Servizi
Contatti

Eventi


Nei suoi oltre ottant’anni di vita (dovrebbero essere ottantasette), lasciandosi dietro le spalle un’esperienza di avvocato presso il foro di Firenze, incorniciata (specialmente dal pensionamento in poi) di rilassanti momenti dedicati alla musica e alle arti figurative, e per giunta essendo amante della filosofia, il centese Luigi Cevolani non poteva non avere un certo bagaglio di poesie da mettere in spolvero, visto che appunto anche per la poesia nutre una grande passione.

Di fatto in questa silloge, suddivisa in tre ampie sezioni tematiche (A cavaliere dell’orsa maggiore; I profeti; e Dimenticare Cartagine), «Il poeta non può in nessun modo essere un rinunciatario che si limita a dire ciò che non è, ma si espone in prima linea e dice forte ciò che è, per aprire la speranza e la strada al cambiamento e affermarsi come agente responsabile del mondo in cui vive, portatore, in prima persona, di valori». Così conclude la sua lunga, oculata, nonché azzeccata analisi (pp. 5-14) la prefatrice.

E, nell’altrettanto attagliata nota nel retrocopertina, Tuzet mette in luce come «Storia e cronaca sono le due fonti del teatro epico e civile di Luigi Cevolani, da cui emerge l’uomo intero nella sua misera grandezza. Come in un classico autore di satire, un Persio o Giovenale, è la realtà del tempo che viene messa in scena. Ma non è uno storico o un politico che parla: è l’uomo Cevolani, che si rivolge ad altri uomini cui è legato da un comune destino di precipizio e di ragione. [...] dotato di un’eccellente narrativa e di sapienza nel tratteggiare le scene [r]iesce a dire l’assurdo annidato nei nostri discorsi e comportamenti. E lo fa trasfigurando le scene che narra, dove al centro sta sempre l’uomo con i suoi reali appetiti». Niente di più vero!

In "A William Shakespeare" il poeta centese, a conferma di quanto detto sia da Giovanni Tuzet sia da Francesca Govoni, ora citati, afferma, cogliendovi una delle numerosissime acute parabole del contesto: «[…] a poeta ed a | principe | non si misura verso o spada , | ma si contano le spade che lo | trafissero», p. 51.

Credo che, al di là dei fondamenti indicati negli interventi dei due critici a corollario della silloge, la vera base estetica da individuare nella poesia di Luigi Cevolani si possa intravedere in una costante, assidua, tenace performance allegorico-metaforica. È proprio questo l’elemento che esprime l’aura poetica. Caratteristica che va a strutturarsi in un sorprendente ossimoro. Paradossale insieme di versi e strofe, rispettivamente dalla morfologia dinamica, circa i primi, e piacevolmente, armonicamente statica, a riguardo delle seconde.

Tutto sommato si tratta di una poesia originale e ben dosata nella sua bellezza.

Recensione
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza