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In Paradiso non fa freddo

Questo della ferrarese Gianna Vancini è un romanzo breve potenzialmente leggibile come attiguo e complementare ad altri suoi due, analoghi per lunghezza di stesura: I fili del tempo, del 1994, e Testimone d’amore, del 2004.

Magari d’acchito, ponendo lo sguardo agli anni di pubblicazione (1994, 2004 ed ora 2014), potrebbe apparire proprio questo dettaglio il fil rouge dei tre libri. Ma l’intervallo d’un decennio l’uno dall’altro darebbe addito ad un abbaglio, luccichio d’un triplice dato, pur innegabile ma non troppo significante, solo casualmente indicativo. Mentre invece la coincidente trilogia sarebbe da rilevarsi nel più interessante fatto che i primi due titoli fungerebbero da imprinting, nella loro critica sommatoria, per la trattazione d’una singolarmente determinante causalità di fondo. La quale poggerebbe su un duplice finalismo univocamente applicato al terzo nuovo libro.

La verità è che, in soldoni, se il primo, I fili del tempo, ha spianato la strada ad un’evoluzione storica nello scrivere della nostra autrice, in seno ad una sorta di diario e di sintesi dei sentimenti maggiormente assorbiti dalla memoria, via via è maturata una palese consistenza creativa, sempre più di spessore e sempre più estraniata dalla biografia, nella costanza d’una quintessenza elettiva d’un esser donna, probabilmente più oggettivo che soggettivo. Concetto volto cioè alla generalità dell’esser donna piuttosto che alle esperienze di vita della scrittrice. Laddove il secondo romanzo, Testimone d’amore, ha avviato il legame argomentativo d’un sentimento amoroso impreziosito, già nel suo incipiente fluire, dai poliedrici indirizzi e correlativi sviluppi che l’amore tra l’uomo e la donna può riservare nel suo storico, quotidiano e finanche inevitabile accadere non del tutto scontato. Ecco allora che in quest’ultima coniugazione, riguardo all’amore, anche oltre il ricomporsi delle due suddette peculiarità, viene ad aggiungersi altro interessante risvolto storico, che però questa volta apporta alla narrazione di turno un suo indipendente significante, orientato finalmente all’ideale, all’invenzione di tutte le figure e premesse della trama. Senza tuttavia, lo si badi bene, travisarne una congruente realtà, che, se così non fosse, guasterebbe appunto la credibilità del raccontare.

Ne deriva così, per il tramite di quest’ulteriore passaggio, avendo in mente le precedenti due opere citate, per forza d’inerzia di tale presupposto narrativo, la consequenziale implicazione che il presente romanzo, In Paradiso non fa freddo, gioca alla ricostruzione d’un triangolo riscontrabile nell’incidentale realizzazione d’una trilogia da intravedersi nel duplice balletto dell’esistenza (il rimpallo tra morte e vita della defunta Annina con la rimpiazzante Valentina ne è l’icona) e d’un polivalente fattore amoroso. Senza neppure individuare, nella sua naturale lettura, una discontinuità di legame tra l’una e l’altro dei temi.

La novità storica, che arricchisce la nuova pubblicazione, smuove l’attenzione in primis nella sommaria analisi tra presente e passato, la quale confluisce in un unico godibile ed amalgamato finale di lettura. Nell’insinuarsi dell’osservazione che un ripensato, nostalgico presente fondato su una storia certa, molto vicina alla contemporaneità (ai margini del 2000), rimarcato con date attentamente fissate, capitolo per capitolo, Gianna Vancini affronta una controbilanciata (anche se, nella riflettuta analisi, ‘sbilanciata’, quanto ad anacronismo) realtà nobiliare, comunque sia distonica, di conclamati nobiluomini e nobildonne (conti, contesse e contessine) che automaticamente evidenzia un preferenziale, abbellente plafond storico nella scrittrice, o, chissà, un soffuso ed istintivo sfogo nato dal primario desiderio di ritorno ai fasti d’un certo passato, che almeno qui in Italia è ormai sepolto in un pathos quasi da prosopopea. Indubbiamente, dal punto di vista letterario, giusto per inadeguatezza tra datazione e civica convenzione, che rinnega ormai da decenni i titoli nobiliari, se non a livelli altamente istituzionali (residuali principati e regni statali), si può pensare che sia innescato un meccanismo metastorico capace di realizzare un’avvolgente, incipriante incorniciatura, tale da rendere, in aggiunta allo scritturale destreggiarsi tra il relativo modus vivendi imprescindibilmente legato a quell’elevato ceto, persino gradevoli gli amari riscontri dell’ambiguità psicosomatica di Valentina Prati, assurta ad eroina del narrato. Se si vuole, alla fin fine non è altro che un più umano ripensamento dell’omerica ninfa Calipso. Reincarnata divinità che, in una vertiginosa sintesi, gioca a nascondino col sentimento amoroso, e persino lo travisa. Prima conquistando il suo Paul Angel; poi volendolo inesorabilmente accantonare per concedersi ad un amore più liberamente ispirato, finalmente condiviso, a suo modo di vedere, paritario anziché unilaterale o, peggio, formale, troppo formale, assurdamente coniugale.

Non so se sia riuscito a rendere l’esatta idea, ma quest’accenno intendeva oltretutto invocare l’elemento metastorico. Concetto incoraggiato dal titolo stesso del romanzo: In Paradiso non fa freddo. Lì, in quel meraviglioso, invogliante, desiderabile sito astratto, assolutamente lontano dallo standard della vita mortale, è vero che non faccia freddo com’è altrettanto vero che non faccia caldo. Il Paradiso è appunto un luogo fuori dalla terrestrità, oggettivazione religiosa d’un quid che sta unicamente nella perentoria, escatologica speranza d’umano riscatto. Schema mentale scevro dallo spazio e dal tempo, e dalle sue predeterminate stagioni, in Paradiso inconcepibili.

D’altro canto, in seno alla tematica amorosa, oscillazioni tra il bene ed il male, tra la stretta morale, bigotta o benvenuta che sia, che vorrebbe la salute della famiglia o, in contrapposizione, la più labirintica e talora avversa estrinsecazione passionale, che viceversa guarderebbe a tutt’altro esito nel rapporto col legittimo coniuge e con la più estesa famiglia, ragguagliano su una dualità umana poggiante sulla sorte e su un libero arbitrio spesso sospinto da atavici fantasmi o da spinte altrimenti esoteriche, di sovente prive d’un’umana spiegazione.

Tali conturbanti riflessi conducono ad un esito che titilla il lettore tra ragione e fede (sia civica sia religiosa), tra volere ed essere. Tengono a galla un’imbarcazione sospinta tra i marosi del corpo e le calme di vento dell’anima. Compenetrano l’afflato d’interesse in un mondo essenzialmente a misura di donna – come s’era anticipato.

Un affascinante itinerario nel fluttuare di trentacinque micro-capitoli dati in pasto al caso, rilasciati qua e là a spizzichi, frastagliati, somministrati con le dinamiche, sapienti mani del seminatore, in maniera che l’imprevedibile garantisca sicura godibilità, capitalizzandolo con la gustosità di scrittura che sussiste in Gianna Vancini per sua dote innata.

Recensione
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