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Il Parco del delta del Po. Una natura da amare in 300 fotografie

Dire che sia bellissimo questo ‘carnet di viaggio’ è accontentarsi di poco. Dovendo esprimere un giusto, ben dosato apprezzamento per le trecento fotografie qui proposte (raccolta fotografica che è pure poetica, nella sua parte introduttiva) bisognerebbe meglio precisare che si tratta d’un’opera:

· invidiabilmente raffinata;

· accuratamente naturalistica, per un elevatissimo valore ecologico, ambientalistico e soprattutto floreale-animalistico;

· pazientemente elaborata, con la certosina costanza di chi crede veramente in ciò che fa;

· amabilmente assortita nei suoi complementi che ne scandiscono la delicatissima, tenera nonché soffusa quanto mirabilmente palese, cristallina contestualità;

· condivisibilmente poetica anche nella sua prevalente costruzione fotografica, che sa immortalare bozzetti mai visti in una così nutrita mole d’intime contingenze in cui gli animali, unici eroi della situazione, effondono la loro vitale, essenziale esuberanza fisiologica, in coerenza ad un istintivo stimolo di sopravvivenza talora volto a garantirne la continuità della specie, ed in cui le piante sono sorprese a riflettersi nella fotonica occasione d’un cosmo sempre dinamico ed attivo, che si presta a donare cromatica bellezza oltreché organica armonia;

· ed infine (ma forse può sfuggire ancora molto alla nostra osservazione di lettori affezionati alla rasserenante pace dell’ecosistema, affezionati e purtroppo altrettanto distratti) deliziosamente propositiva, eloquente esempio d’insegnamento che la Natura in sé è capace di suggerire all’Uomo, piuttosto che viceversa.

Il titolo ed il sottotitolo, nell’icastica indicazione del significato della pubblicazione, già ci penetrano nelle amene frastagliature d’una padana poesia, molto precisa nella sua dislocazione geografica, Il Parco del delta del Po, comprensiva delle ravennati Oasi Punte Alberete e Valle Mandriole (o della Canna) in Sant’Alberto; e delle ferraresi Vene del Bellocchio in Spina di Comacchio; Valli Bertuzzi, sempre in Comacchio; Taglio della Falce ed Oasi di Porticino in Val Canneviè, Volano di Codigoro. Di tanto splendore vengono letteralmente imprigionati, nelle loro più libere azioni e leggiadre movenze, gli aironi bianco, cenerino e guardabuoi, la garzetta, la nitticora, la sgarza a ciuffetto, il martin pescatore, gli svassi nella loro diversiva tipologia di specie, l’ibis sacro, il beccaccino, la pittima reale, il cavaliere d’Italia, l’avocetta, il gabbiano, la starna, la gallinella d’acqua, la folaga, i germani, i cormorani, i marangoni, i fenicotteri rosa, i cigni reali, la gazza, il corvo, la volpoca, l’oca del Nilo, il gheppio… e persino (e perché no?) le più comuni rane, pesci vari, tra cui il predace siluro, bisce, gamberi, ramarri, lucertole, nutrie, ricci, ghiandaie, cinciallegre, merli, rondini, pettirossi, tartarughe ed altre minuscole creature, quali le farfalle, le api, il calabrone, la mantide religiosa, la cicala, la locusta, la libellula, il ragno arginope…

Spesso i grossi uccelli sono colti in straordinari stormi, formazioni di chissà quante unità: cento duecento trecento esemplari in un unisono di dimensioni incredibili, in volo o in una sbalorditiva posa fotografica formando coreografici cerchi nella laguna, sui picchetti che delimitano le acque navigabili da quelle più basse. Non si può fare a meno di notare che certi animaletti, come ad esempio una famigliola di ricci, siano stati colti nel buio, di notte o quanto meno di sera, nella loro essenziale funzione alimentare. Scatti impensabili, incredibilmente originali, emotivamente coinvolgenti, che fanno rimanere con la bocca aperta dallo stupore, che fanno pensare a quale stratagemma abbia escogitato il fotografo per riuscire nel suo encomiabile intento di far conoscere al mondo abitudini animali che probabilmente si possono immaginare ma che certe volte lambiscono a malapena la certezza.

Solamente un uomo come Carmelo Musumeci poteva arrivare a produrre questa sorta di catalogo della natura, offrendo al pubblico qualcosa di raro se non unico. Solo un uomo che ama la natura e soprattutto gli animali in maniera radicale, tanto da ospitarli (l’autore, milanese di nascita, ora abita da una vita a Comacchio) e nutrirli durante l’invernata, quando molte specie morirebbero di fame e di freddo. Una sorta di San Francesco che ha rara, fraterna, confidenza con gli animali. Ad essi parla. Ad essi dà da mangiare imboccandoli, come fossero dei suoi figli: loro non hanno paura di quell’uomo, lo conoscono bene e lo accompagnano nelle sue escursioni; lo seguono persino nei suoi movimenti in automobile. Non occorre essere né professori né illustri pubblicisti per realizzare una raccolta talmente rilevante, per la commozione che suscita e per l’esempio che richiama. Però bisogna credere nei veri valori, e saperli rispettare, questo sì. Carmelo Musumeci di fatto è un postino in pensione che nutre una profondissima fede nella Natura, con uno scibile idealmente improntato al rispetto della stessa. Solo a lui poteva, può essergli, concesso tale condivisibile privilegio.

Opera, la sua, che non può mancare nella nostra biblioteca domestica: «La natura è uno scrigno prezioso, in essa sono racchiusi tutti i nostri gioielli», come cita l’esergo.

In perfetta sintonia è anche il logo di “Ferrara terra e acqua”, che anzi ne impreziosisce il primissimo richiamo, rafforzandone gli intenti.

Recensione
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