d'amore e di morte. Ed, in quanto sentimento ed ossimoro d'una vita a monte, presto consumata, è anche espressione d'eternità. Una gioiosa e nel contempo penosa eternità. Perché, nel primo significato di gioia, v'è la traccia d'un amore sempre intonso, nella sua felice perfezione di sentimento incorrotto. Ed in quanto secondo significato, la pena, non resta che un perenne sofferto rammarico.

Qui l'esistenza, nell'ulteriore disamina d'insieme, si fa bifida. Si sdoppia in essenzialità ed essenza. L'essenzialità stessa d'una poetica in estrema sintesi, non sempre brevissima purtuttavia sempre snocciolata in versi compitati in una lapidaria nudità ed universalità della parola, assegna essa stessa l'icastico ruolo all'essenza. Nell'oceanico pensiero d'un «mare | che sogna», un infinitesimale «guizzo di brezza» (cfr. "Oceano", p. 42) è giustappunto la prova provata di tale essenzialità-essenza, che, a sua volta, configura un'immediata riflessione di infinitezza: quell'infinito tanto caro a Leopardi, cantato però in tutt'altro concione, più moderno, emblematicamente epocale.

Detto stile, invidiabile, piacevole, apprezzabilissimo sotto l'aspetto estetico, s'invera «quando l'inchiostro, sulla carta, si fa alleato prezioso per liberare un dolore interiore altrimenti insopportabile, trasformandolo in malinconia» (cfr. Roberto Ambrosio, quarta di copertina), rendendo dunque il dolore più controllabile, edulcorandone la portata.

La parola, osservai, nuda ed universale, è privata d'ogni ulteriore, ridondante supporto. Non una virgola o un punto; nemmeno un trattino o una parentesi. Non una maiuscola nemmeno ad indicare i nomi propri, a parte le ultime otto liriche, con i capoversi invariabilmente al maiuscolo – il che lo reputo più una casistica dovuta alla praticità dello scrivere al computer che alla fattiva volontà del poeta; anzi oserei dire trattarsi d'un'aliena forma di tirannia, quella del computer, appunto. Non posso non far notare l'altrettanto consistente metafora della maschera, tra specifici Pierrot ed Arlecchino (cfr. pp. 18, 20 e 22) e generici "pagliacci" (cfr. p. 53).

Recensione
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